Formare palliativisti o formare medici capaci di prendersi cura? La priorità resta la persona

Formare palliativisti o formare medici capaci di prendersi cura? La priorità resta la persona

Formare palliativisti o formare medici capaci di prendersi cura? La priorità resta la persona

Gentile Direttore, dopo la pubblicazione il 5 febbraio su Quotidiano Sanità dell’articolo “Formare palliativisti o formare medici capaci di prendersi cura?”, ho ricevuto da numerosi colleghi ed esperti del settore molti commenti, avviando un dibattito che non si è concentrato tanto su una alternativa secca tra formazione specialistica e competenza diffusa, quanto sulla necessità di superare questa stessa contrapposizione

Gentile Direttore, dopo la pubblicazione il 5 febbraio su Quotidiano Sanità dell’articolo “Formare palliativisti o formare medici capaci di prendersi cura?”, ho ricevuto da numerosi colleghi ed esperti del settore molti commenti, avviando un dibattito che non si è concentrato tanto su una alternativa secca tra formazione specialistica e competenza diffusa, quanto sulla necessità di superare questa stessa contrapposizione.

Vorrei riassumere qui, con alcune riflessioni, i contenuti – importanti – del dibattito e le considerazioni a cui si può giungere di conseguenza.

Il filo comune emerso è chiaro: la questione delle cure palliative non può essere ridotta a un problema ordinamentale o corporativo. Essa intercetta un nodo più profondo, culturale e identitario, che riguarda il modo in cui la medicina contemporanea interpreta sé stessa.

Diversi interventi hanno sottolineato come il rischio maggiore sia quello di restringere il confronto alla sola istituzione della scuola di specializzazione, o alla distribuzione dei crediti formativi nel prelaurea, perdendo di vista la trasformazione più ampia richiesta alla cultura professionale medica. La difficoltà non sembra essere primariamente l’assenza di percorsi formativi, quanto la persistente tendenza a collocare le cure palliative in uno spazio separato, residuale o tardivo del percorso di cura.

È stato osservato con lucidità che il punto non è “scegliere” tra formare palliativisti o formare medici capaci di prendersi cura, ma tenere insieme le due dimensioni. La disciplina specialistica e la compe-tenza trasversale non sono alternative, bensì livelli complementari. La prima legittima un sapere strutturato, una responsabilità clinica e una identità professionale definita; la seconda rappresenta una condizione irrinunciabile perché l’accompagnamento della persona e della famiglia lungo tutto il decorso di malattia non sia delegato a un momento finale o a un gruppo ristretto di specialisti.

In questa prospettiva, il vero terreno del confronto diventa culturale: quale idea di cura sostiene oggi la formazione medica? Se l’identità del medico continua a essere implicitamente centrata sulla guarigione come esito esclusivo della propria azione, l’ambito palliativo rischia di apparire come una riduzione del mandato professionale. Se invece si riconosce che la cura non si esaurisce nella possibilità di guarire, ma si estende alla presa in carico globale della persona anche quando la guarigione non è più possibile, allora le cure palliative non rappresentano un ambito marginale, bensì una dimensione costitutiva della medicina stessa.

Accanto a questa linea culturale, alcuni contributi hanno richiamato anche fattori strutturali che incidono sul reclutamento e sull’attrattività della Scuola di Specializzazione: asimmetrie ordinamentali, equipollenze e prospettive concorsuali nel Ssn. Si tratta di elementi concreti che non possono esse-re ignorati e che mostrano come la questione non sia spiegabile con un unico fattore. La formazione, l’assetto normativo e le opportunità professionali concorrono insieme a determinare le scelte dei giovani medici.

Il dibattito ha anche fatto emergere una sensibilità diffusa rispetto al rischio di fraintendimenti: parlare della minore attrattività percepita dell’ambito palliativo non equivale a negare il valore delle cure palliative precoci e simultanee, né a confinare questo sapere alla sola fase terminale. Al contrario, proprio la loro integrazione precoce nel percorso terapeutico rafforza l’idea di una medicina capace di accompagnare la persona lungo tutto il decorso della malattia.

Nel loro insieme, i commenti mostrano che il campo delle cure palliative attraversa una fase di maturazione. La discussione non verte più sulla legittimità della disciplina, ma sulla sua collocazione all’in-terno della cultura medica e dell’organizzazione del sistema sanitario. Questo è un segnale positivo: significa che la questione è diventata strutturale.

Forse il punto decisivo che emerge dal confronto è questo: la specializzazione in medicina e cure palliative è necessaria, ma non sufficiente. Necessaria per garantire competenza avanzata, responsabilità clinica e sviluppo scientifico, non sufficiente se non è accompagnata da una diffusione tra-sversale delle competenze palliative in tutta la medicina. Ridurre il problema a un’alternativa significherebbe impoverirlo.

Il dibattito rimane aperto, e proprio per questo fecondo. Se qualcosa appare condiviso, è l’esigenza di una medicina che non contrapponga guarigione e cura, ma riconosca nella presa in carico della per-sona, anche nella fragilità e nella fine della vita, una delle sue espressioni più autentiche.

Guido Biasco

Professore Alma Mater, Università di Bologna

Guido Biasco

25 Febbraio 2026

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