Minacce prevedibili, sistemi fragili: le sfide sanitarie del 2026

Minacce prevedibili, sistemi fragili: le sfide sanitarie del 2026

Minacce prevedibili, sistemi fragili: le sfide sanitarie del 2026

Gentile direttore, il 2026 si apre senza sirene, senza conferenze stampa d’emergenza, senza mappe rosse a occupare le prime pagine. 

Gentile direttore,
il 2026 si apre senza sirene, senza conferenze stampa d’emergenza, senza mappe rosse a occupare le prime pagine. Ed è proprio questa apparente normalità a rappresentare il rischio maggiore. Le principali minacce sanitarie che abbiamo davanti non sono improvvise, né sconosciute: sono prevedibili, documentate, in larga parte già presenti. Ciò che continua a mancare non è la conoscenza del rischio, ma la capacità, e soprattutto la volontà, di affrontarlo in modo strutturale.

Negli ultimi anni, la parola preparedness è entrata stabilmente nel lessico della sanità pubblica. Ma troppo spesso è rimasta un concetto evocativo, utilizzato a posteriori per spiegare ciò che non ha funzionato, più che una guida per le decisioni politiche e organizzative. Prepararsi, oggi, non significa prevedere con esattezza quale sarà il prossimo patogeno emergente, ma ridurre sistematicamente le vulnerabilità che rendono ogni crisi inevitabilmente più grave.

I virus continuano a rappresentare un banco di prova evidente. Il vaiolo delle scimmie, meglio conosciuto in ambito scientifico come Mpox, ha mostrato come un’infezione zoonotica considerata rara possa trasformarsi in un problema globale, con trasmissione sostenuta da uomo a uomo e una circolazione che si protrae nel tempo. Non per assenza di strumenti, vaccini e misure di sanità pubblica sono disponibili, ma per una gestione diseguale, frammentata e spesso tardiva. Quando un patogeno continua a circolare al di fuori delle aree storicamente endemiche, aumenta il rischio di adattamento e di evoluzione: non è un dettaglio biologico, ma una conseguenza diretta delle nostre scelte. Allo stesso tempo, la riemersione di malattie prevenibili con la vaccinazione, come il morbillo, mette in discussione uno dei pilastri della sanità pubblica moderna: l’idea che alcuni successi siano definitivi. Le coperture vaccinali non si mantengono da sole. Dipendono dalla fiducia, dall’accesso ai servizi, dalla continuità delle politiche sanitarie. Il calo osservato in diversi Paesi ad alto reddito non è solo un problema sanitario, ma un indicatore di fragilità sociale e istituzionale. Quando la prevenzione vacilla, i virus trovano spazio. L’influenza aviaria resta una minaccia strutturale, meno visibile ma costante. L’espansione geografica, l’aumento degli ospiti animali coinvolti e l’evoluzione genetica del virus mantengono aperto il rischio pandemico, anche in assenza di trasmissione sostenuta tra esseri umani. Qui la preparedness non può limitarsi all’ambito clinico: senza un’integrazione reale tra sanità umana, veterinaria e ambientale, il concetto stesso di prevenzione perde coerenza. L’approccio One Health non è un esercizio teorico, ma una necessità operativa. A questo quadro si aggiungono virus emergenti e riemergenti, strettamente legati al cambiamento climatico e alla diffusione di vettori come le zanzare tigre, tra cui West Nile Virus, Dengue e Chikungunya. Questi esempi dimostrano quanto rapidamente stia cambiando la geografia delle malattie infettive: arbovirosi un tempo confinate a regioni tropicali trovano oggi condizioni favorevoli per la trasmissione anche in Paesi come l’Italia, dove fino a pochi anni fa tali minacce erano praticamente sconosciute. Spesso, inoltre, mancano terapie specifiche o vaccini disponibili. Anche in questo caso, il problema non è solo biologico, riflette soprattutto la nostra difficoltà ad adattare sistemi di sorveglianza e di risposta sanitaria a un mondo che cambia più velocemente delle istituzioni.

Eppure, se i virus occupano gran parte del dibattito pubblico, la minaccia più pervasiva resta spesso sullo sfondo: l’antibiotico-resistenza. È la vera pandemia silenziosa del nostro tempo. Non genera picchi improvvisi, ma erode lentamente le fondamenta della medicina moderna. Infezioni comuni diventano più difficili da trattare, gli interventi chirurgici più rischiosi, le terapie oncologiche più vulnerabili alle complicanze infettive. Ogni anno, l’antibiotico-resistenza causa milioni di morti evitabili e un carico crescente sui sistemi sanitari. A differenza delle pandemie virali,
l’antibiotico-resistenza non può essere affrontata con una risposta emergenziale. Richiede politiche di lungo period, cioè un uso appropriato degli antibiotici in ambito umano e veterinario, investimenti nella ricerca di nuovi antimicrobici, rafforzamento della sorveglianza, educazione sanitaria. Ignorarla nel discorso sulla preparedness significa accettare consapevolmente un futuro di cure meno efficaci.

Tutte queste minacce condividono un elemento fondamentale: non sono confinabili geograficamente. In un mondo iperconnesso, un focolaio in una regione marginalizzata non è un problema lontano, ma un segnale precoce di una vulnerabilità comune. La mobilità globale, il commercio internazionale e le trasformazioni ambientali hanno reso obsoleta l’idea di una sicurezza sanitaria costruita entro i confini nazionali. Le soluzioni esistono già, ma richiedono scelte concrete e coerenti. È necessario rafforzare la sorveglianza epidemiologica in modo capillare, integrando dati umani, animali e ambientali, per intercettare precocemente focolai emergenti. Va garantita una copertura vaccinale universale e stabile, riducendo le disuguaglianze di accesso e rafforzando la fiducia nei programmi di immunizzazione. La lotta all’antibiotico-resistenza richiede politiche di lungo periodo: uso appropriato degli antimicrobici in ambito umano e veterinario, investimenti nella ricerca di nuovi farmaci, sistemi di monitoraggio efficaci e campagne educative costanti.

La risposta non può essere solo nazionale. In questo contesto, il progressivo indebolimento della cooperazione multilaterale rappresenta un ulteriore fattore di rischio. Decisioni politiche che mettono in discussione il ruolo delle istituzioni internazionali, inclusa la recente formalizzazione dell’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sollevano interrogativi profondi sulla governance della salute globale. Al di là delle singole posizioni politiche, il disimpegno dai meccanismi di coordinamento internazionale riduce la capacità collettiva di sorvegliare, prevenire e rispondere a minacce che, per definizione, non rispettano confini. Per questo è fondamentale sostenere e rafforzare la cooperazione internazionale, mantenere la fiducia nelle istituzioni multilaterali e promuovere approcci One Health, che considerino insieme la salute umana, animale e ambientale. Occorre anche investire in infrastrutture sanitarie resilienti, preparare le strutture ospedaliere a eventuali picchi epidemici e costruire sistemi di comunicazione chiari, capaci di informare tempestivamente operatori sanitari e cittadini.

La preparedness, quindi, non è solo una questione tecnica o sanitaria, è una scelta politica e sociale. Significa investire nella prevenzione quando i benefici non sono immediati, rafforzare la sorveglianza anche in assenza di emergenze, e considerare la salute globale come un bene comune, non come la somma di interessi nazionali.

Il 2026 non ci pone davanti a minacce imprevedibili, ma a fragilità note e documentate. Continuare a ignorarle non renderà la prossima crisi meno probabile, ma solo più costosa, in termini di vite umane, risorse e fiducia nelle istituzioni. Prepararsi oggi non è allarmismo, è responsabilità collettiva. La vera sorpresa non sarebbe una nuova emergenza sanitaria, ma il fatto di farsi trovare ancora una volta impreparati. La scelta è chiara: essere pronti o pagare, ancora una volta, il prezzo delle nostre inerzie.

Francesco Branda
Unità di Statistica Medica ed Epidemiologia Molecolare, Università Campus Bio-Medico di Roma

Francesco Branda

23 Gennaio 2026

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