Gentile Direttore,
la malattia renale cronica (MRC) non è più una patologia “silenziosa” solo sul piano clinico: oggi rischia di esserlo anche sul piano delle politiche sanitarie. Eppure, i numeri raccontano tutt’altro. Nel mondo colpisce oltre 850 milioni di persone e interessa il 10-15% della popolazione; in Italia riguarda circa 3-4 milioni di cittadini, con pesanti ricadute in termini di morbilità, mortalità e costi per il SSN.
Nonostante questa dimensione epidemiologica, la risposta del sistema resta frammentata. Oggi abbiamo però uno strumento chiaro e condiviso: il Documento di indirizzo per il Percorso Preventivo Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PPDTA) della MRC, approvato e inviato alle Regioni dalla Conferenza Stato-Regioni nell’aprile 2025.
Il PPDTA individua con precisione la strada: diagnosi precoce e integrazione strutturata tra medici di medicina generale e nefrologi. Ma nella maggior parte del Paese questo modello non è ancora realtà. Ad oggi, solo la Puglia lo ha formalmente recepito.
Nel frattempo, lo scenario internazionale è cambiato. Nel 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto la MRC come priorità globale di salute pubblica e, insieme alle Nazioni Unite, ha indicato nello screening precoce e nel riferimento tempestivo alla nefrologia i pilastri della risposta sanitaria.
L’Italia ha anticipato questo indirizzo con il PPDTA. Ma senza attuazione, questo vantaggio si disperde. Il risultato è un paradosso evidente: abbiamo il modello, ma non lo applichiamo.
La conseguenza è un divario territoriale inaccettabile. La MRC non è una patologia “regionale”: è una sfida nazionale che richiede risposte uniformi.
Il punto è semplice: la malattia si può intercettare precocemente. Oggi solo circa il 20% dei pazienti è consapevole della propria condizione, perché la MRC resta asintomatica per anni. Il risultato è un ritardo sistematico nella diagnosi e nella presa in cura.
Eppure, gli strumenti li abbiamo, sono esame semplici e poco costosi: creatininemia, albuminuria. Se utilizzati in modo sistematico, consentono di intervenire nelle fasi iniziali e di modificare radicalmente la storia della malattia, ritardando anche di 20 anni il ricorso alla dialisi o al trapianto.
Il PPDTA traduce queste evidenze in organizzazione: mette al centro la medicina generale, costruisce un’alleanza strutturata con la nefrologia e rende possibile una presa in carico precoce e continuativa.
Non applicarlo non è solo un problema clinico. È una scelta insostenibile per il Sistema Salute.
Oggi la dialisi costa circa 45.000 euro per paziente all’anno e assorbe una quota rilevante della spesa sanitaria (2,5 miliardi/anno) per una minima parte della popolazione (0.08% popolazione). Investire nella diagnosi precoce significa ridurre progressione, complicanze cardiovascolari, costi umani, sociali e sanitari. Il PPDTA è quindi molto più di un documento tecnico: è una leva di politica sanitaria.
Il contesto è chiaro: la MRC è in crescita, la comunità internazionale l’ha riconosciuta come priorità e il nostro Paese dispone già di un modello efficace. Quello che manca è l’ultimo miglio: il recepimento pieno e uniforme del PPDTA in tutte le Regioni.
È una scelta di equità, perché garantisce lo stesso accesso alle cure su tutto il territorio.
È una scelta di responsabilità, perché agisce sulla prevenzione invece che sull’emergenza.
Ed è una scelta di visione, perché affronta la più grande sfida della sanità contemporanea: la gestione della cronicità.
Ora è il momento di trasformare un documento in pratica clinica.
Luca De Nicola
Presidente della Società Italiana di Nefrologia (Sin)
Università L. Vanvitelli-Napoli