Dopo un evento cardiovascolare acuto il cuore non è più quello di prima, è come se avesse un errore, un refuso da correggere.
Da Quore a Cuore è una campagna promossa da Novartis, con il sostegno dell’Associazione Italiana Scompensati Cardiaci (AISC) e della Fondazione Italiana per il Cuore (FIPC). Il simbolo scelto quest’anno è un’installazione composta da due mani disallineate che, con un movimento, si incastrano a formare un cuore. Per un giorno intero, in piazza XXV Aprile a Milano, l’opera ha invitato i passanti a fermarsi e prendersi cura del proprio cuore: un gesto semplice, appunto, ma oggi tutt’altro che scontato.
Scarsa consapevolezza tra le persone ad alto rischio
In Italia, ogni anno si registrano 220.000 decessi per malattie cardiovascolari: 25 ogni ora. Eppure, i dati di una recente indagine di IQVIA rivelano che un paziente ad alto rischio su tre resta fuori dal percorso di cura, il 28 % non conosce il proprio valore di colesterolo LDL, e il 58 % non sa quale sia il target da raggiungere.
Inoltre, dal rapporto ISTISAN 25/8 dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) è emerso che un quarto degli italiani soffre di ipercolesterolemia. Dato poco rassicurante che peraltro, come osserva Gianfranco Sinagra, Presidente Eletto della Società Italiana di Cardiologia (SIC), “è una sottostima, perché si basa su una soglia di 240 mg/dl, troppo alta per i target di prevenzione attuale”.
Secondo i dati dell’Iss, in Italia si verificano ogni anno oltre 105.000 infarti, di cui circa 46.000 a ST sopra-slivellato (il classico infarto transmurale) e 54.000 a ST non sopra-slivellato. “Di questi, circa il 20% colpisce persone che hanno già avuto un evento precedente”, aggiunge Sinagra.
“Questo significa che in molti casi il primo infarto non è bastato a cambiare davvero le abitudini o a correggere i fattori di rischio. E si stima che almeno il 10% di questi eventi si potrebbe evitare con un approccio più deciso e integrato alla prevenzione”.
La malattia che si vuole ignorare
Uno dei problemi è che molti pazienti dopo un infarto sospendono le terapie e si allontanano dal medico. “È naturale non volersi sentire malati”, spiega Alberico Catapano, Presidente SISA (Società Italiana per lo Studio dell’Aterosclerosi), “ma il colesterolo causa danno cumulativo. Se il sistema non garantisce un follow-up continuo, il paziente si sente poco seguito e si disconnette”.
Sintomi emotivi come ansia, depressione e rimozione influenzano l’aderenza. “Alcuni pazienti arrivano a nascondere dati clinici”, racconta Giulia Levrero, Delegato AISC. “Serve empatia e capacità del medico di cogliere segnali emotivi, specie da parte del medico di base”.
Cultura e alfabetizzazione sanitaria: ingredienti fondamentali
A parlare di prevenzione con uno sguardo lungo è Emanuela Folco, Presidente FIPC. “La nostra fondazione – ricorda – nasce proprio da una campagna sull’educazione al colesterolo lanciata oltre quarant’anni fa. Eppure, oggi, ci ritroviamo a dover dire ancora le stesse cose”.
Negli anni sono cambiate le terapie, “abbiamo un armamentario terapeutico fantastico”, sottolinea Folco, “ma le istruzioni di base, quelle rivolte ai cittadini, sono rimaste troppo simili a quelle di decenni fa”. Le raccomandazioni – seguire una dieta equilibrata, consumare frutta e verdura, ridurre il sale, fare movimento – sono ampiamente note, “eppure non diventano azioni quotidiane. Come se la cultura della prevenzione faticasse a radicarsi”. Per Folco, il vero nodo è la scarsa alfabetizzazione sanitaria che impedisce al paziente di essere davvero parte attiva nel proprio percorso di cura.
Scarsa aderenza
Un altro ostacolo cruciale è rappresentato dalla scarsa aderenza: “una parola che usiamo spesso, ma alla quale raramente diamo pieno significato”. Aderenza non significa solo prendere i farmaci come prescritto, ma seguire gli stili di vita raccomandati, effettuare screening periodici, mantenere nel tempo una relazione di fiducia con i professionisti della salute.
“L’aderenza dovrebbe diventare un piccolo gesto quotidiano. E invece è minata da una molteplicità di fattori, anche culturali e sociali. Penso, ad esempio, alla condizione femminile: le donne sono spesso le meno aderenti alle terapie perché tendono a mettere il benessere degli altri prima del proprio”.
Cronicità e continuità: la sfida si gioca sul territorio
A richiamare l’attenzione sulla gestione concreta della cronicità è Fabrizio Oliva, Past President dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO), che sottolinea come la prevenzione e il trattamento efficace delle malattie cardiovascolari non possano prescindere da un’organizzazione strutturata e continua del sistema di cura. “La cronicità è una partita che si gioca sul territorio. E purtroppo, nel corso degli ultimi decenni, non siamo riusciti a riempire di significato una parola che usiamo spesso: continuità assistenziale tra ospedale e territorio”.
Oliva osserva che i dati mostrano una disomogeneità nell’accesso e nella qualità delle cure legata alla frammentazione del Servizio Sanitario Nazionale, di fatto suddiviso in 21 sistemi regionali con politiche e risorse molto diverse. “Per questo bisogna lavorare su più piani: nazionale e regionale, coinvolgendo non solo medici e pazienti, ma anche istituzioni e decisori”.
“Abbiamo dati che indicano che spesso la terapia impostata al momento della dimissione resta invariata, anche se i controlli successivi ne suggerirebbero un adeguamento. È un segnale di criticità nel processo di presa in carico post-acuta”.
Oliva sottolinea che oggi sono disponibili terapie innovative in grado, da sole, di portare oltre il 90% dei pazienti a target. Ma questi risultati si raggiungono davvero solo quando tali trattamenti vengono affiancati dalle terapie di primo livello, che però troppo spesso il paziente abbandona lungo il percorso.
Non basta curare: bisogna accompagnare
“La campagna nasce qui, dall’ascolto”, spiega Chiara Gnocchi, Country Communications & Advocacy Head di Novartis Italia. “Ci siamo accorti che questi pazienti, pur essendo ad alto rischio, hanno spesso ancora un rapporto attivo con il medico di medicina generale. Quello che invece viene meno è la relazione con lo specialista”.
I medici di medicina generale che aderiscono all’iniziativa selezionano tra i propri pazienti coloro che non hanno a target i livelli del colesterolo LDL o non riescono a seguire correttamente la terapia, con l’obiettivo di riaprire il dialogo terapeutico e incoraggiare la prenotazione di una visita di controllo con il proprio cardiologo. Durante questi appuntamenti, i partecipanti possono incontrare cardiologi specialisti e ritirare materiale informativo dedicato alla prevenzione cardiovascolare secondaria. L’iniziativa mira a stimolare controlli medici periodici con monitoraggio dei livelli di colesterolo LDL e a rafforzare l’aderenza terapeutica.
Sono già stati coinvolti 97 medici di medicina generale distribuiti su tutto il territorio nazionale. “Il nostro obiettivo è arrivare a 130 entro la fine dell’anno. Non è sufficiente, certo, ma è un inizio concreto e mirato”.
Parallelamente in alcune Regioni, tra cui il Lazio, è stato avviato un altro canale, dove è lo specialista a richiamare attivamente i pazienti persi, cercando di reintegrarli nella presa in carico.
“Tutto questo si affianca alla comunicazione digitale e media. Abbiamo una campagna attiva online e social, perché oggi i social network rappresentano la seconda fonte di informazione per i pazienti, subito dopo il medico”.
Il sito della campagna e i canali social, aggiornati regolarmente con materiali informativi, video, testimonianze e strumenti di autovalutazione, fanno parte dell’impegno per aumentare la consapevolezza e fornire supporto continuo ai pazienti anche fuori dagli ambulatori.