Gentile Direttore,
la discussione sul fine vita è un tema delicato e complesso, che richiede un’analisi attenta di tutti gli aspetti etici, giuridici e sociali coinvolti. La nascita e la morte, pur essendo agli estremi opposti dell’esperienza umana, condividono sorprendenti assonanze simboliche, biologiche e filosofiche, ma mostrano anche profonde divergenze nei significati e nelle percezioni culturali
Assonanze tra nascita e morte La nascita è il passaggio da una vita intrauterina, protetta e silenziosa, a una vita esterna, autonoma e rumorosa. La morte: è il passaggio da una vita cosciente a un’altra dimensione – biologica (decomposizione), spirituale (secondo molte religioni) o ignota.
Entrambe sono soglie: confini tra due modi di essere.
Sia la nascita che la morte sono processi in parte biologici e in parte influenzati dalla volontà, dall’ambiente e dalla medicina. Ad esempio, cesarei programmati o eutanasie. Entrambi sono accompagnati da riti: nascita → battesimo, registrazione anagrafica, celebrazioni. Morte→funerale, commemorazioni.
In entrambi i casi, la comunità riconosce il valore simbolico dell’evento. All’inizio e alla fine della vita, l’essere umano è profondamente dipendente dagli altri. Ha bisogno di cura, protezione, amore. Entrambi gli eventi sono circondati dal mistero. Nessuno ricorda la propria nascita, e nessuno conosce con certezza la propria morte.
Divergenze tra nascita e morte La percezione culturale ed emotiva è generalmente diversa, la ascita è vista come inizio, gioia, speranza. La Morte come fine, lutto, separazione. La nascita viene celebrata, la morte spesso temuta. La nascita è espansione della vita, inizio di crescita. La morte è contrazione, fine delle funzioni vitali. La nascita inserisce nuova vita nella società, mentre la morte comporta una perdita per la società. La nascita è universalmente desiderata (tranne in contesti tragici). La morte è spesso rifiutata, negata, rimossa dal discorso comune. La nascita è vissuta dall’esterno (genitori, ostetrici), il neonato non ne ha coscienza. La morte è profondamente interiore, vissuta in prima persona con maggiore coscienza (salvo eccezioni).
Includere un medico ostetrico all’interno di un comitato etico che valuta il suicidio assistito può sembrare controintuitivo a prima vista, perché l’ostetricia si occupa dell’inizio della vita. Tuttavia, proprio per questo, la sua presenza ha un valore etico, simbolico e pratico fondamentale. Di seguito mi addentro su quali sono le ragioni del perché un ostetrico dovrebbe essere inserito nel comitato etico: un comitato etico deve rappresentare diversi punti di vista. La figura dell’ostetrico introduce una prospettiva sulla fragilità dell’esistenza umana, egli possiede una sensibilità maturata assistendo alla sofferenza e alla speranza nelle situazioni più delicate (nascite premature, diagnosi letali in utero, interruzioni di gravidanza terapeutiche).
Questa esperienza lo rende capace di affrontare anche la fine della vita con empatia ma anche razionalità. L’ostetrico partecipa a decisioni critiche, come, la gestione di gravidanze con malformazioni incompatibili con la vita, il parto in situazioni di morte fetale, il sostegno alle famiglie davanti a scelte tragiche. Questa esperienza gli conferisce una competenza etico-clinica concreta, affine a quelle richieste nel suicidio assistito: non giudicare, ma accompagnare.
L’ostetrico ha un contatto profondo con la nuda vulnerabilità umana, il corpo, il dolore, il nascere. Questa conoscenza gli dà una consapevolezza profonda della soggettività della dignità: ciò che è degno per uno, non lo è per un altro. Questa consapevolezza è fondamentale nel valutare la legittimità di una richiesta di suicidio assistito, dove non c’è una verità assoluta. Infine, dal punto di vista simbolico, avere nel comitato chi “aiuta a nascere” rappresenta non un fronte ideologico, ma un contrappeso che protegge l’equilibrio delle decisioni. Un invito costante a considerare il valore della vita anche nelle sue fasi più difficili. L’ostetrico non è solo il tecnico del parto, ma il custode del confine tra non-essere ed essere. Questa sensibilità, trasposta alla fine della vita, può aiutare a migliorare la bioetica.
Conclusione Un comitato etico sul suicidio assistito non deve essere composto solo da specialisti della terminalità o della malattia, ma anche da figure che incarnano la cura, la nascita, la relazione. Inserire un medico ostetrico significa dare voce alla medicina della speranza e ricordare che ogni fine è anche, per altri, un principio.
Come scriveva Kahlil Gibran: “La vita e la morte sono una, così come il fiume e il mare sono una sola cosa”.
Prof Antonio Ragusa,
Medico Chirurgo Specialista in Ostetricia e Ginecologia
Presidente Comitato Etico Aogoi