Gentile Direttore,
in Italia solo il 3,4% della spesa sanitaria è destinato alla salute mentale (Ambrosetti, 2025), contro una media europea del 6-7% (OCSE, 2021). È un divario che pesa sui bilanci e sui cittadini: secondo il Censis (2022), il disagio psicologico non trattato costa al Paese oltre 12 miliardi l’anno in produttività perduta e pensionamenti anticipati. Nel 2023, secondo il Rapporto Salute Mentale del Ministero della Salute, si sono registrati 573.663 accessi ai Pronto Soccorso per disturbi psichiatrici, pari al 3,1% del totale degli accessi, e circa il 13% di questi casi ha richiesto un ricovero. I dati delle sorveglianze Passi e Passi d’Argento dell’ISS indicano inoltre che circa il 6% degli adulti italiani riferisce sintomi depressivi. Dietro i dati, però, ci sono persone e bisogni.
Le esperienze regionali mostrano che un’altra strada è possibile. L’Emilia-Romagna già da anni ha integrato la figura dello psicologo nelle strutture sanitarie territoriali prima e nelle Case di Comunità poi, la Campania ha istituito lo psicologo di base nel 2020, il Piemonte ha attivato progetti di cure primarie nel 2022, la Lombardia — con la L.R. n. 1/2024 — ha creato un servizio regionale di psicologia delle cure primarie e un Osservatorio dedicato. Ma senza una legge nazionale queste esperienze restano frammentate, e la salute mentale rimane una questione locale.
Le Regioni poi, si muovono con approcci differenti, spesso legati alla propria storia sanitaria, pertanto dove esistono reti territoriali consolidate, lo psicologo lavora in équipe multidisciplinari; altrove la sua presenza assume forme diverse, a volte legate alla consulenza o alla collaborazione con i MMG e PLS.
Oltre alla presa in carico precoce, lo psicologo delle cure primarie ha un ruolo strategico di connessione tra i diversi livelli di cura e le realtà territoriali. Lavora in rete con medici di base, pediatri, servizi specialistici, scuole e istituzioni locali, prevenendo la frammentazione e orientando il cittadino verso il percorso più adeguato. È una figura di raccordo e di prevenzione, capace di leggere i bisogni psicologici di un territorio, individuare criticità emergenti e progettare interventi mirati. Tale figura si inserisce in un modello di presa in carico globale della persona, che unisce dimensioni fisiche, psicologiche e sociali, superando la frammentazione dei percorsi e restituendo al pazienta senso di continuità. Il suo approccio si riferisce al paradigma della sanità d’iniziativa, che sostituisce la logica della medicina d’attesa, dunque non attesa il sintomo, ma intercettazione precoce. Promuove la prevenzione, riduce l’uso improprio di farmaci e la medicalizzazione della sofferenza psichica, valorizza la collaborazione tra professionisti e rafforza il legame fra sanità e comunità.
In questa prospettiva, lo psicologo delle cure primarie non è solo un clinico, ma una figura che connette la dimensione psicologica, medica, sociale ed educativa. Esperienze internazionali ci aiutano a fare chiarezza. L’Inghilterra, già grazie all’integrazione di psicologi nelle cure primarie, ha ridotto l’uso di farmaci e le visite improprie dai MMG, e con il programma Improving Access to Psychological Therapies ha generato risparmi per oltre 270 milioni di sterline al NHS, con un ritorno economico quadruplo per ogni sterlina investita ed effetti positivi sulla diminuzione dell’assenteismo nei luoghi di lavoro. Circa il 67% dei pazienti che completano un ciclo di trattamento registra un miglioramento clinico affidabile, e il 51% raggiunge una completa remissione dei sintomi di ansia o depressione (NHS England, 2023). Il DM 77/2022, sulla base delle indicazioni della Missione 6 del PNRR, ha già tracciato la strada verso modelli territoriali e multidisciplinari, mirando a rendere stabile e strutturale la presenza dello psicologo nelle cure primarie all’interno delle Case di Comunità e nelle equipe mediche.
È per questo che il testo unificato C. 1140 in discussione alla Camera, che prevede l’istituzione dello psicologo di cure primarie e livello nazionale, rappresenta un passaggio decisivo: significherebbe superare le disuguaglianze regionali e garantire un diritto universale, quello di accedere a un sostegno psicologico tempestivo. Una legge nazionale consentirebbe anche di definire in modo chiaro ruoli e competenze delle diverse figure psicologiche — di base, di comunità e di cure primarie — rendendo il sistema più coerente ed efficace. La salute mentale non può più essere considerata ai margini del SSN, tra esperienze locali e silenzi normativi, ma deve essere riconosciuta come parte essenziale della salute pubblica, non un servizio accessorio, ma un diritto garantito.
Giulia Folloni
Dott.ssa in Psicologia dello Sviluppo e dei Processi di Tutela – Tirocinante in area clinica ospedaliera