Oncologia Italiana al bivio: tra il taglio dei posti letto ospedalieri e la incompiuta transizione verso una “simultaneous care” integrata sul territorio e a domicilio dei pazienti

Oncologia Italiana al bivio: tra il taglio dei posti letto ospedalieri e la incompiuta transizione verso una “simultaneous care” integrata sul territorio e a domicilio dei pazienti

Oncologia Italiana al bivio: tra il taglio dei posti letto ospedalieri e la incompiuta transizione verso una “simultaneous care” integrata sul territorio e a domicilio dei pazienti

Gentile direttore,
il Servizio Sanitario Nazionale si trova oggi a un bivio critico, stretto tra una crescente domanda di assistenza per i pazienti oncologici e una riduzione pianificata – ma priva di un logico potenziamento sul territorio e a domicilio – dei posti letto ospedalieri. I tumori vengono spesso trattati come un’unica entità; tuttavia, comprendono una vasta gamma di condizioni che richiedono approcci sanitari altamente personalizzati. Questa complessità è ulteriormente aggravata dalla necessità, ormai non più rinviabile, di ripensare l’intero approccio alla cura del cancro, orientandosi verso una maggiore integrazione tra ospedale e territorio e, soprattutto, verso un’implementazione diffusa delle cure palliative, con particolare attenzione al potenziale delle cure simultanee.

I segnali d’allarme sulla tenuta del sistema sono evidenti: si stima che una percentuale variabile tra il 3% e il 10% delle persone che accedono ai Pronto Soccorso abbia una storia di tumore, e di questi oltre la metà necessiti di un ricovero (3). Il nodo critico più acuto riguarda proprio la disponibilità di posti letto. Negli ultimi dieci anni, tra il 2012 e il 2022, se l’Europa ha registrato una diminuzione del 7%, l’Italia ha subito un taglio ben più drastico, pari al 10%(4)[1]. A ciò si aggiunge che i posti letto ordinari specificamente dedicati all’oncologia rappresentano appena il 2,6 % del totale nazionale (5): una carenza strutturale che incide pesantemente sulla capacità di gestire in modo efficace il flusso crescente di pazienti.

I numeri parlano chiaro: per il 2024 si stimano circa 400.000 nuovi casi di tumore, con un’incidenza che cresce con l’avanzare dell’età, passando da circa 750 casi ogni 100.000 abitanti nella fascia 55-59 anni a oltre 2.200 nella fascia 80-84 anni. Il 70% delle persone con tumore ha più di 70 anni e il 20% delle diagnosi avviene dopo gli 80, una fascia di popolazione spesso sottorappresentata nei trial clinici (6). Oncologia e geriatria appaiono inestricabilmente connesse e richiedono un pensiero ed una visione comune. Tale interconnessione è stata riscontrata anche nei risultati di una recente analisi condotta presso il Policlinico Tor Vergata e pubblicato sulla rivista Cancers (7). Prima evidenza che il nostro recente lavoro supporta e rafforza è il ruolo ben consolidato dell’invecchiamento (≥65 anni) come importante fattore di rischio per alcuni tumori, in particolare il tumore del polmone e i tumori epato-pancreatici. I pazienti anziani, infatti, si presentano spesso con una malattia in fase avanzata e con risposte terapeutiche complesse, che comportano una maggiore necessità di ospedalizzazione, ma anche di follow up e cure extraospedaliere. Alla luce di questi risultati, appare evidente che l’ospedale non possa rappresentare un setting esclusivo per il paziente oncologico anziano. Le sequele in termini di riduzione della mobilità, peggioramento del quadro cognitivo, infezioni correlate all’assistenza e loro conseguenze confermano i recenti risultati di metanalisi sull’elevato rischio di disabilità associato al ricovero nell’over 65(8).

Al trend delle malattie oncologiche, infatti, si aggiunge quello del rapido invecchiamento della popolazione italiana, tra i più marcati tra i Paesi sviluppati. Attualmente, gli over 65 rappresentano circa il 24,7% agli della popolazione agli inizi del 2025, ma si stima che nel 2050 raggiungeranno il 34,5% (9). Patologie oncologiche e invecchiamento continueranno a procedere in una crescita parallela ed è davvero necessario ripensare l’intero sistema extraospedaliero non solo per le cure palliative ma per i trattamenti in generale.

Non si devono infatti trascurare le inefficienze gestionali messe in luce dal suddetto studio effettuato dall’Università di Tor Vergata. Analizzando i ricoveri ordinari, è emerso che quelli oncologici rappresentano il 16,4% del totale e si associano a una degenza media più lunga. Il dato più preoccupante riguarda la gestione delle dimissioni: quasi la metà dei pazienti oncologici (46,8%) viene dimessa a casa senza l’attivazione di servizi di assistenza domiciliare e/o cure simultanee, con un tasso di accesso a tali servizi pari appena allo 0,2%(7). Questi numeri suggeriscono che le degenze prolungate non siano sempre dovute a una maggiore complessità clinica, ma riflettano spesso la carenza di servizi territoriali di supporto. Considerato l’elevato onere economico e organizzativo associato a una degenza prolungata, soprattutto in alcuni tipi di tumore, lo studio evidenzia la scarsa sostenibilità degli attuali modelli di cura e sottolinea la necessità urgente di una pianificazione efficace delle dimissioni.

Lo studio mette anche in evidenza come in taluni tipi di tumori, come quelli del sangue, gastrici e della vescica, l’associazione con le infezioni correlate all’assistenza sia robusta e indipendente, confermando le perplessità su tale setting. In particolare, il rischio di contrarre queste infezioni è più del doppio per i pazienti con tumori del sangue, circa 2,2 volte superiore per i tumori gastrici, e quasi 2 volte maggiore per quelli della vescica rispetto ad altre condizioni (7).

È quindi evidente che l’attuale modello centrato sull’ospedale – come sottolineato anche da AIOM – è divenuto insostenibile e non risponde ai bisogni di una popolazione che invecchia e vive sempre più a lungo con il cancro. La soluzione, indicata da numerosi esperti, risiede in un cambio radicale di paradigma. Sebbene l’Italia disponga di un impianto normativo che riconosce l’importanza delle cure palliative, l’accesso effettivo resta disomogeneo sul territorio nazionale. In questo contesto, le cure simultanee rappresentano un approccio innovativo, profondamente integrato e assolutamente necessario. Esse non si limitano alla gestione del dolore nelle fasi terminali, ma offrono un supporto globale fin dalle fasi iniziali della malattia, procedendo in parallelo al trattamento oncologico – chemioterapia, radioterapia o chirurgia. Questo vero e proprio continuum assistenziale include il sostegno psicologico per affrontare l’impatto emotivo della diagnosi, l’assistenza nutrizionale, la riabilitazione per mantenere la funzionalità fisica, e l’accompagnamento spirituale, rispondendo anche ai bisogni più profondi del paziente e della sua famiglia. Tali necessità risultano ancora più rilevanti se si considera che, in molti casi, i tumori possono essere oggi vissuti come patologie cronico-degenerative, con le quali si convive o si sopravvive. Nonostante i notevoli progressi nella sopravvivenza oncologica, si conosce ancora poco sulla qualità della vita dei sopravvissuti, sulla loro fragilità, sulle co-morbidità, sul rischio di recidive o nuovi tumori, e sul bisogno di servizi sanitari e sociali. Un recente studio multidimensionale[2] ha indagato proprio questi aspetti, evidenziando i bisogni fisici, mentali, sociali, psicologici e sanitari dei cancer survivors, al fine di proporre risposte appropriate e personalizzate. I risultati hanno mostrato che la qualità della vita dei sopravvissuti è influenzata dalla malattia e dai trattamenti, evidenziando maggiori fragilità rispetto alla popolazione generale, in particolare tra gli over 65(10). Questi dati sono fondamentali per lo sviluppo di una pianificazione multidisciplinare dell’assistenza post-oncologica, favorendo la transizione dalla gestione ospedaliera alle cure primarie.

L’integrazione precoce delle cure simultanee nei percorsi terapeutici permette di intercettare tempestivamente i bisogni complessi dei pazienti al fine di prevenire il peggioramento dei sintomi e l’insorgenza di complicanze e riducendo la necessità di ricoveri evitabili o prolungati. Questo approccio evita anche il passaggio affrettato a un ambiente puramente palliativo, consentendo l’erogazione di terapie attive finché clinicamente indicato. Si ottiene così un notevole incremento della qualità della vita, della dignità e dell’autonomia del paziente, mentre l’uso delle risorse ospedaliere viene ottimizzato, rendendo disponibili posti letto per i casi più urgenti. Investire in questo modello di cura è, in sintesi, una scelta strategica: non solo è eticamente doverosa, ma anche economicamente sostenibile per il futuro del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Non a caso, la Legge 33/2023, che riforma l’assistenza agli anziani, dedica un’attenzione particolare alle cure oncologiche. Questa direttiva sarà presto rafforzata dal nuovo decreto attuativo del Ministero della Salute, specificamente dedicato alle sperimentazioni nell’ambito della Legge 33.

Lavinia Gentile, Stefania Moramarco, Giuseppe Liotta, Leonardo Palombi

BIBLIOGRAFIA

[1] Nel 2022, l’UE contava 516 letti ospedalieri ogni 100.000 persone (erano 563 nel 2012), mentre l’Italia è passata da 342 a 308 nello stesso decennio.

[2] Proporre alla rivista un collegamento ipertestuale con l’articolo per una più facile consultazione.

L. Gentile, S. Moramarco, G. Liotta, L. Palombi

01 Luglio 2025

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