Escludere lo psicologo dall’équipe di base delle CdC è una scelta che il Ssn non può permettersi

Escludere lo psicologo dall’équipe di base delle CdC è una scelta che il Ssn non può permettersi

Escludere lo psicologo dall’équipe di base delle CdC è una scelta che il Ssn non può permettersi

Gentile Direttore, nella sanità pubblica italiana siamo abituati a misurare i costi di ciò che facciamo. Abbiamo indicatori per i ricoveri, per le prestazioni specialistiche, per i farmaci. Siamo diventati meticolosi contabilizzatori della componente più visibile della spesa sanitaria. Siamo invece straordinariamente ciechi di fronte ai costi di ciò che non facciamo...

Gentile Direttore,
nella sanità pubblica italiana siamo abituati a misurare i costi di ciò che facciamo. Abbiamo indicatori per i ricoveri, per le prestazioni specialistiche, per i farmaci. Siamo diventati meticolosi contabilizzatori della componente più visibile della spesa sanitaria.

Siamo invece straordinariamente ciechi di fronte ai costi di ciò che non facciamo. Di fronte al prezzo — umano, clinico, economico — delle scelte organizzative che escludono una competenza, che lasciano un bisogno senza risposta, che rimandano un intervento fino a quando diventa urgente e costoso invece di trattarlo quando è ancora prevenibile.

Questo articolo parla di uno di quei costi invisibili: il costo dell’assenza dello psicologo dall’équipe di base delle Case della Comunità. Un costo che non appare in nessun bilancio aziendale, che nessun sistema informativo registra, ma che è reale, misurabile e — cosa che dovrebbe interessare chi ha responsabilità di governo del sistema — evitabile.

Il contesto: una riforma ambiziosa e un punto cieco
Le Case della Comunità sono il cuore della riforma dell’assistenza territoriale finanziata dal PNRR. La recente bozza di Linee di indirizzo AGENAS sulle équipe multiprofessionali, in consultazione pubblica dal 17 aprile 2026, rappresenta un ulteriore passo avanti: affronta con rigore scientifico le condizioni organizzative e relazionali che rendono possibile un lavoro di squadra realmente integrato.

In questo quadro c’è però un punto cieco: lo psicologo è inserito nell’équipe allargata delle CdC — quella a geometria variabile, attivabile su bisogni specifici — e non nell’équipe di base, quella che presidia quotidianamente la struttura. Non è una svista redazionale. È il riflesso di una cultura organizzativa radicata che considera la psicologia come una specialità cui ricorrere quando tutto il resto non ha funzionato, piuttosto che come una competenza necessaria fin dal primo contatto con il paziente. Una cultura che produce, sistematicamente e silenziosamente, un costo enorme.

Il primo strato del costo: la cronicità non governata
I dati sulla comorbilità tra malattie fisiche croniche e disturbi psicologici sono ormai definitivamente consolidati. La depressione è presente in circa il 30% dei pazienti con diabete mellito di tipo 2 e si associa a un peggioramento significativo del controllo glicemico e a una mortalità più elevata. Nei pazienti con scompenso cardiaco, la prevalenza di depressione supera il 40% e si traduce in un rischio di riospedalizzazione quasi doppio. Nella BPCO, nel dolore cronico, nell’oncologia: ovunque si guardi, il dato si ripete con una coerenza che la letteratura internazionale ha smesso di discutere e ha iniziato a quantificare economicamente.

Il meccanismo è molteplice e documentato: riduzione dell’aderenza terapeutica, disregolazione neuroendocrina e infiammatoria, deterioramento degli stili di vita, erosione della rete di supporto sociale. Non si tratta di effetti psicosomatici nel senso volgare del termine. Si tratta di fisiopatologia: il cervello e il corpo sono lo stesso sistema, e trattare uno ignorando l’altro è una scelta clinicamente irrazionale.

Uno studio del 2023 sul British Journal of General Practice ha calcolato che ogni paziente con depressione non trattata in comorbilità con una malattia cronica genera in media il 50% di costi sanitari aggiuntivi. Non è un dettaglio marginale. È la differenza tra un sistema sostenibile e uno che si svuota di risorse senza capire perché.

Il secondo strato del costo: i disturbi emotivi comuni non intercettati
Ansia, depressione lieve-moderata, disturbi adattativi, insonnia, disturbi somatoformi: secondo l’OMS questi quadri rappresentano la prima causa di disabilità nella popolazione adulta in età lavorativa. In Italia, circa il 15-20% degli adulti presenta in un dato momento un disturbo emotivo clinicamente significativo. La maggioranza non accede mai a un trattamento appropriato.

Dove vanno, invece? Dal medico di medicina generale per sintomi somatici che sono l’espressione corporea del loro distress. Al Pronto Soccorso per crisi d’ansia che simulano emergenze cardiologiche. In liste d’attesa per indagini diagnostiche che escludono patologie organiche senza trovare la diagnosi funzionale corretta. Consumano risorse ingenti per rispondere a una domanda che non è quella giusta.

Il NHS britannico ha calcolato che ogni sterlina investita in psicologia nell’assistenza primaria ne risparmia circa tre in costi secondari. Il programma IAPT — Improving Access to Psychological Therapies — avviato nel 2008 è considerato uno dei più efficaci investimenti in salute pubblica degli ultimi vent’anni. In Italia manca una scelta organizzativa equivalente: quella di mettere lo psicologo dove la gente arriva, invece di aspettare che la gente arrivi dove c’è lo psicologo.

Il terzo strato del costo: l’aderenza terapeutica come problema psicologico irrisolto
L’OMS ha definito la scarsa aderenza terapeutica «il problema di salute pubblica più importante del ventunesimo secolo nei Paesi sviluppati». I numeri sono chiari: tra il 30 e il 50% dei pazienti con malattie croniche non segue le prescrizioni in modo adeguato. Il costo in termini di complicanze evitabili e ricoveri prevenibili è stimato in centinaia di miliardi annui a livello mondiale.

L’aderenza non è un problema di informazione. I pazienti sanno, nella stragrande maggioranza dei casi, cosa dovrebbero fare. Non lo fanno per ragioni fondamentalmente psicologiche: la rappresentazione della malattia, l’ambivalenza rispetto alla diagnosi, la depressione che spegne la motivazione, il contesto familiare che non supporta. Nessuna di queste ragioni risponde a una prescrizione più dettagliata. Tutte rispondono — con evidenza scientifica solida — a interventi psicologici strutturati: colloquio motivazionale, terapia cognitivo-comportamentale, psicoeducazione. Interventi che richiedono uno psicologo presente nell’équipe, non uno psicologo in lista d’attesa a tre mesi.

Il quarto strato del costo: il caregiver come paziente nascosto
Oltre tre milioni di italiani prestano assistenza continuativa a un familiare non autosufficiente. La letteratura sul burden del caregiver è vasta e convergente: tassi di depressione clinicamente significativa tra il 40 e il 60%, deterioramento della salute fisica, riduzione dell’aspettativa di vita, abbandono del lavoro. Il caregiver esausto è un paziente nascosto che non si presenta come tale perché è troppo occupato a prendersi cura dell’altro.

Quando il sistema di cura informale crolla le conseguenze sistemiche sono immediate e costose: ricoveri impropri, inserimenti urgenti in strutture residenziali, attivazione di servizi di emergenza che un intervento preventivo avrebbe potuto evitare. Lo psicologo nell’équipe di base vede il caregiver, lo riconosce, crea uno spazio nel quale può essere visto come persona e non solo come accompagnatore. È prevenzione nel senso più preciso: intervento prima che il danno si produca, non gestione dell’emergenza dopo.

Il quinto strato del costo: il burnout dell’équipe
I professionisti dell’assistenza primaria lavorano quotidianamente a contatto con la sofferenza e la complessità emotiva, spesso senza formazione specifica alla gestione del proprio vissuto professionale, senza supervisione clinica strutturata. Oltre il 40% dei medici di medicina generale italiani presenta livelli clinicamente significativi di esaurimento emotivo.

Il burnout ha costi misurabili: riduzione della qualità delle cure, aumento degli errori clinici, abbandono precoce della professione. Lo psicologo nell’équipe di base può svolgere un ruolo strutturato nella sua prevenzione: attraverso la supervisione clinica di gruppo, attraverso la promozione della psychological safety — quella condizione nella quale ciascun membro dell’équipe si sente libero di dire «questo caso mi pesa» senza timore di essere giudicato. Non è un servizio accessorio. È una condizione di sostenibilità del lavoro di cura nel lungo periodo.

La sperimentazione dell’ASL Città di Torino: rendere visibile il costo dell’assenza
L’esperienza sperimentale avviata dall’ASL Città di Torino nel 2023 — la partecipazione strutturata dello psicologo al Punto Unico di Accesso delle Case della Comunità, unica in Piemonte e tra le prime in Italia — assume un valore che va oltre il caso singolo. È un esperimento naturale che permette di misurare, confrontando il prima e il dopo, esattamente quel costo invisibile che questo articolo cerca di rendere visibile.

Il PUA è il luogo nevralgico del sistema: è lì che i bisogni complessi vengono valutati e indirizzati, che si costruisce il Piano Assistenziale Individualizzato, che si decide il percorso di cura. Inserire lo psicologo in questo punto strategico non significa aggiungere una prestazione al menu dei servizi. Significa cambiare la qualità dello sguardo con cui il sistema legge i bisogni delle persone fin dal primo contatto.

I risultati preliminari documentano esattamente ciò che la teoria prevedeva. Un incremento significativo della quota di bisogni psicologici intercettati precocemente: bisogni che prima passavano inosservati non perché fossero assenti, ma perché nessuno aveva gli strumenti per riconoscerli. Una riduzione concreta dei tempi di accesso alla presa in carico psicologica per i casi di media complessità. Un miglioramento misurabile della qualità dei PAI, più aderenti alla realtà psicosociale della persona. E una riduzione riferita dai professionisti della sensazione di solitudine professionale di fronte alle situazioni emotivamente più cariche — dato qualitativo ma non trascurabile, che parla direttamente della sostenibilità del lavoro di équipe.

Ogni bisogno psicologico intercettato precocemente è un percorso di cronicizzazione evitato. Ogni PAI più accurato è un ricovero improprio che non avverrà. Ogni professionista che non va in burnout è una risorsa che rimane nel sistema. Il costo di tutto questo, moltiplicato per la scala del sistema sanitario nazionale, è di una grandezza che le nostre istituzioni non si sono ancora permesse di calcolare seriamente. Forse è il momento di farlo.

Conclusione: rendere visibile ciò che costa non vederlo
Invisibile non significa inesistente. Significa non misurato. Significa che i sistemi informativi attuali non sono attrezzati per catturarlo, che i modelli di finanziamento non creano incentivi per prevenirlo, che la cultura organizzativa dominante non ha ancora sviluppato gli strumenti per vederlo.

La bozza AGENAS va nella direzione giusta. Chiede solo un passo in più: riconoscere che lo psicologo nell’équipe di base non è un costo da sostenere, ma un investimento che riduce costi molto più grandi. Che la sua assenza non è una scelta neutra, ma una scelta che ha un prezzo — pagato dai pazienti, dai caregiver, dai professionisti e dal sistema nel suo complesso.

Quel prezzo, fino ad oggi, lo abbiamo pagato senza saperlo. È tempo di smettere.

I Direttori delle SC di Psicologia della Regione Piemonte

Monica Agnesone
ASL Città di Torino

Alessandro Bonansea
ASL TO3

Luca Ostacoli
ASL TO5

Ileana Agnelli
ASL CN2

Maurizio Mellana
ASL AT

Patrizia Colombari
ASL VC

M, Agnesone, A. Bonansea, L. Ostacoli, I. Agnelli, M. Mellana, P. Colombari

30 Aprile 2026

© Riproduzione riservata

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