Gentile Direttore,
faccio parte di una ristretta cerchia di appassionati visionari che amano la medicina del territorio e vorrebbero vederla risorgere dalle ceneri in cui è stata ridotta da decenni di abbandono e inettitudine. Abbiamo creato una associazione: Movimento MMG per la Dirigenza e un documento programmatico nel quale vengono indicate tutte le criticità della medicina del territorio e le opportune soluzioni. Le indicazioni sono più che valide perché provengono da medici di base che lavorano da molti anni e da più parti di Italia, professionisti di libero pensiero e non legati a nessuna consorteria politica o sindacale, ma uniti nell’idea di una professione medica efficace, attraente e basilare nel sistema delle cure.
Amore per il nostro lavoro e umiliati e offesi da tutto quello che ha ridotto il lavoro ad un mestiere dozzinale, povero, declassato e vilipeso da tutti. Ci spingono due motivazioni: l’amor proprio e l’assoluta convinzione nel fatto indiscutibile che buona parte del corretto funzionamento del SSN dipenda dalla base, dai medici di base.
Ovviamente, la nostra mobilitazione non ha nemmeno scalfito l’apparato governativo che continua verso lo sfacelo assoluto del sistema cure, con provvedimenti che hanno due costanti: ignoranza assoluta del territorio e asfittico attaccamento ai privilegi di coloro che hanno fatto dell’associazionismo sindacale il miglior affare della propria carriera.
Espongo la disfatta dalla mia esperienza professionale: ho ottenuto la convenzione per la medicina di base nel 1995, ereditando due ambulatori di un massimalista ammalato, dopo anni di sostituzioni a colleghi di medicina generale, svolte senza alcun pagamento, perché volevo lavorare a tutti i costi, imparare e accumulare punteggio. Ho ereditato 1500 assistiti, in pochi giorni, in due ambulatori fatiscenti che non vedevano una mano di vernice dagli anni 50, infestati da topi e senza nessuna scheda clinica o computer.
Il precedente collega veniva dalla condotta medica e lavorava nella ferma convinzione del rapporto intimo e abituale con la gente, tenendo tutto nella propria testa e ritenendo del tutto frivolo un ambulatorio di bell’aspetto. Il collega aveva una veste sacerdotale e patriarcale, la sua opinione era puro vangelo per quei pochi che avevano il coraggio e il tempo di recarsi in ambulatorio. Da ex medico condotto poteva ancora esercitare quella ascendenza e autorità riconosciuta anche dal Comune che concedeva ambulatorio e abitazione gratis. Altri tempi, altra cultura sociale.
Poi sono arrivato io e in pochi decenni è cambiata la gente e la stessa idea di cure. Sono cresciute due convinzioni: il diritto ad avere tutto e una grande disponibilità a comprare tutto, anche la salute. E’ così che il medico di base da ex depositario del sapere medico è diventato dispensatore di ricette ma io ho difeso a caro prezzo la pelle. Ho cercato di difendere il mio ruolo clinico con le unghie e con i denti, da perdente, perché inserito in un sistema che non poteva tutelarmi essendo in convenzione e pagato a numero di assistiti, clienti che potevano cambiare medico se insoddisfatti.
Oggi dopo decenni di relazione con i miei pazienti posso permettermi in confidenza qualche rifiuto a richieste inopportune e anche qualche certificato di malattia in meno. Ma il mio contratto di lavoro non mi permette di arginare quintali di esami inutili, quelli suggeriti da internet o prescritti da colleghi specialisti privati, assediato dalla nevrosi post covid di troppi che vengono non in un ambulatorio medico ma al supermarket per comprare salute a spese del SSN. A fine giornata, lo sconforto di vedere una marea di referti negativi e la constatazione di aver contribuito allo sfacelo, assediato oggi da 1800 assistiti perché i colleghi delle zone limitrofe sono già andati in pensione e nessun giovane medico vuole venire qui in montagna ad immolarsi ancora una volta.
Con 1800 assistiti, dov’è lo spazio per la clinica, per il tempo della cura? Dov’è lo spazio per una relazione di ascolto, di scambio, di empatia, di complicità terapeutica? E’ solo l’incontro fugace tra due profonde delusioni rinfrancate solo dal consumo in solitudine, il tragico onanismo dei nostri tempi.
Ho combattuto per ottenere ambulatori decenti, ho combattuto perché si rispettasse la scientificità della Medicina, ho combattuto perché nessun collega si sentisse gregario del sistema e di altri colleghi. Intanto, sono invecchiato, la pensione è alle porte e sono stanco. Lascio al mio giovane (spero, giovane) collega tutta la mia giovane illusione: voler curare, tutto. Anche l’ipocrisia e l’ingordigia di ogni politicante che crede che tutto questo sia solo mestiere. Lascio al mio giovane collega mio successore, la voglia di cambiare questa visione vecchia e obsoleta delle cure sul territorio con la speranza che i dinosauri del sindacato si facciano da parte e si crei l’unico vero strumento di efficacia che è l’onestà intellettuale di un dirigente medico, dipendente pubblico che non dipenda da nessuna logica clientelare. Che possa applicare tutte le linee guida indicate dalle società scientifiche e non da un consumismo sanitario dei soliti paganti e da lobbies private che guadagnano milioni di euro con la dabbenaggine di troppi clienti.
Noi vecchi ci abbiamo provato e andremo via da perdenti. Per troppo tempo abbiamo lavorato ingabbiati nella burocrazia di un sistema malato e siamo diventati voci di spesa e mai opportunità di salute. Ci volevano così: schiavi e ignoranti. Ma l’opinione comune che circola tra politici, organi di stampa e gente comune che ci vede, noi medici di base, fannulloni, insipienti e spendaccioni, è quella più offensiva di tutte, quella che mi ferisce di più. Ma è evidente una constatazione: siamo stati capaci di sorreggere il carrozzone del SSN per decenni, abbiamo mandato avanti la baracca bene o male dal 1978 ad oggi, lavorando solo tre ore al giorno. Questo rasenta la genialità.
Enzo Bozza
Medico MMG Vodo e Borca di Cadore (BL)