Gentile Direttore,
La polemica scoppiata sulla richiesta di pagamento delle cure ai familiari dei ragazzi feriti a Crans- Montana da parte della Confederazione Svizzera fa riflettere.
“Una richiesta ignobile” così la definisce la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, mentre l’ambasciatore italiano in Svizzera dichiara “Non pagheremo né ora né mai” e di richiesta “irricevibile”? “È tutto molto spiacevole e inopportuno… parlare di soldi con un’indagine in corso” afferma il padre di uno dei ragazzi feriti.
Tutto molto comprensibile. Come si fa a chiedere soldi quando è evidente che ci sono responsabilità del Paese che le manda, quando era ed è in gioco la vita di giovani ragazzi, quando anche l’Italia ha fatto la sua parte ricoverando senza indugi alcuni dei ragazzi svizzeri feriti?
Mi ha fatto pensare, fra l’altro, agli anni in cui, giovane medico, ho lavorato in Ciad. Nell’Ospedale Nazionale di N’Djamena, la capitale, qualunque fosse il problema, la persona che arrivava in pronto soccorso riceveva una ricetta con elencato tutto il necessario per ricevere le cure (farmaci, siringhe, diluenti, garze…) e di fatto non veniva curata finché non si trovavano i soldi per pagare. Un sistema che faceva rabbrividire, frutto delle imposizioni della Banca Mondiale, che ovviamente induceva le persone ad arrangiarsi in altro modo. Un paragone un po’ audace, forse, ma pensandoci bene il meccanismo non è poi così distante.
Le reazioni italiane alla richiesta svizzera non tengono forse conto del fatto che il sistema sanitario svizzero è mutualistico, funziona cioè grazie al versamento di un premio annuale da parte delle famiglie a una delle casse autorizzate dal governo, a differenza di quello italiano, che è universalistico, finanziato dalla fiscalità generale e governato dallo stato. Come hanno spiegato gli stessi funzionari svizzeri, certamente in modo poco empatico, la fattura recapitata alle famiglie dei ragazzi feriti a Crans-Montana è un atto dovuto, parte del meccanismo di accordo bilaterale che prevede poi un rimborso da parte dello Stato Italiano. Lo stesso dovrebbe accadere con i ragazzi svizzeri curati all’ospedale Niguarda di Milano. Non trattandosi di cittadini europei, il nostro SSN dovrebbe chiedere il pagamento delle cure al sistema svizzero. Si obietterà che questo non è il caso di cure di routine, che questo è un caso eccezionale dove ci sono per giunta delle implicazioni penali. Vero.
Ma quello che trovo interessante e degna di qualche riflessione è la veemenza con cui ci si scaglia contro una procedura che in sé è formalmente ineccepibile. Mi sembra che la chiave di interpretazione di questo atteggiamento stia nella percezione di noi italiani sul fatto che il servizio sanitario sia un servizio essenziale, eticamente dovuto, indipendentemente dall’ammontare dei costi e dalla situazione finanziaria dell’assistito. E in effetti così è stato, in Italia, dal 1978, anno di istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, che ha introdotto appunto le cure universalistiche, cioè rivolte a tutti indipendentemente dal censo. Dico “è stato” perché, come tutti dovrebbero sapere (ma la maggior parte sembra non sapere o far finta di niente) il Servizio Sanitario italiano da anni soffre di un costante sottofinanziamento che ha determinato una scarsità di personale e posti letto rispetto alla maggioranza degli altri paesi europei , ha ridotto nettamente l’offerta pubblica, ha prodotto un estenuante allungamento dei tempi di attesa e, di conseguenza, ha alimentato il ricorso al settore privato, tanto che ormai da anni si parla di rischio della privatocrazia a proposito della crisi del Ssn.
Non dobbiamo parlare di soldi? Parliamone, invece.
La spesa privata in Italia nel 2023 ha raggiunto quota 45,8 miliardi di euro. Di questi, 40,6 miliardi sono a carico dei cittadini; nello stesso anno 5,8 milioni di persone hanno rinunciato alle cure, di cui 3,1 milioni per motivi economici. Si sta erodendo il principio di universalità del Servizio Sanitario Nazionale, accentuando le disuguaglianze nell’accesso alle cure. La migrazione sanitaria e i disagi quotidiani sui tempi di attesa e sui pronto soccorso affollati dimostrano che la tenuta del SSN è prossima al punto di non ritorno, che i princìpi fondanti di universalismo, equità e uguaglianza sono stati ormai traditi e che si sta sgretolando il diritto costituzionale alla tutela della salute, in particolare per le fasce socio-economiche più deboli, gli anziani e i fragili, chi vive nel Mezzogiorno e nelle aree interne e disagiate (vedi l’ultimo Rapporto Gimbe).
Questo è il frutto di scelte di anni, in cui tutti i Governi hanno sottofinanziato il SSN e nessuno ha avviato un piano strutturale di rilancio del finanziamento pubblico, accompagnato da una coraggiosa stagione di riforme per ammodernare e riorganizzare la più grande opera pubblica mai costruita in Italia: quel Servizio Sanitario Nazionale istituito per tutelare la salute di tutti, che per anni è stato fra i primi servizi sanitari al mondo. Mentre il Governo trova le risorse per altri settori strategici, come la difesa, non è in grado di impegnarsi altrettanto nel rafforzamento del SSN, pilastro della nostra democrazia, strumento di coesione sociale e leva di sviluppo economico del Paese.
Arriverà il momento, e rischia di non essere così lontano, in cui chi non potrà sottoscrivere un’assicurazione non avrà il diritto di accedere alle cure. Arriverà il giorno in cui non dovremo aspettare una tragedia oltralpe per ricevere fatture da migliaia di euro. Arriverà forse il giorno in cui, a chi esclama “cose da terzo mondo!” riferendosi al nostro servizio sanitario, non potrò più rispondere che non sa di cosa sta parlando.
Di fronte alla comprensibile indignazione per le fatture ricevute dalla Svizzera, me ne aspetterei una di pari grado per la lenta ma progressiva demolizione del nostro servizio sanitario. Ce lo hanno già detto: stiamo per raggiungere il punto di non ritorno. Non aspettiamo che succeda.
Emanuela Sbriscia, Specialista in Medicina Interna Senigallia (An)