Gentile Direttore,
ci riesce difficile non pensare, in questo 8 marzo 2026, alle analogie. In particolare, a quella tra la strage che in tutto il mondo ha dato vita alla celebrazione della festa della donna (129 operaie bruciate il 25 marzo 1911 all’ottavo piano della Shirtwaist Company, fabbrica di camicie negli USA della crescita industriale) e quella che oggi, più di un secolo dopo, conta 160 bambine tra i 6 e i 12 anni bombardate nella scuola di Minab, nel sud dell’Iran. In prossimità dell’8 marzo torniamo, così, a festeggiarci in giornate in cui si è fatta strage di donne.
Questo pensiero apre la nostra riflessione che volevamo intitolare al senso della cura.
Mentre probabilmente ancora una volta sentiremo dire che le donne sono ormai maggioranza in sanità, ma che questa maggioranza è a volte un po’ troppo silenziosa. Oppure che ci sono un po’ più donne che stanno guadagnando ruoli apicali, nei quali spesso ripropongono stili gestionali propri di modelli vincenti, ma che forse non ci appartengono.
Mentre è doveroso interrogarsi su come questa maggioranza ormai conclamata, nel SSN come nelle organizzazioni professionali e sindacali del mondo della sanità, a volte troppo silenziosa, al traino, silenziata (da prevaricazione, perdite, maltrattamenti, lutti), debba fronteggiare una organizzazione del proprio lavoro di cura che sembra aver perso i fondamenti etici, relazionali, umani.
Possiamo in altri termini continuare a lavorare in sistemi sanitari sempre più votati ai bilanci e al profitto? Non dobbiamo forse pretendere che venga data priorità al superiore interesse per la salute di chi si affida alle nostre conoscenze e competenze, chiedendo il rispetto dell’unico diritto che la Costituzione definisce “fondamentale”? E al valore professionale di chi quel diritto è chiamato a garantire? Oppure, più realisticamente, dobbiamo continuare a lavorare perché è la nostra “resilienza silenziosa”, il nostro essere presenti e protagoniste anche nei luoghi della cura, a mantenere, per noi e per la popolazione, una speranza per il futuro?
Non chiediamo ingenuamente e, forse ipocritamente, la pace, una parola che oggi costa poco, quasi niente. Abbiamo imparato a nostre spese a sopravvivere in un tempo e in luoghi in cui le parole possono essere vuote di significato e di sofferenza, quella sofferenza che invece noi conosciamo, e per questo non rinunciamo a denunciare.
Ancora una volta, in questa giornata, probabilmente vedremo elencate statistiche e percentuali di donne che arrivano sempre dopo, sempre tardi, nei posti di comando. Forse a rassicurare gli investitori e i decisori politici del momento del fatto che un replacement purchessia di posizioni gestionali, non più appetibili o poco remunerate, prima o poi ci sarà.
Per questo, come donne e mediche, nel ricordo di quelle operaie bruciate in nome della (schiavistica) emancipazione del secolo scorso, come ideali madri, sorelle, nonne, di quelle bambine bombardate per un diritto allo studio risultato fatale, ci sentiamo di chiedere una sospensione del tema “donne leader in sanità” come prevalente rappresentazione delle nostre aspirazioni professionali e morali.
Questo perché siamo in una fase storica che meriterebbe più alte risoluzioni sociali e politiche sul futuro del pianeta, ma soprattutto sui destini della Medicina, della salute, del Sistema Sanitario. Fase storica in cui sentiamo sulle nostre spalle di donne mediche e dirigenti sanitarie il peso di un sistema che da decenni sosteniamo e per il quale, in tutti gli scenari, paghiamo prezzi altissimi.
L’8 marzo continuerà a essere da noi ricordato, e agito, soprattutto per questo. Buon 8 marzo 2026 a tutte le donne che curano, in attesa di tempi migliori.