Il 74,1% degli italiani dichiara di aver avuto esperienze dirette o indirette (tramite familiari o amici) con problemi di salute mentale, mentre il 46,7% è convinto che il benessere fisico dipenda da quello psicologico, solo il 7,5% lo considera secondario. Lo dice il Rapporto “Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani” realizzato dal Censis in collaborazione con Lundbeck Italia, che dipinge un Paese attento alla salute della psiche e con una visione orientata verso la One Health.
Gli ultimi dati Istat, a fronte di una popolazione divisa a metà (il 49,3% nel 2023 soffre di qualche forma di disagio psicologico), hanno mostrato in aumento la quota di chi dichiara un disagio grave tra i giovani, passata dal 13,1% al 16,0% tra gli adolescenti e dal 17,5% al 19,5% tra i 18-34enni. Proprio in questo contesto, una cultura collettiva che dà valore alla salute mentale ne conferma la centralità nella concezione di benessere degli italiani. Per il 31,3% degli italiani la salute coincide con l’equilibrio psicofisico e il benessere mentale, quota che sale al 44,0% tra i giovani.
Salute del cervello e mentale: cosa cambia?
Il campione analizzato, tuttavia, fa una distinzione tra la salute mentale e quella del cervello. Il 62,8% pensa che salute mentale e salute del cervello non coincidono e tende a distinguere tra malattie neurologiche e del neurosviluppo (salute del cervello) e malattie psichiatriche (salute mentale). Tra le malattie del cervello vengono indicate prima di tutto tumori del cervello (42,8%) e demenze (40,7%), mentre tra le malattie indicate come problemi di salute mentale prevalgono depressione (52,0%) e forme di paranoia e manie (34,5%).
Si evince una bassa consapevolezza sull’interdipendenza tra salute mentale e del cervello, nonché tra le sovrapposizioni che avvengono tra i disturbi. Demenze e Alzheimer sono le malattie più temute (49,5%), seguite da tumori del cervello (32,7%) e depressione (24,1%).
Informazione e salute mentale: italiani si giudicano positivamente
Gli intervistati si ritengono in maggioranza molto o abbastanza informati, con un’incertezza informativa maggiore sulla salute del cervello (52,2% di molto o abbastanza informati contro il 62,7% relativo alla salute mentale). Le fonti di informazione non vedono una prevalenza netta delle fonti di tipo professionale (dal medico curante allo psichiatra) rispetto a quelle non professionali ed ai media: il 30,0% cita solo fonti non professionali, il 24,1% solo fonti professionali, mentre il 45,9% afferma di utilizzarle entrambe.
Gli italiani individuano ancora un forte stigma sociale associato alle malattie mentali, soprattutto per le malattie psichiatriche: il 67,9% degli italiani ritiene che su questi disturbi pesino ancora vergogna e discriminazione, mentre i disturbi neurologici vengono considerati meno soggetti a forme di discriminazione (44,9%). Questa percezione contribuisce a spiegare l’immagine che gli intervistati hanno delle persone che soffrono di qualche problema di salute mentale, in cui prevale la convinzione che la loro situazione di vita sia ancora segnata dalla vergogna e dall’isolamento sociale (lo pensa circa il 59%).
Per contro, aumenta la sensibilità collettiva ed individuale sul tema: il 29,4% delle persone dichiara di pensare ogni giorno o spesso alla propria salute mentale (percentuale che sale al 41,9% tra i giovani e al 34,3% tra le donne), ed il 44,3% almeno qualche volta, segnalando attenzione a questa dimensione sempre più strategica del benessere di ognuno.
Il rapporto con i servizi sanitari da parte di chi ha avuto una esperienza personale non è esente da difficoltà, con il 42,4% che ha sperimentato difficoltà ad accedere ai servizi sanitari pubblici ed il 59,0% che ha dovuto rivolgersi a servizi privati a pagamento. A livello culturale emerge però una propensione ormai diffusa a rivolgersi ad un aiuto professionale, con l’82,0% che ricorrerebbe o è già ricorso ad un professionista nel caso in cui si dovesse fronteggiare un problema di salute mentale, segnale di una normalizzazione che, in primo luogo per quelli percepiti come non gravi, prevede prevenzione ed intervento e non tende più a relegare i problemi di salute mentale e la loro cura in un ambito diverso e stigmatizzante.
“Gli italiani appaiono largamente consapevoli della necessità di intervenire precocemente per promuovere il benessere mentale e per evitare che le forme lievi di disagio possano degenerare” ha detto Ketty Vaccaro, Responsabile Ricerca biomedica e Salute Censis. “I fattori che ritengono più importanti per promuovere la salute mentale e del cervello superano la tradizionale dicotomia ed appaiono trasversali, coniugando gli aspetti individuali, come stili di vita sani (64,5%), relazioni familiari e vita sociale positive (52,2%) e equilibrio tra lavoro e vita privata (39,3%), a quelli più legati ai determinanti sociali ed ambientali, come un ambiente di vita socialmente non degradato (28,3%)”.
Prevenzione attiva: ma il Ssn fatica secondo gli utenti
Questa profonda consapevolezza si associa anche con la visione della prevenzione: con il 90,3% degli italiani che ritiene possibile e necessario intervenire precocemente per evitare l’aggravarsi dei disturbi di salute mentale e del cervello. Nella gamma di interventi di prevenzione per tutte le malattie del cervello più efficaci si enfatizza la dimensione sociale e la necessità di agire su fronti molteplici, come la promozione del benessere psicologico nella scuola (48,6%) e la presenza di un sostegno nei luoghi della quotidianità (46,8%) tra cui quelli di lavoro. Una quota simile (il 44,0%) indica il rilevamento precoce attraverso gli screening sulla popolazione e richiede il potenziamento dell’attività dei servizi dedicati alla salute mentale e del cervello (il 43,2%).
Il giudizio sull’azione di prevenzione e presa in carico messa in atto dal Servizio Sanitario Nazionale è piuttosto critico: il 40% circa pensa che la prevenzione sia insufficiente per tutte le malattie del cervello, mentre per il 29% lo è solo per alcune. Anche in merito alla capacità del Sistema Sanitario italiano di dare risposte di cura, prevalgono le valutazioni negative: il 56,9% pensa che l’azione del SSN sia poco o per nulla efficace con riferimento ai disturbi neurologici, il 58,2% per quelli del neurosviluppo e il 65,6% per quelli psichiatrici.