Gentile Direttore,
perché abbiamo studiato medicina? Per aiutare il prossimo. Per dedicare l’intera vita al Bene fondamentale: la salute. Per essere accanto alle persone quando soffrono, quando questo Bene primario viene meno. Per prendersi cura degli altri in ogni declinazione e sfumatura che i medici conoscono: al di là del prescrivere esami e medicine, al di là del referto specialistico, al di là del certificato per gli usi consentiti dalla legge.
Per intravedere l’anima delle persone sedute di fronte a noi, entrare in contatto con le loro paure, la loro disperazione, e restare lì, dentro a quell’angoscia, insieme.
Per accompagnarle, sorreggerle, stringersi la mano prima di dirsi addio e grazie: per quello che è stato fatto, per quello che è stato imparato.
Ho iniziato a lavorare in ospedale nel 2010 e ho visto, e vissuto, la possibilità concreta di fare tutto questo, con la consapevolezza che, nonostante la fatica, le ore di straordinario, il peso della responsabilità, la strada fosse quella giusta. Potevo fare ciò per cui sentivo di essere nata.
Sono trascorsi sedici anni e il mondo della sanità è cambiato in modo spaventoso.
Siamo diventati pezzi di un macchinario che stampa bottoni: visitiamo a ritmo costante e siamo interscambiabili in ogni situazione. Non abbiamo più valore individuale, né una professionalità da gratificare. Il nostro bagaglio personale di competenze, attitudini, sensibilità e fantasia non ha più alcun peso. La sanità oggi è misurata in numeri e percentuali, in soldi e obiettivi di budget, come un’azienda manifatturiera qualsiasi.
Siamo trattati come componenti di un ingranaggio che deve produrre beni quantificabili. Peccato che la salute non lo sia. Come si può quantificare l’aiuto che un medico offre a un paziente quando lo accompagna a riconoscere le proprie risorse, la capacità di adattarsi e di autogestirsi di fronte alle sfide fisiche, emotive e sociali della vita?
In questo sistema, la nostra salute, il nostro benessere, la nostra realizzazione personale e professionale non hanno più valore. Ciò che conta sono solo le prestazioni misurabili. Ma come si può quantificare l’aiuto che un medico offre a un paziente quando ne accoglie empaticamente le emozioni e il costo che questo comporta per il sanitario?
I Direttori non sono più i saggi detentori della conoscenza medica di un tempo, né figure carismatiche capaci di fungere da guida autorevole. Sono sempre più spesso burocrati, formati in scuole di management, incapaci di riconoscere e valorizzare le qualità delle persone che lavorano con loro, addestrati a procedure di comando sterili: false riconoscenze, comunicazioni standardizzate, atteggiamenti passivo-aggressivi e repressivi anzichè valorizzanti.
Un sistema sanitario disumanizzante, in cui ciascuno di noi è privo di valore e sostituibile senza apparenti conseguenze. Un sistema sanitario che rischia di non esistere più, perché sta mortificando ed eliminando, uno dopo l’altro, tutti i suoi operatori.
Un sistema sanitario che sta formando i nuovi medici a un modello prestazionistico e apatico, che li porterà sempre più lontani dal riconoscere le necessità di chi dovranno curare. Una sanità in cui non vorrò lavorare, una sanità in cui non vorrò essere curata.
Ai Politici e Direttori in ambito sanitario: interrompete questa trasformazione autolesionista del nostro Sistema Sanitario Pubblico.
Dr.ssa Silvia Cottini
Oncologa