Gentile Direttore,
nel 2021, il Parlamento ha approvato una legge, da me fortemente voluta come deputato, che istituiva le Scuole di Specializzazione in Cure Palliative. Un traguardo atteso da anni, frutto di un lungo lavoro collettivo, politico e culturale, che finalmente riconosceva dignità e struttura ad una delle aree più complesse e umane della medicina: l’accompagnamento del paziente nel tratto finale della vita. Oggi, a distanza di quattro anni, ci troviamo di fronte a un dato sconfortante: solo il 40% dei posti disponibili è stato coperto. Un segnale chiaro di un sistema che non è riuscito a rendere attrattivo un percorso fondamentale, né a valorizzarlo sul piano formativo e professionale.
Le ragioni di questo fallimento sono diverse, ma tutte riconducibili a precise scelte (o non-scelte) politiche e istituzionali.
Anzitutto, manca ancora il settore scientifico-disciplinare specifico per le Cure Palliative. Senza questo riconoscimento accademico, la disciplina resta di fatto “invisibile” nei percorsi universitari, senza una collocazione autonoma e stabile.
In secondo luogo, le Cure Palliative continuano a essere assenti e quindi non insegnate nella maggior parte dei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia del nostro Paese. La maggior parte dei neolaureati arriva alla fine del proprio percorso senza aver mai approfondito, o nemmeno incontrato, il tema dell’accompagnamento nella fase terminale della malattia. Un vuoto formativo che si riflette inevitabilmente anche nella scelta delle specializzazioni.
A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge la mancata equipollenza tra la nuova specializzazione in Cure Palliative e altre aree affini come oncologia, geriatria, neurologia, anestesia, medicina interna. Un’assenza che genera incertezza, ostacola il riconoscimento delle competenze e penalizza decine se non centinaia di medici che da anni operano con dedizione e professionalità in questo ambito.
Senza un decreto che chiarisca ruoli, accessi e percorsi professionali, la neonata specializzazione rischia di restare isolata, scarsamente attrattiva e senza prospettive concrete.
A tutto questo si aggiunge un disinteresse istituzionale che purtroppo non è nuovo. Le reti di Cure Palliative previste dalle normative esistono spesso solo sulla carta: mancano i finanziamenti, mancano gli organici formati, mancano strutture adeguate e coordinamenti operativi capaci di rispondere davvero ai bisogni dei cittadini.
L’ultimo segnale preoccupante è arrivato con il rinnovo della Sezione ministeriale per le Cure Palliative, da cui sono stati esclusi persino i presidenti delle principali società scientifiche del settore, la SICP e la FEDCP. Una scelta che ha il sapore di una chiusura politica e culturale e che mortifica anni di lavoro, ricerca e confronto di una comunità scientifica che ha sempre messo al centro il valore della cura.
Il rischio oggi è che lo sforzo compiuto nel 2021 venga disperso, che le Scuole di Specializzazione restino vuote, che si perda l’occasione di formare una nuova generazione di medici in grado di garantire una medicina che non guarisce, ma cura, che accompagna e che non abbandona.
Le Cure Palliative non sono un ripiego. Non sono la medicina “del fallimento”. Sono, al contrario, una delle espressioni più alte della responsabilità medica e civile.
Servono scelte chiare e coraggiose. Servono politiche coerenti con i diritti che abbiamo scritto nelle leggi, ma che ancora non trovano applicazione nella realtà.
Il diritto a non soffrire, a non essere lasciati soli, non può restare solo una dichiarazione d’intenti ed è tempo di agire.
Giorgio Trizzino