Hanno ricevuto le borse di studio, le hanno incassate, ci hanno fatto i conti. E ora si sentono chiedere di restituirle. È la situazione paradossale in cui si trovano numerosi specializzandi in farmacia ospedaliera in Italia, vittime di un’interpretazione normativa riaffiorata a distanza di mesi che sta gettando nel caos centinaia di giovani professionisti sanitari nel bel mezzo del loro percorso formativo.
A denunciarlo è la Rete Nazionale degli Specializzandi in Farmacia Ospedaliera – ReNaSFO – che in un comunicato datato 15 marzo 2025 chiede un intervento urgente del Ministero dell’Università e della Ricerca, del Ministero della Salute e del Ministero delle Finanze per fare chiarezza su una vicenda che, scrive l’associazione, “genera forte incertezza e preoccupazione tra gli specializzandi”.
Tutto nasce da una recente nota del Ministero dell’Università relativa al bando delle borse di studio destinate agli specializzandi non medici. Sulla base di quella nota alcune università hanno avviato la sospensione cautelativa dell’erogazione delle borse. In alcuni atenei, dove le borse erano già state pagate, è scattata addirittura la richiesta di restituzione delle somme già erogate.
Il nodo normativo è l’applicazione della legge n. 398 del 1989, che vieta il cumulo delle borse di specializzazione con altre borse di studio e prevede – nel combinato disposto con il Decreto Interministeriale del 19 aprile 1990 – un limite di reddito personale complessivo annuo lordo pari a 7.750 euro per poter beneficiare del sostegno economico. Nel calcolo rientrano redditi patrimoniali e qualsiasi emolumento di natura ricorrente, con esclusione soltanto di quelli occasionali. Una soglia che, alla luce del costo della vita attuale, appare di un’altra epoca: ed è esattamente questo il punto.
Il quadro economico entro cui questa norma si applica è già di per sé critico. Le borse destinate agli specializzandi di area sanitaria non medica ammontano a meno di 400 euro mensili lordi, a fronte di tasse universitarie che si aggirano mediamente intorno ai 2.000 euro annui, cui si sommano i costi legati alla formazione e alla mobilità. Un bilancio già precario, che l’applicazione del limite reddituale rischia di rendere insostenibile: chiunque percepisca redditi ricorrenti – anche modesti, come quelli da piccole attività patrimoniali – si trova di fatto escluso dal sostegno previsto.
L’effetto concreto, denuncia ReNaSFO, è quello di rendere il percorso formativo economicamente inaccessibile per molti specializzandi, con il rischio di scoraggiare l’accesso a specializzazioni fondamentali per il funzionamento del Servizio sanitario nazionale.
La ferita, però, brucia ancora di più se confrontata con la condizione degli specializzandi di area medica. Questi ultimi beneficiano di contratti di formazione specialistica – uno strumento giuridicamente diverso dalla borsa di studio – e non sono soggetti ad analoghi limiti reddituali. Possono quindi percepire il loro sostegno economico indipendentemente dalla propria situazione patrimoniale.
Per ReNaSFO questa asimmetria rappresenta “una evidente disparità di trattamento tra professionisti sanitari che operano all’interno dello stesso Servizio sanitario nazionale”. Una disparità tanto più difficile da giustificare se si considera il ruolo che gli specializzandi in farmacia ospedaliera svolgono quotidianamente nelle strutture sanitarie: gestione del farmaco, sicurezza delle terapie, farmacia clinica, governance sanitaria. Funzioni essenziali, rimunerate in modo già esiguo, ora ulteriormente messe a rischio da un quadro normativo che non è stato aggiornato da oltre trent’anni.
ReNaSFO chiede un intervento urgente dei ministeri competenti per chiarire il quadro normativo e garantire condizioni sostenibili per la formazione specialistica non medica. E avverte: in assenza di risposte concrete nelle prossime settimane, l’associazione si riserva di promuovere iniziative di mobilitazione nazionale, invitando già da ora gli specializzandi a prepararsi a un momento di confronto pubblico a Roma.
“La formazione degli specialisti che opereranno nel Servizio Sanitario Nazionale”, scrivono il presidente Giovanni Lacivita e il Consiglio Direttivo, “non può essere lasciata nell’incertezza normativa né penalizzata da condizioni economiche che ne compromettono l’accesso e la sostenibilità.”