Schillaci: “Non può essere il Cap a decidere quanto si vive”. E un rapporto lancia allarme su cronicità e disuguaglianze: 10% cittadini rinuncia a cure

Schillaci: “Non può essere il Cap a decidere quanto si vive”. E un rapporto lancia allarme su cronicità e disuguaglianze: 10% cittadini rinuncia a cure

Schillaci: “Non può essere il Cap a decidere quanto si vive”. E un rapporto lancia allarme su cronicità e disuguaglianze: 10% cittadini rinuncia a cure

Il ministro richiama l’articolo 32 e rilancia sulle Case di comunità per ridurre disuguaglianze e frammentarietà dei servizi. Il rapporto “Sussidiarietà e… salute” denuncia rinunce alle cure, divari sociali e territoriali e chiede un nuovo patto per salvare l’universalismo del Ssn. IL RAPPORTO

L’aspettativa di vita non può dipendere dal Cap di residenza né dal titolo di studio. È da questa constatazione, netta, che il ministro della Salute Orazio Schillaci ha aperto alla Camera la presentazione del rapporto “Sussidiarietà e… salute“, promosso dalla Fondazione per la sussidiarietà. Un documento che fotografa un Servizio sanitario nazionale in progressiva perdita di universalismo ed equità.

I numeri sono eloquenti. Tra il 9 e il 10% della popolazione ha rinunciato o rinviato cure necessarie per ragioni economiche, per le liste d’attesa o per difficoltà di accesso; la quota supera il 20% tra le fasce più svantaggiate. La mortalità evitabile decresce con l’aumentare del livello di istruzione: 39,6 decessi ogni 10 mila residenti tra chi ha la sola licenza elementare, contro 20,3 tra i laureati. Un divario che interroga direttamente il principio costituzionale dell’articolo 32.

Schillaci ha insistito sul nodo territoriale: “C’è un problema di frammentarietà dei servizi che non consente una presa in carico efficace, soprattutto nella cronicità”. I dati confermano la fragilità del sistema: 4 milioni di over 65 non autosufficienti, oltre 5,5 milioni di anziani soli, il 14% a rischio isolamento sociale. L’assistenza domiciliare integrata copre appena il 30,6% dei non autosufficienti, mentre l’8,6% delle famiglie affronta spese sanitarie “catastrofiche”. La quota di spesa privata è cresciuta fino al 25,7% del totale, segnale di un arretramento del perimetro pubblico.

La risposta, nelle parole del ministro, passa per il rafforzamento delle Case di comunità finanziate dal Pnrr: non solo “mura”, ma personale – 250 milioni nel 2025 e 350 dal 2026 – e integrazione con il terzo settore. L’obiettivo è spostare il baricentro dall’ospedale al territorio, ridurre accessi impropri al pronto soccorso, garantire continuità ai cronici anche con la telemedicina e attivare punti unici di accesso e Centrali territoriali per i pazienti fragili.

Il rapporto propone un vero patto sociale: più risorse, nuovi criteri di finanziamento orientati alla presa in carico, un Servizio nazionale per la non autosufficienza, piani pluriennali di assunzione e retribuzioni adeguate, oltre a una regolazione più rigorosa del privato accreditato, valutato sugli esiti e sulla capacità di ridurre le disuguaglianze.

La scelta, avverte il presidente della Fondazione Giorgio Vittadini, non è tra pubblico e privato, ma tra governance e deregolazione. In gioco non c’è solo l’efficienza del sistema, ma la sua promessa originaria: garantire cure a tutti, a prescindere dal reddito, dall’età e dal luogo in cui si vive.

19 Febbraio 2026

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