Nella proposta del PD sulla sanità e nella critica 5 Stelle manca un continente: la cura   

Nella proposta del PD sulla sanità e nella critica 5 Stelle manca un continente: la cura   

Nella proposta del PD sulla sanità e nella critica 5 Stelle manca un continente: la cura   

Gentile Direttore,
ho letto con interesse il documento del PD sulla Sanità, l’intervista a Marina Sereni e la critica di Ivan Cavicchi, pubblicati su QS. Propongo alcune considerazioni per approfondire il dibattito su un terreno che entrambi gli autori hanno evitato di affrontare, ma che, a mio avviso, è la radice della questione sanità: quello delle caratteristiche contemporanee della cura. Mi si consentano, tuttavia, alcune considerazioni preliminari nel merito dei testi detti.

Cavicchi ha fatto bene, a mio avviso, a ricordare a Sereni le responsabilità del PD quando ha avuto la possibilità di governare. È incontrovertibile che la gestione PD della sanità nazionale non ha contrastato, anzi, ha proseguito la tendenza neoliberista berlusconiana al sottofinanziamento del settore pubblico, alla crescita del privato e, al tempo stesso, all’appiattimento sul pensiero farmaco-centrico dominante. La bozza del PD e le parole di Sereni cercano di introdurre elementi innovativi sul ruolo dei trattamenti terapeutici multidisciplinari non farmacologici, sul ruolo dello psicologo, sulla prevenzione territoriale, ma, in assenza di una esplicita autocritica rispetto al modello e alla pratica precedenti, queste scarne aperture appaiono poco credibili. Con il rischio che, a livello di opinione pubblica, la differenza con la destra venga percepita semplicemente sulla quantità di denaro da stanziare per la sanità. Una proposta economicista che ha il fiato corto e che verrà demolita, in campagna elettorale, dalla manipolazione comunicativa meloniana.

La critica di Cavicchi cerca di individuare la radice dell’errore del PD e della sinistra in generale e di proporre “una via di uscita”. Debbo dire che l’articolo non era stringente su questo punto e allora ricorriamo al libro dall’Autore: “Articolo 32. Un diritto dimezzato”. Il libro è aperto da una Prefazione di Giuseppe Conte, dove egli traduce in politica la via di uscita di Cavicchi, “accettando di stringere (con l’Autore, evidentemente) una preziosa alleanza per restituire al diritto alla salute la sua vocazione fondamentale e universale” (p.6). Diritto che sarebbe stato perso negli ultimi 50 anni -dice Conte citando Cavicchi- dimenticando che la istituzione del servizio sanitario nazionale è del 1978. Non sono ancora 50 anni ed è evidente che quella legge di riforma è stata un salto in avanti spettacolare in termini pratici e di valori (universalismo e gratuità delle cure). Quindi, semmai questo diritto si sarebbe perso in tempi un po’ più vicini, direi con la svolta neoliberista, che ha travolto e ha cambiato pelle alla sinistra, cui cerca di rimediare la contro svolta di Schlein.

Resta il fatto, scrive Cavicchi, che la radice dell’errore starebbe proprio nella Costituzione, nell’art. 32 (quello che, inopinatamente, secondo il ragionamento di Cavicchi, ha ispirato la riforma del 1978), che esprimerebbe una contraddizione intrinseca: vorrebbe tutelare la salute senza considerare l’ambiente e l’economia. Da qui l’errore di riferirsi alla salute in termini medici. Per rafforzare la sua tesi, Cavicchi fa notare che salus significa “incolumità, integrità, salvezza, non vuol dire salute” (ibidem, p.50). Per questo, l’art.32 andrebbe riscritto da “La Repubblica tutela la salute” in “La Repubblica tutela l’incolumità e l’integrità”. Ma a ben vedere, Salus è una dea romana che è raffigurata seduta, che dà da mangiare a un serpente, che, come è noto, è il simbolo della medicina. La salute, quindi, non è separabile dalla medicina intesa come cura. Del resto, siamo essere transitori, bisognosi di manutenzione e cura, anche nella ipotetica “società armonica” senza contraddizioni, vagheggiata da Cavicchi.

Viviamo in un’epoca ipertecnologica e iperspecialistica, nella quale convivono forme spettacolari d’ intervento sull’organismo umano (biotecnologie, ingegneria genetica, trapianti) con un diffuso analfabetismo sugli aspetti di fondo della regolazione del benessere e della salute. Questo analfabetismo contemporaneo riguarda le persone, ma anche gli operatori della salute, che vivono la contraddizione tra l’aumento delle conoscenze scientifiche e la riduzione del campo di indagine e di intervento terapeutico, ingabbiato in ambiti superspecialistici.

L’effetto è una massiccia proletarizzazione degli operatori sanitari e una meccanizzazione delle terapie. Fenomeni che diventeranno notevoli con il progredire della rivoluzione tecnologica basata sulla Intelligenza artificiale. Proletari come merce a disposizione delle aziende pubbliche e private, che li acquistano a gettone, ma soprattutto come deficitari di conoscenza e di autonomia professionale, che distrugge il desiderio che è al fondamento della professione sanitaria: prendersi cura dell’altro usando la scienza e l’empatia umana. Credo che non sia possibile alcun cambiamento nella sanità, se non si prende di petto il tema dei fondamenti scientifici della cura, strettamente connessi ai fondamenti dell’economia e dell’ambiente sociale e fisico.

La conoscenza scientifica su cui si basa il bagaglio teorico-pratico a disposizione degli operatori sanitari è di tipo riduzionista. Tre sono le idee fondamentali che storicamente hanno guidato la ricerca, la clinica e l’insegnamento: 1) le malattie, che sono di regola fenomeni complessi, hanno, secondo il paradigma dominante, determinanti semplici, come i geni, le singole molecole e i recettori, indagati applicando la logica lineare di causa-effetto; 2) la psiche non può influenzare la biologia e quindi non è un fattore di salute né tantomeno di terapia; 3) l’alimentazione, l’attività fisica e il vivere in un ambiente sociale competitivo e diseguale, oltre che inquinato e tossico, non sono fattori biologici di prima grandezza, al massimo, alcuni di loro possono svolgere un ruolo sussidiario. Conseguentemente, la ricerca fisiopatologica è centrata su singoli geni e molecole e quella terapeutica sui farmaci che, quindi, assieme alla chirurgia, hanno il dominio assoluto della cura dell’essere umano, che viene frantumato in una miriade di specializzazioni mediche.

La cronicizzazione delle patologie e i rilevanti costi economici delle cure specialistiche sono anche il frutto del paradigma riduzionista e della conseguente trasmissione del sapere.

La ricerca scientifica contemporanea, in realtà, documenta nell’essere umano la interdipendenza tra sistemi biologici e sistemi psichici e, al tempo stesso, traccia le vie con cui l’inquinamento ambientale, il cambiamento climatico e lo status sociale dei singoli e dei gruppi entrano nell’organismo modificandone l’omeostasi. Questa innovativo approccio scientifico, riassunto nella Psiconeuroendocrinoimmunologia, che sta permeando settori crescenti della ricerca fisiopatologica, consente di vedere con occhi nuovi le malattie contemporanee e di prospettare approcci preventivi e di cura basati sulla integrazione strutturale tra medicina e psicologia, che utilizza un ventaglio di strumenti non solo farmacologici.

In conclusione: senza una nuova scienza che orienti una nuova cura, che integri medicina e psicologia e che quindi alimenti un rinnovato slancio degli operatori sanitari e dei cittadini e una rinnovata fiducia e partecipazione nella produzione della conoscenza scientifica, le pur giuste richieste economiche e le pur stimolanti riflessioni giuridico-sociologiche non riusciranno a battere la propaganda della destra, che si fonda sul qualunquismo culturale e sulla fuga nei miti dell’anti-scienza.

Francesco Bottaccioli
Fondatore e presidente onorario della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia (SIPNEI)

Francesco Bottaccioli 

03 Settembre 2025

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