Psicologi e carcere, serve il coraggio di una critica radicale al sistema detentivo

Psicologi e carcere, serve il coraggio di una critica radicale al sistema detentivo

Psicologi e carcere, serve il coraggio di una critica radicale al sistema detentivo

Gentile Direttore,
in questi giorni fioriscono gli appelli accorati sul problema del carcere. Si parla di caldo, suicidi, sovraffollamento, carenza di personale. E si invocano le solite soluzioni di compromesso: più personale, più strutture, più sanitari. Parrebbe quasi, leggendo certi commenti, che installando un paio di condizionatori, mettendo qualche psicologo in più, diminuendo i suicidi, il sovraffollamento e le carenze di personale, il carcere potesse magicamente diventare quel trattamento “non contrario al senso di umanità e tendente alla rieducazione del condannato” riservato a chi è colpevole perché giunto ad una “condanna definitiva”, di cui parla la nostra ignorata Costituzione.

Credo che come sanitari dovremmo andare oltre il sintomo.

Il carcere è un luogo che stipa persone affette da patologie fisiche e mentali croniche, non sempre colpevoli in senso giuridico (con condanna definitiva), spesso prive di mezzi economici e culturali per difendersi, in condizioni disumane e iatrogene. In carcere le persone non guariscono, semmai si ammalano di più. Del resto è difficile guarire, rinchiusi per anni in tre o quattro o sei, in celle da 9-12 metri quadri con cesso a vista, senza alcun contatto con la società. Mi chiedo se questo è un uomo, signor Direttore.

Atul Gawande, nel suo libro ‘Con Cura’, si chiede se sia eticamente accettabile che un sanitario assista i condannati alla pena capitale nel momento dell’iniezione letale, per alleviare le loro sofferenze attraverso una procedura medicalmente impeccabile. Senza andare oltreoceano, io nel mio piccolo, come sanitario a contatto con i detenuti in Italia, mi pongo lo stesso dilemma: è giusto stare in carcere, contribuire indirettamente ad un sistema che produce l’opposto della salute? Non è una domanda oziosa: lo psicologo persegue la salute, e il codice deontologico gli impone di rispettare la dignità e l’autonomia delle persone e non partecipare ad iniziative lesive delle stesse.

Oggi non sarebbe proponibile che i sanitari uscissero dal carcere. Cesserebbe anche l’ultimo presidio di salute. In carcere si deve starci. Ma c’è modo e modo.

Possiamo stare nella nicchia ecologica che ci è stata assegnata, di stampella per le umane sofferenze. Questo significa accettare due mistificazioni: che il carcere sarebbe un luogo benevolo se solo si risolvessero tutti i suoi problemi, e che in carcere sono i detenuti ad essere malati e non è il carcere stesso ad ammalarli di più. Vestiremmo così molto degnamente il ruolo che Michel Focault ha profetizzato per noi in ’Sorvegliare e punire’: quello di sostituti igienici del boia, ingranaggi tecnici di una macchina infernale che ha rimpiazzato il supplizio dei corpi con un’economia di diritti sospesi, per non turbare la società con le scene raccapriccianti degli squartamenti e delle decapitazioni.

Oppure possiamo stare in carcere in un altro modo: interrogandoci sul senso di starci. Leggo di scelte ‘coraggiose’ invocate da certi Ordini professionali sanitari. Ma quale coraggio c’è nell’accettare supinamente questo sistema, accontentandosi di ridurne i sintomi (senza peraltro mai farlo davvero)?

Coraggioso sarebbe aprire ad una critica radicale sull’esistenza stessa del carcere. Chiedersi se sia possibile perseguire la salute, lì dentro. Se sia eticamente corretto collaborare ad un sistema che genera strutturalmente malattia. Se sia giusto sostenere con la propria presenza un sistema che si fonda sull’isolamento e sulla violenza istituzionale. Se sia scientificamente sostenibile segregare le persone dalla società in cui dovrebbero reintegrarsi.

Coraggioso sarebbe avere il coraggio di dire che chi è detenuto oggi nelle carceri italiane sconta una pena che va ben oltre la pena teorica prevista nelle sentenze, che questo è ingiusto e che l’ingiustizia genera malattia. Coraggioso sarebbe affermare con chiarezza che il sanitario persegue la salute e che si può farlo efficacemente ed eticamente solo scontando la pena fuori dal carcere, dove la persona possa vivere in condizioni umanamente accettabili ed essere a contatto con la società nella quale dovrebbe reintegrarsi.

E allora forse, a partire da questi interrogativi radicali e da queste posizioni altrettanto radicali, potremmo anche accettare di svolgere una funzione di compromesso in carcere, assistendo i detenuti senza essere complici del sistema che li ammala.

Mi spingo oltre: mi piacerebbe che in prima linea nel promuovere questo pensiero radicale sul carcere e sulla sua inaccettabilità per i sanitari ci fossimo noi psicologi. È desolante vederci mentre ci mettiamo in fila con il capo chino e il cappello in mano, a recitare il nostro pezzetto di rosario sul riscatto umano, sul senso di giustizia e sul benessere delle persone, a metà fra un mendicante e Don Abbondio, mentre invochiamo più psicologi al capezzale dei [con]dannati.

Il coraggio chiama coraggio. Se davvero ne avessimo, più di qualcuno potrebbe seguirci, anche nel mondo della giustizia.

Federico Zanon
Consigliere di indirizzo ENPAP
Coordinatore ufficio deontologico, Ordine Psicologi Veneto

Federico Zanon

08 Luglio 2025

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