Nasce il Corpo unico della Sanità militare. Ma la riforma ha un difetto: nessuno sa quanto costa

Nasce il Corpo unico della Sanità militare. Ma la riforma ha un difetto: nessuno sa quanto costa

Nasce il Corpo unico della Sanità militare. Ma la riforma ha un difetto: nessuno sa quanto costa

Lo schema di Dlgs all'esame della Camera unifica i quattro corpi sanitari delle Forze armate sotto un unico comando. Ma i Servizi del Bilancio di Senato e Camera sollevano dubbi su costi reali, differenze retributive non quantificate e risorse dichiarate sufficienti senza dimostrazione. IL DOSSIER

In queste settimane le commissioni riunite Difesa e Affari Sociali della Camera stanno esaminando lo schema di decreto legislativo che prevede la nascita di un Corpo unico della Sanità militare, operativo dal 1° gennaio 2027, che assorbirà i quattro corpi sanitari oggi separati di Esercito, Marina militare, Aeronautica e Arma dei Carabinieri. Una riorganizzazione che coinvolge circa 3.700 unità di personale e riscrive dalle fondamenta l’ordinamento sanitario della Difesa.

L’intenzione è chiara: razionalizzare una struttura frammentata, eliminare duplicazioni, costruire un sistema integrato capace di rispondere con maggiore efficienza alle esigenze operative delle Forze armate in Italia e all’estero. Ma il dossier parlamentare elaborato dai Servizi del Bilancio di Senato e Camera rivela una serie di questioni irrisolte che meritano attenzione pubblica prima che il decreto diventi legge.

Il nuovo Servizio sanitario militare nazionale sarà posto alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa e guidato da un Comandante della Sanità militare – figura inedita, nominata con decreto del Presidente della Repubblica, in carica per tre anni. Sotto di lui convergerà tutto il personale sanitario oggi distribuito tra i quattro corpi di Forza armata: medici, psicologi, farmacisti, veterinari, infermieri, tecnici sanitari.

Le funzioni attribuite al nuovo corpo sono ampie. Accanto ai compiti tradizionali – supporto operativo alle missioni, accertamenti di idoneità, medicina aerospaziale, vaccinazioni – il decreto introduce due novità di rilievo. La prima riguarda il rapporto con il Servizio sanitario nazionale: la sanità militare potrà sviluppare sinergie con le Asl, accreditare strutture presso il Ssn e costruire, su scala nazionale, una rete di poliambulatori militari aperti, in convenzione, anche all’utenza del sistema sanitario pubblico. La seconda riguarda la libera professione: i medici e gli psicologi militari potranno esercitare attività libero-professionale intramuraria all’interno delle strutture della Difesa, in regime di esclusività, attraverso convenzioni tra i ministeri competenti e le regioni.

Il tutto – è la premessa su cui si regge l’intero impianto – senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Una clausola di invarianza finanziaria che nel testo del decreto viene ripetuta con tale frequenza da sembrare quasi un mantra. Ed è proprio qui che i tecnici parlamentari cominciano a fare domande scomode.

Il problema della clausola di invarianza ripetuta come un mantra
I Servizi del Bilancio di Senato e Camera, nel loro dossier, non mettono in discussione l’impianto della riforma. Ma segnalano con puntualità che la promessa dell’invarianza finanziaria non è accompagnata dai dati necessari a renderla credibile.

La norma di contabilità pubblica è chiara: per le disposizioni corredate di clausola di invarianza, la relazione tecnica deve riportare la valutazione degli effetti economici e i dati idonei a suffragare l’ipotesi di assenza di oneri. Nel caso in esame, questa dimostrazione è spesso assente o affidata a ragionamenti qualitativi. I Servizi parlamentari spiegano che non è sufficiente affermare che le risorse ci sono se non si dice quali sono, dove sono allocate e in quale misura copriranno i nuovi compiti.

A rendere ancora più fragile questa impostazione è la dotazione del fondo istituito dalla legge di bilancio 2026 per sostenere la riforma: 2 milioni di euro annui. Una cifra simbolica visto che la riorganizzazione che tocca 3.700 militari, strutture formative, commissioni di avanzamento, sistemi informativi e infrastrutture sanitarie, fatica a considerare adeguata.

Il nodo irrisolto dei Carabinieri: chi paga le differenze?
Tra le criticità più concrete che emergono dal dossier, quella che riguarda il personale sanitario dell’Arma dei Carabinieri è probabilmente la più delicata sul piano individuale e finanziario.

I circa 377 militari dell’Arma – ufficiali, sottufficiali e graduati con qualifiche sanitarie – che transitano nel nuovo Corpo unico perdono le indennità legate all’appartenenza a una forza di polizia, a cominciare dall’indennità pensionabile. Vengono contestualmente inseriti nel sistema retributivo delle Forze armate, con la possibilità di accedere ad altre forme di compenso. La legge prevede una clausola di salvaguardia: nessuno può vedersi ridotto il trattamento economico e previdenziale rispetto a quello che avrebbe percepito nel ruolo di provenienza, e le eventuali differenze vengono coperte con un assegno ad personam riassorbibile con futuri miglioramenti economici.

Il problema è che nessuno ha calcolato quanto costerà questa operazione. I Servizi parlamentari lo scrivono esplicitamente: sarebbe utile acquisire informazioni, sia pure in forma sintetica, sulle differenze retributive e previdenziali. Una lacuna non trascurabile, perché quelle differenze – moltiplicate per le centinaia di militari coinvolti e proiettate su decenni di carriera e trattamento pensionistico – potrebbero rappresentare un onere tutt’altro che marginale.

I poliambulatori militari e le convenzioni con le Asl: un’apertura senza dati
La prospettiva di aprire strutture sanitarie militari all’utenza del Ssn attraverso convenzioni con le Aziende sanitarie locali è, in astratto, una risposta interessante alla crisi dell’offerta ambulatoriale pubblica. Le strutture ci sono, il personale anche, e in molte aree del Paese la desertificazione sanitaria potrebbe trovare in questo modello un presidio aggiuntivo.

Ma il decreto non è accompagnato da alcuna mappatura delle strutture disponibili, da alcuna stima del fabbisogno coperto, da alcuna indicazione degli oneri già sostenuti nell’ambito dei protocolli d’intesa eventualmente già in atto tra Difesa e sistema sanitario regionale. I Servizi parlamentari lo chiedono esplicitamente: andrebbero forniti elementi informativi in merito agli eventuali protocolli già in atto, con esposizione dei relativi oneri per i servizi prestati nei distinti ambiti di intervento.

Senza questi dati, la norma rimane una potenzialità non quantificata. E una potenzialità non quantificata, in un sistema di finanza pubblica sotto pressione, può trasformarsi rapidamente in un impegno di spesa imprevisto.

La libera professione intramuraria: spazi, controlli e conflitti di interesse
L’introduzione della libera professione intramuraria per medici e psicologi militari è la novità forse più inedita dell’intero provvedimento. Si tratta di un modello che esiste già nel Ssn, ma che nelle strutture della Difesa non era mai stato formalizzato in questi termini. I professionisti sanitari militari potranno esercitare attività privata all’interno delle strutture militari, fuori dall’orario di servizio, con tariffe coerenti con quelle nazionali di riferimento del Ssn e con obbligo di separazione netta tra attività istituzionale e attività libero-professionale.

L’impianto normativo sul punto è dettagliato: sono previsti il monitoraggio dei tempi di attesa, la tracciabilità dei pagamenti, la prevenzione dei conflitti di interesse, i limiti di compatibilità con i compiti istituzionali. Ma il dossieri dei Servizi parlamentari rilevano che mancano conferme sull’adeguatezza degli spazi fisici, dei sistemi informativi e dei moduli organizzativi necessari a garantire un controllo effettivo dei volumi prestazionali. In altri termini: l’architettura normativa c’è, ma non è chiaro se le strutture militari siano in grado di sostenere concretamente questo nuovo modello senza investimenti aggiuntivi.

Il paradosso del periodo transitorio: sei anni con i vecchi corpi ancora vivi
C’è infine una contraddizione interna alla riforma che il dossier non segnala esplicitamente ma che emerge con chiarezza dalla lettura del testo. Il decreto prevede un regime transitorio delle promozioni fino al 2033 – sei anni – durante il quale le quote di avanzamento di carriera rimangono distinte per corpo di provenienza, come se i quattro corpi sanitari separati esistessero ancora.

È una scelta comprensibile sul piano pratico: tutela le aspettative di carriera del personale in servizio ed evita che la fusione produca penalizzazioni improvvise. Ma di fatto significa che la logica unitaria del nuovo corpo convive con la logica frammentata di quello precedente. La razionalizzazione, insomma, viene annunciata nel 2026 e realizzata – almeno sul piano delle carriere – non prima del 2033.

Una riforma necessaria, ma da completare
Nulla di tutto questo significa che la riforma sia sbagliata. L’unificazione dei corpi sanitari militari risponde a una logica di efficienza difficilmente contestabile, e la prospettiva di un sistema integrato capace di supportare le missioni all’estero, presidiare le crisi sul territorio nazionale e contribuire — in sussidiarietà — al Servizio Sanitario Nazionale è una visione ambiziosa ma coerente con le sfide che il sistema sanitario pubblico ha davanti.

Il problema è che una riforma di questa portata non si può reggere su una relazione tecnica che dichiara l’invarianza finanziaria senza dimostrarla, su differenze retributive non quantificate, su convenzioni con le ASL prive di dati di riferimento e su un fondo di 2 milioni di euro presentato come sufficiente a coprire tutto. Il Parlamento ha ora il compito di chiedere quei numeri, pretendere quelle risposte e assicurarsi che la riforma che entrerà in vigore il 1° gennaio 2027 sia non solo ben disegnata, ma anche concretamente sostenibile.

G.R.

13 Marzo 2026

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