Gentile Direttore,
operando da oltre dieci anni nei servizi psichiatrici inglesi, dopo aver lavorato in Italia per vari decenni e sperimentato la transizione dall’ospedale psichiatrico al territorio, la lettura del Piano di Azione Nazionale sulla Salute Mentale 2025-2030 mi lascia vari dubbi. La suddetta transizione dall’ospedale psichiatrico al territorio nello spirito della legge 180/1978 è stata un fatto di grande portata in quanto espressione del processo di deistituzionalizzazione sviluppatosi in diversi paesi e volto a rinnovare la società nel suo complesso. Ma le molteplici esperienze sviluppate in Italia secondo i principi della legge180 sembra non abbiano lasciato grandi segni in coloro che hanno predisposto tale documento. Ho l’impressione infatti di leggere qualcosa in linea con gli attuali servizi di salute mentale inglesi che, nonostante alcuni progetti anglosassoni siano stati e continuino ad essere per noi di notevole ispirazione, purtroppo oggi appaiono versare in situazione molto critica e non sembra proprio rappresentino esempi da imitare.
Molti malesseri umani non sono da considerarsi malattia in senso stretto e il ricorso inappropriato a interventi clinici può portare a scotomizzare problemi interpersonali, culturali e sociali che hanno a che fare invece con altri aspetti della vita. Il PANSM ruota eccessivamente intorno al modello di malattia secondo la ben nota visione psicopatologica statunitense del DSM, diffusa capillarmente a livello globale fin dal 1980 proprio quando, e soprattutto in Italia, si era sviluppata una forte critica verso il modello di malattia e si cercavano modelli psicosociali territoriali innovativi. Il paradigma bio-psico-sociale purtroppo negli ultimi anni vede nei fatti una preponderante prevalenza dell’aspetto “bio” mentre gli aspetti “psico” e “sociale” rimangono in coda, tanto da fare ritenere che sarebbe più appropriato definirlo come paradigma bio-bio-bio.
In Inghilterra i servizi pubblici per la salute mentale sono articolati in Aziende per la Salute Mentale (Mental Health Trust) separate dal resto dei servizi sanitari. Il vecchio ospedale psichiatrico è stato sostituito da piccoli reparti a varia intensità di cura. I team ospedalieri sono autonomi rispetto a quelli territoriali. I team per la crisi, compreso il Place of Safety (il luogo dove i pazienti vengono condotti direttamente dalla polizia) sono per lo più annessi a tali reparti, accanto ai quali si trovano in genere anche i reparti forensi. In tali ambienti può venire collocata anche la maggior parte del personale apicale manageriale, amministrativo e clinico dell’Azienda.
La gran parte dei ricoveri nei reparti psichiatrici è coercitiva. Gli interventi obbligatori sono 8 volte più frequenti che in Italia -Mental Health Europe 2018-. La popolazione immigrata è sottoposta a misure obbligatorie molto più frequentemente rispetto a quella autoctona (5 volte tanto per i ricoveri ospedalieri e 10 volte tanto per i trattamenti domiciliari obbligatori -Mind/ROTA 2022-). Tale grande discrepanza fra la popolazione immigrata e quella autoctona fa veramente pensare se la salute mentale non continui a essere inappropriatamente usata in alcune situazioni come strumento di controllo sociale. Si esce dall’ospedale molto spesso con un farmaco depot e in regime di somministrazione obbligata a domicilio (Community Treatment Order), pena nuovo ricovero ospedaliero con procedura abbreviata. Chiara quindi la prevalente visione clinica, ospedalocentrica e coercitiva dei servizi inglesi imperniata sul modello di malattia. Anche i centri di salute mentale territoriali risentono di tale impostazione e stentano a sviluppare una cultura più diversificata rispetto a quella clinica.
Da quanto sopra detto sembra lecito pensare che un movimento di transizione dal momento clinico a quello comunitario oggi sia più che mai opportuno per contrastare la tendenza all’aumento delle cure coercitive e alla iperclinicizazione diffusa; la prima tende a infrangere diritti personali fondamentali e la seconda a scotomizzare aspetti importanti personali, interpersonali, culturali e politico-sociali. Aspetti questi ultimi che dovrebbero essere rinforzati per bilanciare opportunamente il cosiddetto sapere globale, legato alle nuove e sempre più dilaganti tecnologie, con il cosiddetto sapere locale legato invece ai rapporti personali diretti e alla cultura autoctona di ciascuna comunità. Il problema è che di fronte alla pervasività del suddetto sapere globale, sembra che le comunità stiano perdendo sempre più la loro cultura specifica che è parte fondamentale della loro identità e resilienza.
Si tratta quindi di contribuire alla costruzione/ricostruzione del tessuto delle comunità e ciò si può attuare attraverso una collaborazione alla pari fra le varie organizzazioni territoriali per la realizzazione di progetti innovativi co-creati con i soggetti di ciascun territorio, servizi inclusi: un chiaro lavoro di prevenzione primaria. Speriamo che le esperienze italiane nello spirito della legge 180continuino a svilupparsi e a favorire un appropriato bilanciamento fra interventi clinici e psicosociali e a porsi quindi come protezione di fronte ai pericoli di iperclinicizzazione e dell’uso della salute mentale come strumento di controllo sociale.
Pino Pini