Gentile Direttore,
il SSN è alla affannosa ricerca di risorse e soluzioni per i suoi tanti punti critici. A seconda del punto di vista i fattori su cui si concentra l’attenzione sono tanti e diversi, dalla crisi della medicina di famiglia alla crescita della sanità privata nelle sue diverse forme, passando per il sottofinanziamento, la perdita di appeal da parte del lavoro nella sanità pubblica e l’eterno problema delle liste di attesa. Ma l’elenco si può di molto allungare come la lettura anche di questo numero di Quotidiano Sanità dimostrerà sicuramente. Un problema che a me pare gigantesco che però riceve pochissima attenzione è quello degli sprechi e in generale delle ricadute deleterie della gestione delle strutture sanitarie da un punto di vista edilizio e cioè della loro manutenzione e del loro rinnovamento.
Un problema così grosso e così trascurato da ricordarmi l’espressione “mucca nel corridoio”, ennesima invenzione dell’Onorevole Bersani. Lo stesso libro “Codice rosso” di Milena Gabanelli e Simona Ravizza (Edizioni Fuori Scena, 2024), che davvero non fa sconti sui problemi della nostra sanità pubblica, non ne fa cenno. Eppure tutti i ritardi nel completamento delle strutture finanziate col PNRR stanno lì a dimostrare che essi rappresentano solo la (si scusi la banalità della espressione) punta dell’iceberg di un fenomeno molto più grosso e cioè i ritardi che caratterizzano in generale il completamento e soprattutto la messa in funzione delle nuove strutture sanitarie pubbliche a partire dagli ospedali.
A solo titolo di esempio, ma ogni Regione di esempi può fare i suoi, nelle Marche di recente con una sua delibera, la 407 del 15 ottobre 2025, l’Anac (Autorità Nazionale Anti Corruzione) ha secondo l’espressione usata dalla stampa locale “fatto a pezzi” la gestione del nuovo ospedale dell’INRCCS INRCA a sud di Ancona parlando di frazionamento e uso improprio delle varianti (saremmo alla nona) con un aumento vertiginoso dei costi e soprattutto un allungamento abnorme dei tempi. Struttura decisa nel 2008, prima pietra posata nel 2014, finta inaugurazione della facciata pochi mesi fa prima delle elezioni regionali e inaugurazione vera slittata al 2027 se tutto andrà bene. Si tratterà di trovare le risorse per le apparecchiature e soprattutto di trovare il personale per un ospedale che se da una parte assorbirà quello delle due strutture ospedaliere che vi confluiranno, dall’altra prevedrà in più una terapia intensiva che nessuno dei due ospedali ha e, di fatto, un DEA che pure al momento nessuna delle due attuali strutture ha.
Ovviamente a distanza di così tanti anni dalla sua ideazione è normale che un ospedale abbia perso molto del suo senso originale e che abbia bisogno di un vigoroso ridisegno. Nel (lunghissimo) periodo necessario perché una nuova struttura ospedaliera venga realizzata e resa operativa (per l’Italia si parla di dieci anni, ma dati recenti e affidabili al riguardo mancano:
https://www.quotidianosanita.it/regioni-e-asl/articolo.php?articolo_id=55361)
non solo i costi aumentano, ma nella struttura che viene dismessa (ad ogni nuovo ospedale ne corrispondono uno o più che vengono dismessi) si continuano a sostenere i costi degli interventi manutentivi, si deve provvedere alla obsolescenza delle attrezzature e più in generale si mantengono tutti i fattori critici che avevano determinato la scelta di costruire una nuova struttura.
Le dimensioni della mucca, proprio perché sta in corridoio, non sono note con precisione, ma la situazione delle Marche qualche idea la può dare pur nella sua specificità e anomalia. Al momento sono in via di completamento tre ospedali decisi dalle precedenti Giunte della coalizione alla opposizione dal 2020, mentre la coalizione al governo da allora e recente vincitrice delle regionali che si sono tenute lo scorso settembre ha previsto tre nuovi ospedali e sei nuove palazzine DEA in altrettanti ospedali. L’ospedale oggetto della delibera dell’Anac è uno dei tre in via di completamento e ovviamente anche gli altri due (uno in particolare) stanno conoscendo ritardi e un incremento consistente dei costi. Nulla fa pensare che andrà molto meglio con gli ospedali del futuro visto che a gestirli sarà la stessa compagine politica e tecnica del presente. Oltretutto nel caso delle Marche si tratta di un programma di edilizia ospedaliera che già parte sottofinanziato per diverse centinaia di milioni sulla base dei quadri economici resi pubblici e confrontati con analoghi programmi di altre Regioni.
Il modo più semplice per cominciare ad affrontare un tema così rilevante potrebbe essere quello di limitare il numero degli ospedali e quindi di conseguenza il numero degli ospedali nuovi in applicazione del DM 70 del 2015. La esperienza delle Marche insegna che il Ministero della Salute di fatto non controlla più né gli atti di riordino regionali delle reti ospedaliere né i programmi di edilizia ospedaliera. A questo punto la speranza è che sull’insieme di “storture” legate a questi problemi cada almeno l’occhio della Corte dei Conti e dell’Anac, ma se così fosse gli interventi sarebbero tardivi e rappresenterebbero una sconfitta evidente per il Ssn incapace di trovare al proprio interno le competenze per arginare i fenomeni qui ricordati, che sono tutt’altro che nuovi, ma che ancora rappresentano purtroppo una mucca nel corridoio, tanto sono contemporaneamente gravi e trascurati.
Ma gestita meglio la fase programmatoria nella edilizia sanitaria pubblica rimane il dramma della farraginosità e inefficienza dei processi di gestione degli interventi veri e propri. Il Ssn non si può permettere che di tutto questo nemmeno ormai ci si ricordi più quasi che si trattasse di un fenomeno “naturale” o comunque troppo complesso da poter essere affrontato in tempo utile. Si tratta invece di un nodo cruciale da affrontare con soluzioni anche straordinarie, come (la butto lì) la creazione di una Agenzia ad hoc.
Claudio Maria Maffei