Sanità accreditata e SSN: riportare il dibattito sui fatti

Sanità accreditata e SSN: riportare il dibattito sui fatti

Sanità accreditata e SSN: riportare il dibattito sui fatti

Gentile Direttore, negli ultimi giorni è tornata nel dibattito pubblico la proposta di nazionalizzazione della sanità privata accreditata, rilanciata dal senatore Andrea Crisanti...

Gentile Direttore,
negli ultimi giorni è tornata nel dibattito pubblico la proposta di nazionalizzazione della sanità privata accreditata, rilanciata dal senatore Andrea Crisanti. Una proposta che utilizza un linguaggio forte e simbolico ma che rischia di generare confusione su come funzioni realmente il Servizio Sanitario Nazionale.

Ritengo utile riportare il confronto su basi tecniche e istituzionali, nel rispetto della complessità del sistema e delle responsabilità che esso comporta.

Nel SSN esiste una distinzione fondamentale, spesso poco compresa: lo Stato, attraverso le Regioni e le Province autonome, finanzia esclusivamente le ASL di residenza, con un meccanismo capitario che assegna mediamente circa 2.100/2.200 euro annui per assistibile, indipendentemente dall’effettivo utilizzo dei servizi sanitari.

Tutti gli altri soggetti del sistema (aziende ospedaliere, IRCCS, ASL non di residenza, strutture pubbliche e private accreditate) non sono finanziati ma remunerati a prestazione, sulla base di tariffe pubbliche definite a livello nazionale e regionale.

Questa distinzione non è marginale: è uno degli elementi strutturali su cui si regge l’equilibrio del SSN e ignorarla porta a rappresentazioni distorte del ruolo svolto dai diversi attori.

Le strutture private accreditate non ricevono finanziamenti automatici, non operano su base capitaria, non hanno rendite garantite. Erogano prestazioni per conto del Servizio Sanitario Nazionale solo se autorizzate, solo se richieste, solo se rimborsate.

In assenza di attività, non vi è remunerazione.

Parlare di nazionalizzazione significa dunque ipotizzare un cambiamento radicale: lo Stato dovrebbe farsi carico non solo delle prestazioni, ma anche della proprietà di immobili e tecnologie, dell’assorbimento del personale, dei costi fissi, degli investimenti e dei rischi gestionali. Un’operazione di questa portata non risulta, ad oggi, accompagnata da studi di fattibilità economica né da ipotesi di copertura finanziaria.

Un secondo elemento merita poi attenzione: si afferma spesso che pubblico e privato accreditato operino con le stesse regole, gli stessi controlli e gli stessi obblighi. Sul piano normativo è corretto ma sul piano operativo, l’esperienza quotidiana mostra una realtà più articolata.

Le strutture private accreditate sono sottoposte a sistemi di controllo continui e stringenti, con standard tecnologici, organizzativi e di personale che, se non rispettati, comportano immediati rilievi o sospensioni dell’attività. Non sempre le medesime criticità vengono affrontate con pari tempestività nelle strutture pubbliche, anche per ragioni strutturali note.

Questo non è un giudizio di valore ma un dato di fatto che smentisce l’idea secondo cui la proprietà pubblica, di per sé, garantisca automaticamente maggiore qualità o maggiore controllo. Il nodo centrale resta l’organizzazione del sistema, non la natura giuridica del soggetto che eroga la prestazione.

Un ulteriore tema frequentemente richiamato nel dibattito riguarda la distribuzione dei casi clinici in relazione al livello di complessità assistenziale. E’ noto che i sistemi di rimborso a tariffa fissa possono incentivare una maggiore concentrazione delle strutture su prestazioni programmabili e standardizzate, mentre i casi caratterizzati da elevata complessità clinica, urgenza o fragilità sociale tendono a essere presi in carico prevalentemente dai grandi presidi pubblici. Si tratta di una dinamica strutturale del sistema, che non può essere affrontata attraverso il cambiamento della natura proprietaria degli erogatori ma richiede una corretta revisione delle tariffe, una più adeguata ponderazione della complessità assistenziale e una reale integrazione tra ospedale, territorio e servizi dedicati alla cronicità e alla fragilità.

Va inoltre ricordato che molte strutture accreditate non dispongono di Pronto Soccorso e non sono quindi chiamate a gestire l’urgenza indifferenziata o il paziente sociale. Questa configurazione deriva da scelte di programmazione pubblica, non da una sottrazione arbitraria di responsabilità.

Infine, un dato spesso trascurato: in numerose regioni il budget destinato alle prestazioni erogate dai privati accreditati è contingentato non per inefficienza ma per l’opposto. Perché tali strutture, a parità di tariffa, sono in grado di erogare un volume di prestazioni superiore a quello che il sistema pubblico riesce a rimborsare. Una capacità produttiva che, se governata in modo appropriato, potrebbe contribuire in maniera significativa alla riduzione delle liste d’attesa.

La sanità italiana affronta sfide profonde: carenza di personale, invecchiamento della popolazione, aumento delle cronicità, fragilità sociali, debolezza dell’assistenza territoriale. Nessuna di queste criticità si risolve modificando la proprietà degli erogatori. Difendere il Servizio Sanitario Nazionale significa rafforzarne il funzionamento reale, utilizzando in modo coerente e responsabile tutte le sue componenti, pubbliche e accreditate, nel rispetto di regole chiare, controlli efficaci e finanziamenti adeguati.

La nazionalizzazione, oggi, non rappresenta una riforma strutturale. Rischia piuttosto di essere una semplificazione narrativa che allontana l’attenzione dalle soluzioni necessarie.

Luca Pallavicini
Presidente Nazionale Confcommercio Salute

Luca Pallavicini

07 Gennaio 2026

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