Gentile Direttore,
il dibattito aperto dal dottor Maffei e dalla risposta dell’Ing. Fantozzi sulle liste di attesa merita un ulteriore contributo, questa volta dal versante operativo di chi lavora quotidianamente nella sanità pubblica del Mezzogiorno.
Il dottor Maffei solleva interrogativi legittimi, e alcune delle sue osservazioni tecniche — in particolare sui limiti della Piattaforma Nazionale — sono condivisibili nei termini in cui le pone. Ma la conclusione implicita del suo ragionamento, e cioè che la strategia del Ministero sia sostanzialmente inadeguata, mi sembra che non faccia i conti con la complessità reale del sistema in cui quella strategia deve operare.
L’Ing. Fantozzi ha ragione quando ricorda che le liste di attesa non sono un fenomeno recente né il prodotto di scelte contingenti: sono lo specchio di un equilibrio strutturalmente fragile tra domanda, appropriatezza prescrittiva, capacità produttiva e organizzazione dei servizi. Governarle richiede metodo, continuità e strumenti. Non slogan, ma nemmeno il pessimismo sistematico che rischia di diventare, a sua volta, un alibi all’inerzia.
La Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa è, in questo senso, un passo metodologico prima ancora che tecnologico. Nessun sistema di monitoraggio nasce completo — e chi opera nel settore lo sa bene. Ciò che conta è che esista, che sia pubblicamente consultabile e che orienti l’azione correttiva. La direzione intrapresa appare corretta, e negarle questo riconoscimento non è rigore analitico, ma appare una forma di sfiducia pregiudiziale verso qualsiasi tentativo istituzionale di mettere ordine in un sistema che, per decenni, ha prodotto dati frammentati, opachi e non comparabili.
Detto questo, chi lavora nella sanità pubblica meridionale sa quanto sia reale la distorsione segnalata da Maffei: le liste invisibili — salute mentale, neuropsichiatria infantile, cure palliative, dipendenze — pesano enormemente in termini di costi sociali e sanitari, spesso in assenza non di attese eccessive ma di offerta tout court. È una questione strutturale che nessuna piattaforma da sola può risolvere. Ma è anche una questione che richiede riforme di lungo periodo — riorganizzazione delle cure primarie, appropriatezza prescrittiva, sanità digitale, riequilibrio ospedale-territorio — le quali, come ricorda la Fantozzi, sono già nell’agenda istituzionale, radicate nel PNRR e nel D.M. 77/2022. Il fatto che non producano risultati immediati è il carattere intrinseco dei processi di riorganizzazione strutturale, non la prova di una strategia assente.
Condivido infine la preoccupazione — espressa da entrambi i corrispondenti, sia pure con accenti diversi — per il rischio di un’appropriatezza rovesciata: ridurre le liste di attesa comprimendo le prestazioni di controllo e follow-up, che sono clinicamente le più rilevanti perché destinate a pazienti già selezionati. È un rischio reale, da presidiare con attenzione. E un governo che dispone di una piattaforma nazionale ha, almeno, gli strumenti per intercettarlo.
Le liste di attesa si governano con metodo e visione. La direzione c’è. Il percorso è lungo e difficile, ma riconoscerlo non è deferenza: è il presupposto per contribuire, ciascuno dal proprio ruolo, a percorrerlo con più efficacia.
Marco Pingitore
Dirigente Psicologo ASP Cosenza