ESC 2025: Dislipidemie, definizione e trattamenti per i pazienti a rischio estremo

ESC 2025: Dislipidemie, definizione e trattamenti per i pazienti a rischio estremo

ESC 2025: Dislipidemie, definizione e trattamenti per i pazienti a rischio estremo
Al Congresso ESC 2025 è stato presentato l’aggiornamento delle linee guida per il trattamento delle dislipidemie, che introduce una nuova definizione dei pazienti a rischio estremo, con target di LDL <40 mg/dL. Raggiungere questo obiettivo richiede strategie terapeutiche aggressive e precoci, come sottolinea il prof. Giuseppe Musumeci, che ha presentato i dati del trial CARUSO

In occasione del 75° congresso della Società Europea di Cardiologia (ESC) è stato presentato un aggiornamento mirato delle linee guida sulle dislipidemie. Rispetto al documento del 2019, una delle novità principali riguarda la definizione della categoria di rischio estremo: per questi pazienti l’obiettivo terapeutico raccomandato è un livello di LDL inferiore a 40 mg/dL. Quali sono le strategie più efficaci per raggiungere tale obiettivo? Ne abbiamo parlato con il prof. Giuseppe Musumeci, Direttore di Cardiologia presso l’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino, che ha presentato i risultati dello studio CARUSO (CARotid plaqUe StabilizatiOn).

“Fino ad oggi si considerava a rischio estremo il paziente con eventi ricorrenti, cioè chi aveva presentato più di un evento negli ultimi due anni. Da ora rientra in questa categoria anche il paziente con malattia ateromasica plurivascolare: il coronaropatico, chi soffre di arteriopatia periferica ostruttiva o chi ha subito interventi sia sulle coronarie sia sui vasi periferici”, spiega Musumeci.

Strike early, strike strong

Come sottolineato in occasione della presentazione delle linee guida, raggiungere gli obiettivi terapeutici rappresenta una sfida complessa. “Con i pazienti a rischio estremo dobbiamo essere particolarmente aggressivi per riuscire a mantenere l’LDL sotto controllo”, sottolinea Musumeci. “L’aggiornamento delle linee guida conferma il trattamento di prima linea con statine ed ezetimibe, ma in questi casi non è possibile raggiungere il target terapeutico indicato senza una terza linea di farmaci, come gli anticorpi monoclonali inibitori di PCSK9”.

Questi farmaci si legano alla proteina PCSK9, impedendole di inattivare i recettori dell’LDL e aumentando il loro risposizionamento sulla superficie dell’epatocita. In questo modo abbassano efficacemente il colesterolo LDL e riducono in maniera significativa il rischio cardiovascolare, soprattutto nei pazienti ad alto rischio.
“Il nostro approccio è quello dell’early start, che prevede l’inizio della terapia con anticorpi monoclonali già in fase intraospedaliera”, aggiunge Musumeci. “Un approccio possibile anche dal punto di vista della rimborsabilità, ormai da circa cinque anni in Italia. I dati raccolti nel nostro Paese dimostrano come questa strategia precoce riduca in modo significativo gli eventi cardiovascolari.”

Lo studio CARUSO

Durante il congresso, l’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino ha presentato i risultati dello studio CARUSO come late breaking trial. “Lo studio ha arruolato 170 pazienti con placca carotidea inferiore al 50%. I partecipanti sono stati randomizzati a ricevere evolocumab (anticorpo monoclonale anti-PCSK9) più terapia standard, oppure solo terapia standard con statine ed ezetimibe”, spiega il professore.
“I risultati sono stati estremamente favorevoli: dopo 12 mesi si è osservato un miglioramento significativo della placca e una riduzione dell’LDL del 73% nei pazienti trattati con evolocumab, rispetto al 48% del gruppo in terapia standard. Gli eventi avversi sono stati registrati nel 14% dei pazienti con evolocumab, contro il 2,5% del gruppo di controllo.”

“Alla luce dell’aggiornamento delle line guida e alla luce dei dati emersi dallo studio, è sempre più importante trattare in modo aggressivo e veloce il paziente con vasculopatia periferica e coronaropatia per ridurre gli eventi avversi cardiovascolari”, conclude Musumeci. “In questo contesto gli anticorpi monoclonali – nel caso specifico dello studio l’anticorpo evolocumab – rappresentano la soluzione migliore”.

17 Settembre 2025

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