La salute delle persone detenute: anche una questione di dati  

La salute delle persone detenute: anche una questione di dati  

La salute delle persone detenute: anche una questione di dati  

Gentile Direttore,
la tutela della salute delle persone detenute costituisce una sfida complessa. È noto, infatti, che questa popolazione è spesso affetta da diverse condizioni morbose concomitanti, come disturbi mentali, patologie croniche e malattie infettive, oltre a problematiche di salute legate alla dipendenza da sostanze illecite (1).

Il già precario quadro clinico è ulteriormente complicato da condizioni socioeconomiche spesso difficili. Le persone detenute provengono infatti da comunità svantaggiate con minori opportunità di accesso ai servizi di prevenzione e cura rispetto alla popolazione generale.

Secondo le stime dell’ultimo report dell’lnstitute for Crime & Justice Police Research (2) dell’Università di Londra pubblicato nel 2024, sono più di dieci milioni le persone detenute negli istituti penitenziari a livello globale. Dal report emerge che gli Stati Uniti sono il Paese con il più alto numero di persone detenute (1.767.200 pari ad un tasso di 531 per 100.000 abitanti), seguiti dalla Cina (dati parziali: 1.690.000; tasso 119 per 100.000) e dal Brasile (839.672; tasso 390 per 100.000).

In Italia, il Ministero della Giustizia rende disponibili sul proprio sito istituzionale informazioni aggiornate relative al numero, al profilo demografico e a quello giudiziario delle persone ospitate nei 190 istituti penitenziari italiani. Secondo questi dati, raccolti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) attraverso una specifica piattaforma informatica, al 31 agosto 2025 le persone adulte detenute erano 63.167 (tasso di 107 per 100.000 abitanti), con una componente prevalentemente maschile (2.740 donne) e una quota di cittadini stranieri pari al 31,8% del totale (20.111 persone). Alla stessa data i minori presenti negli istituti penitenziari erano 562 con una componente femminile pari a 17 (3).

Se questi e altri dati, quali ad esempio quelli relativi al Paese di provenienza, sono reperibili con una certa facilità a livello nazionale, risulta molto più difficile rintracciare informazioni sullo stato di salute. Sia in Italia sia in altri Paesi, a nostra conoscenza, non sono disponibili dati per monitorare il profilo di salute della popolazione detenuta, raccolti routinariamente e con metodologie che li rendano confrontabili.

Tuttavia, la letteratura scientifica fornisce alcune informazioni. Una recente revisione ha analizzato gli studi pubblicati negli ultimi 20 anni sulla salute della popolazione carceraria. Seppur con alcuni limiti metodologici, la metanalisi stima un’elevata prevalenza sia di malattie infettive (una persona su sei ne risulterebbe affetta) sia di disturbi mentali (una persona su dieci); questi valori risultano doppi rispetto a quelli stimati nella popolazione generale (4).

Gli studi condotti in Italia sono piuttosto parcellizzati, relativi solo a specifiche patologie o a singoli istituti penitenziari. Lo studio più ampio, sia per numerosità sia per tipologia di patologie analizzate (sei le Regioni coinvolte, con un campione di 15.751 persone detenute), è stato condotto più di dieci anni fa. Ne è emerso che, nonostante l’età mediamente giovane (39,6 anni), il 67% delle persone detenute risultava affetto da almeno una patologia, soprattutto disturbi mentali (41,3%), patologie dell’apparato digerente (14,5%), patologie infettive (11,5%) e cardiovascolari (11,4%) (5).

Un tentativo di raccogliere dati standardizzati a livello globale sulla salute delle popolazioni detenute è rappresentato dall’indagine promossa dalla Regione Europea dell’OMS nel 2020 che ha riguardato anche informazioni sulla governance del sistema sanitario penitenziario e sulla disponibilità di servizi di cura e promozione e prevenzione della salute (6). Dai risultati ottenuti ne emerge un consistente vuoto informativo: meno della metà dei 36 Paesi rispondenti ha dati disponibili su patologie sessualmente trasmissibili, patologie mentali, cardiovascolari, metaboliche e oncologiche. Inoltre, solo la metà ha un sistema di raccolta di dati compatibile con quello della popolazione generale e solo il 26% dispone di una cartella clinica informatizzata.

E l’Italia? Il nostro Paese ha fornito perlopiù dati qualitativi su alcuni elementi legati all’offerta di servizi sanitari, come quelli di prevenzione primaria e secondaria; non ha reso disponibili invece informazioni quantitative su prevalenza di patologie trasmissibili e non trasmissibili e sui principali fattori di rischio (6).

Va ricordato che il DLvo 230/1999 (7) e il successivo decreto attuativo del 2008 (8) trasferiscono le competenze in materia di assistenza sanitaria delle persone detenute dal Ministero della Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale. In particolare, va anche sottolineato, che il decreto attuativo prevede che le Regioni realizzino “una rilevazione sistematica sullo stato di salute in tutti gli Istituti di pena del territorio regionale di riferimento e forniscono dati di prevalenza e incidenza degli stati patologici, descrivendo, altresì, condizioni e fattori di rischio che ne favoriscono l’insorgenza e ne ostacolano la cura […]” (8). Tuttavia, a distanza di quasi 20 anni e nonostante la previsione normativa, non sono, ad oggi, disponibili dati a livello nazionale, come dimostrato dall’indagine dell’OMS.

È evidente che il nostro Paese ha la necessità di attivare un sistema sia di monitoraggio della salute della popolazione carceraria, comprensivo del consumo di farmaci sia di valutazione della qualità dell’offerta di servizi di prevenzione e cura. Questi sistemi devono fornire informazioni standardizzate e confrontabili tra i diversi istituti penitenziari presenti in ciascuna Regione e anche tra Regioni, per offrire evidenze robuste per supportare politiche di salute pubblica realmente inclusive.

Riconoscendo la necessità di meccanismi solidi di governance per la salute penitenziaria al fine di garantire i principi di equivalenza e integrazione dei servizi sanitari in carcere nelle politiche nazionali, l’OMS ha pubblicato il documento programmatico Good governance for prison health in the 21st century, in cui sottolinea che prendersi cura delle persone detenute sia un dovere proprio dei singoli Stati Membri (9).

In Italia, garantire il diritto alla salute negli istituti penitenziari significa, oltre che garantire un diritto costituzionale, tutelare la salute pubblica. Il carcere è un luogo di continuo interscambio tra “dentro” e “fuori”: tutto il personale che opera all’interno degli istituti detentivi (polizia penitenziaria, educatori, operatori sanitari, ecc.) e gli stessi detenuti (nuovi ingressi, immissione in libertà, trasferimenti da una casa di reclusione all’altra, permessi, ecc.) rendono di fatto il carcere un sistema “aperto”. Ne consegue quindi che la salute della popolazione penitenziaria sia anche un problema di salute pubblica.

Le carceri rappresentano anche un contesto importante per affrontare le disuguaglianze sanitarie e migliorare la salute di una popolazione svantaggiata. Paradossalmente, per le comunità più marginalizzate, il periodo di detenzione può costituire la prima reale opportunità di accesso alla prevenzione e alla presa in carico di malattie croniche e di disturbi legati alle dipendenze patologiche.

Per concludere, in virtù dell’articolo 32 della Costituzione, il quale recita “La Repubblica tutela il diritto alla salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività […]”, è opportuno ribadire che tale diritto è proprio di ogni persona, indipendentemente dalla condizione di libertà o detenzione, secondo il principio di equità nella differenza e quindi equità di informazione e accesso ai servizi di promozione, prevenzione e cura.

Cristina Morciano
Istituto Superiore di Sanità, Roma

Carla Faralli
Istituto Superiore di Sanità, Roma

Antonino Bella
Istituto Superiore di Sanità, Roma

Roberto Da Cas
Istituto Superiore di Sanità, Roma

Le opinioni espresse dagli autori sono personali e non riflettono necessariamente quelle dell’istituzione di appartenenza.

BIBLIOGRAFIA
1) World Health Organization. Regional Office for Europe. Health in prisons: fact sheets for 38 European Countries. Copenaghen: WHO Regional Office 2019.
2) Institute for Crime & Justice Police Research. World prisons population list. 14 Edition. 2024
3) Ministero della Giustizia. Statistiche. https://www.giustizia.it/giustizia/page/it/statistiche
4) Favril L, Rich JD, Hard J, Fazel S. Mental and physical health morbidity among people in prisons: an umbrella review. Lancet Public Health 2024; 9: e250-60.
5) Voller F, Silvestri C, Martino G, et al. Health conditions of inmates in Italy. BMC Public Health. 2016 Nov 16;16(1):1162.
6) World Health Organization. Regional Office for Europe. Status report on prison health in the WHO European Region 2022. Copenaghen: WHO European Regional Office 2023
7) Decreto Legislativo 22 giugno 1999, n. 230. Riordino della medicina penitenziaria, a norma dell’articolo 5 della legge 30 novembre 1998, n. 4.
8) Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 1 aprile 2008. Modalità e criteri per il trasferimento al Servizio sanitario nazionale delle funzioni sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse finanziarie e delle attrezzature e beni strumentali in materia di sanità penitenziaria – Allegato A.
9) United Nations Office on Drugs and Crime, World Health Organization. Regional Office for Europe. Good governance for prison health in the 21st century. Copenaghen: WHO Regional Office 2013.

Cristina Morciano, Carla Faralli, Antonino Bella e Roberto Da Cas

24 Settembre 2025

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