Gentile Direttore,
il report rilasciato recentemente dall’Ocse sull’invecchiamento della popolazione e le sue implicazioni sia per il settore della domanda di cure (sociali e/o sanitarie) sia per quello delle finanze pubbliche rappresenta uno strumento utile alla comprensione della complessità delle sfide che affronteremo in questo settore nei prossimi anni. Tra tali sfide troviamo la potenziale esplosione della spesa ospedaliera e di quella dedicata all’assistenza a lungo termine sia esse residenziale o domiciliare, la difficoltà per il bilancio dello stato del combinarsi di aumento del numero delle pensioni e diminuzione della forza-lavoro, necessita di indirizzare efficacemente la formazione nel settore delle cure alla persona anche di manovrare con una visione la leva dell’immigrazione.
Una prima osservazione interessante del rapporto è che se la spesa sanitaria pubblica nell’insieme dei paesi Ocse è salita di circa 4 volte tra il 1990 ed il 2022, quella per le cure continuative (sempre pubblica) è salita di 14 volte. Anche considerando la diversità dei volumi di spesa (più piccolo è il volume più alto è l’incremento percentuale in presenza di una spinta in questo senso come quella dell’invecchiamento della popolazione), la differenza colpisce.
Inoltre.. “..La spesa pubblica per l’assistenza a lungo termine (LTC) continuerà a crescere rapidamente nei prossimi decenni, soprattutto poiché la quota della popolazione di età pari o superiore a 80 anni sta aumentando rapidamente. Secondo un recente studio dell’Ocse, la spesa pubblica per l’LTC dovrebbe raggiungere il 2,3% del PIL entro il 2040, con una crescita reale annua del 4,1%. L’invecchiamento della popolazione, da solo, rappresenterà circa il 40% dell’aumento stimato nei prossimi due decenni, seguito dagli effetti del reddito e dalla partecipazione femminile alla forza lavoro, che costituisce un indicatore dell’offerta di assistenza informale e, di conseguenza, aumenta la domanda di assistenza formale a lungo termine.
L’impatto complessivo dell’invecchiamento sulla spesa per l’LTC dipenderà dalla copertura della popolazione e dal grado di generosità dei sistemi di LTC, nonché dalla composizione della spesa per LTC, che a sua volta può influire sulla spesa pubblica complessiva.”
Il modello attuale di Cure a Lungo Termine in Europa varia soprattutto nel mix tra cure domiciliari o residenziali ed anche la spesa varia molto: si va dalla Danimarca e la Svezia che spendono in percentuale sul PIL più del doppio della media Ocse all’Italia, la Spagna e la Francia che spendono circa la metà della stessa media. La complessità del tema non permette di affidarsi a soluzioni uniche, ma indica in un mix di fattori da governare la possibilità di trovare una quadra tra le esigenze di bilancio e la soddisfazione della domanda di salute che si accompagna all’invecchiamento della popolazione. In quanto professionisti della sanità pubblica il fattore che ci interessa di più tra quelli indicati dal rapporto come in grado di rendere questo equilibrio sostenibile nel tempo è rappresentato dal favorire il più possibile l’invecchiamento in buona salute attraverso interventi a livello di popolazione possibilmente già nelle età precedenti i 65 anni. Si tratta di una strategia a medio-lungo termine che, come la maggior parte degli interventi di prevenzione, sta già funzionando e mostrerà pienamente i suoi benefici effetti a livello di popolazione nel corso dei prossimi 10-20 anni.
Parallelamente è necessario mettere a punto un sistema di cure integrate socio-sanitarie che sia in grado di rispondere in tempi più brevi alle necessità contemporanee di bilancio e di cure.
Oggi la composizione della spesa per le Cure a Lungo Termine in Italia è fortemente sbilanciata verso il residenziale che assorbe circa l’80% delle risorse rispetto al domiciliare, che ne assorbe circa il 20%. L’inversione di questo rapporto è una delle chiavi per soddisfare le esigenze di bilancio, ma allo stesso tempo viene incontro al diffuso desiderio della popolazione anziana di non finire i propri giorni necessariamente in un’istituzione quando, con le proprie risorse socio-economiche e con i servizi domiciliari e territoriali, per ora limitati e frammentari, non si riesce a rispondere alla necessità di essere curati e condurre una vita dignitosa.
Allo scopo di raggiungere l’obiettivo di offrire una qualità della vita sempre migliore alla popolazione anziana e di migliorare l’efficienza della spesa pubblica in questo settore lo Stato italiano si è dotato di una legge, la 33/2023, “Deleghe al Governo in materia di politiche in favore delle persone anziane” corredata dai successivi decreti attuativi, che, oltre a rappresentare un quadro di riferimento culturale per le politiche di sostegno all’invecchiamento in buona salute, costituisce una cornice estremamente avanzata e moderna all’interno della quale collocare i necessari processi di riforma dell’assistenza extra-ospedaliera, a cominciare dalla lungamente rincorsa integrazione socio-sanitaria.
La legge 33 è infatti un contenitore che crea le condizioni per sperimentare nuovi modelli assistenziali che abbiano al centro procedure unificate (non più separate tra sociale/comuni e sanitario/ASL) di valutazione e di erogazione dei servizi domiciliari e territoriali.
In questo contesto si iscrive la prima sperimentazione nazionale di tale modello, il progetto ANCHISE, finanziato dalla Regione Lazio – Assessorato alle Politiche Sociali, coordinato dal Prof Leonardo Palombi, e condotto da un consorzio di enti pubblici composto dal capofila, l’Università di Roma Tor Vergata – dipartimento di Biomedicina e Prevenzione, dal Policlinico Tor Vergata, dalla ASL Roma 2, da Roma Capitale e dal VI° Municipio di Roma.
ANCHISE prevede di includere i soggetti cosiddetti Frequent Users del Pronto Soccorso del Policlinico Tor Vergata e i pazienti che rischiano di permanere in ospedale troppo a lungo, in percorsi di assistenza extraospedaliera gestiti congiuntamente dagli enti del consorzio con la collaborazione di enti del terzo settore per offrire assistenza domiciliare, co-housing, centri diurni e sorveglianza territoriale preventiva in un mix che pone al centro le necessità della persone e della sua famiglia. L’obiettivo è ridurre la percentuale di soggetti che è costretta dall’assenza di alternative ad un uso improprio delle risorse ospedaliere.
A questo intervento a partenza dall’ospedale se ne affianca un altro a partenza dal territorio, che consiste nel monitoraggio attivo degli ultra80enni allo scopo di contrastare l’isolamento sociale, ridurre il rischio di cadute, prevenire la malnutrizione, gestire la polifarmacoterapia rilevare precocemente segnali di decadimento cognitivo. La sperimentazione è attualmente nella fase di messa a punto del protocollo di valutazione multidimensionale della fragilità biopsicosociale e della domanda di assistenza, e di intervento integrato; l’inizio della fase operativa è previsto per il mese di gennaio 2026 e la sua conclusione per dicembre 2027.
È fortemente auspicabile che a questa sperimentazione ne seguano molte altre in modo da permettere un rodaggio ampio del nuovo modello di assistenza, perché lo si possa estendere il più possibile alle diverse aree del paese che hanno spesso esigenze complesse diverse: si pensi solo al tema delle aree interne dove la composizione della popolazione è spesso anche più sbilanciata che nelle grandi città. Tuttavia, questo processo richiede un urgente cambio di passo anche da parte delle associazioni professionali e dei professionisti tutti: si tratta di investire su un grande processo di riforma che tocca la quotidianità della maggior parte delle famiglie italiane e che richiede uno sforzo collettivo per immaginare e realizzare processi assistenziali nuovi basati sulla collaborazione tra diverse professioni e sul coinvolgimento dei pazienti.
Prof. Giuseppe Liotta,
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”