Gentile Direttore,
la materia della possibile crisi della psichiatria (o degli psichiatri?) è diventata, se possibile, più incandescente dopo la presentazione del DDL Zaffini e la recente sentenza n. 76/2025 della Corte Costituzionale in materia di Trattamento sanitario obbligatorio (TSO) art 35 l. 833/1978, che aumenta le garanzie prevedendo l’obbligo di notifica al paziente dell’ordinanza del sindaco e l’audizione della persona da parte del Giudice Tutelare prima della convalida. Si tratta di due provvedimenti che possono ulteriormente destabilizzare una situazione di per sé abbastanza problematica per chi si deve occupare di disturbi mentali.
Il DDL Zaffini sulla salute mentale è stato adottato come testo basa dalla Commissione affari Sociali del Senato per la riforma del settore. Presenta aspetti critici regressivi rispetto alla L.180 che concernono in particolare: l’ampiamento e l’introduzione di nuove strutture residenziali e semiresidenziali che qualcuno giudica “manicomietti”, l’aumento della durata massima del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) da 7 a15 giorni, la codificazione della contenzione meccanica. Non entriamo più in dettaglio su altri elementi critici del DDL e rimandiamo per un approfondimento ai due articoli comparsi su QS a cura di Angelozzi (https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=123662) e Pellegrini (https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=128522).
Sul punto del TSO – che già in altre occasioni avevo definito “buco nero” della L. 180 perché come nei buchi neri astrali (buco nero è una regione dello spaziotempo con un campo gravitazionale così intenso che nulla, nemmeno la luce, può sfuggirne; si formano dal collasso gravitazionale di stelle massive al termine della loro vita) è il luogo (metaforico) dove la legge 180 “collassa” in quanto in evidente contraddizione con i suoi principi ispiratori (il malato non più visto come “pericoloso”, ma come un cittadino con diritti e bisogni, al centro del percorso di cura) – la Corte Costituzionale, finalmente si potrebbe dire, impone che vengano rispettati i diritti costituzionalmente garantiti alle persone anche se affette da disturbo mentale e così si esprime: “E’ certamente escluso che le persone, soltanto perché affette da infermità fisica o psichica, siano per ciò stesso private dei diritti costituzionali, compreso il diritto di agire e di difendersi in giudizio, in violazione del principio personalista e del principio della pari dignità sociale espressi dagli artt. 2 e 3, primo comma, Cost.”. Come scrive Pellerini su fuoriluogo (https://www.fuoriluogo.it/rubriche/la-rubrica-di-fuoriluogo-sul-manifesto/il-tso-e-i-diritti-la-parola-della-corte/) “Grazie anche alla sentenza della Corte credo possa trovare sviluppo la linea del “no restraint”, il superamento delle contenzioni, l’attenzione alla qualità e sicurezza delle cure, alla prevenzione (carte per la crisi, interventi precoci, disposizioni anticipate) e alle tutele (garanti, assistenza legale gratuita, Utenti Esperti). E’ possibile continuare la riduzione dei TSO passati da oltre 20.000 del 1981 a circa 5.000 del 2023”.
Sembra pertanto opportuno segnalare ancora una volta la necessità di non perdere l’occasione per una profonda revisione della legislazione relativa ai servizi di salute mentale e della loro deriva securitaria e medico biologica che porta all’abuso degli psicofarmaci e alla istituzionalizzazione.
Io credo che se la società civile, le famiglie e gli stessi pazienti verranno allertati e se la psichiatria dei servizi e universitaria si assumerà la responsabilità di contrastare questa deriva istituzionale e medico biologica si potrà favorire una effettiva territorializzazione del problema delle persone affette da disturbo mentale e una ripresa del processo di de-istituzionalizzazione. Certamente bisognerà che tutte le componenti delle équipes dei Dipartimenti di Salute Mentale si affranchino da un modello di psichiatria dei servizi che è medico e ospedalo-centrico e che venga istituito un Servizio Territoriale di Psicologia, inserito nel SSN che affianchi e si integri con gli attuali servizi psichiatrici. Infine che vengano valorizzati ruoli e professionalità (terapisti della riabilitazione, educatori, sociologi e assistenti sociali, infermieri ed ESP) che possano diventare protagonisti e agenti del cambiamento rispetto al modello biomedico imperante. Tutto questo comporta una crisi a livello personale (degli operatori) e sistemica (dei servizi). Saraceno, nella sua “Ultima lezione”, propone: “Per fare bene una psichiatria in punta di piedi, che tratta bene i pazienti, che impedisce che venga loro fatto del male, che apra cantieri collaborativi con il “civico”, è necessario e urgente che la cosiddetta psichiatria democratica (innovativa, alternativa, progressista, psicosociale) esca una volta per tutte dalla sua autoreferenzialità. Per andare a cercare risorse terze, culture terze, idee terze, per percorrere il nomadismo organizzativo dei diversi territori, per andare a parlare con le persone. Uscire dalla autoreferenzialità della psichiatria e dunque di tutte le psichiatrie”.
Crisi della psichiatria (delle sue basi epistemologiche e delle sue pratiche) o degli psichiatri che si trovano ad affrontare la sofferenza mentale con strumenti inadeguati sia sotto il profilo legislativo che della loro formazione? Il DDL Zaffini e la pronuncia della Corte Costituzionale sul TSO sono due occasioni per parlarne.
Dott. Renato Ventura
Psichiatra e Psicoanalista