Medicina territoriale: criticità ignorate e riforme necessarie

Medicina territoriale: criticità ignorate e riforme necessarie

Medicina territoriale: criticità ignorate e riforme necessarie

Gentile Direttore, dopo aver letto le anticipazioni sul riordino della medicina generale messo a punto dal Ministero della Salute, mi sono chiesto se chi ha stilato quelle linee d’indirizzo abbia mai visto da vicino uno studio di medicina generale....

Gentile Direttore,
dopo aver letto le anticipazioni sul riordino della medicina generale messo a punto dal Ministero della Salute, mi sono chiesto se chi ha stilato quelle linee d’indirizzo abbia mai visto da vicino uno studio di medicina generale.

I mali della medicina territoriale non derivano dalla carenza di modelli organizzativi, né di una scarsità di indicatori o audit. I problemi sono molto più concreti: una burocrazia opprimente e una visione sempre più distorta del nostro lavoro. La politica ci giudica in base al numero di accessi impropri in Pronto Soccorso. I nostri assistiti, spesso, non sanno come utilizzare correttamente le risorse del SSN e ci trattano come distributori automatici di impegnative. E la responsabilità, in parte, è nostra: i medici di medicina generale non hanno saputo comunicare fino in fondo le criticità del sistema, né ai pazienti né alla politica. Ma riconoscere questo limite non può diventare il pretesto per ignorare i problemi strutturali, o, tantomeno, accettare interventi peggiorativi.

Un tempo venivamo definiti “medici di fiducia”. Ma la fiducia, in medicina generale, non è un titolo: nasce dalla competenza visibile e dalla capacità di risolvere problemi in modo concreto, non dallo smistare ad altri tutto ciò che non sia un raffreddore. I pazienti che mi stimano sono quelli a cui ho diagnosticato una fibrillazione atriale o una trombosi venosa profonda utilizzando gli strumenti disponibili in ambulatorio, non certo quelli cui mi limito a fornire impegnative su richiesta.

Qualsiasi tentativo serio di riforma dovrebbe partire da formazione adeguata, selezione meritocratica (abbandonando graduatorie anacronistiche), responsabilizzazione e reale valorizzazione delle competenze. Ogni studio di medicina generale dovrebbe essere dotato di segreteria, personale infermieristico, elettrocardiografo, spirometro, ecografo e l’attrezzatura necessaria per interventi di piccola chirurgia, come una sutura o la rimozione di una cisti sebacea.

Modelli come le Case della Comunità rischiano invece di essere un fallimento annunciato. È difficile comprendere come si possano immaginare strutture operative ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, nel pieno di una crisi demografica della medicina generale, con una gobba pensionistica imminente e percorsi formativi che registrano crescenti difficoltà di reclutamento e abbandoni. Il messaggio che sembra arrivare ai futuri medici è scoraggiante: carichi di lavoro crescenti, più burocrazia e una quota di retribuzione legata a obiettivi spesso irrealistici. Nessuno può ragionevolmente sostenere venti ore di ambulatorio, altrettante di back office, visite domiciliari e ulteriori attività distrettuali.

Aggiungere livelli di controllo ex post su un sistema già in affanno è come pretendere di far andare più veloce una 500 montandoci lo sportello di una Ferrari.

Gli audit vengono alla fine. Prima bisogna restituire tempo, autonomia e strumenti a chi lavora sul campo. La medicina territoriale ha bisogno di prossimità prima che di organizzazione, di fiducia prima che di controllo.


Francesco Paolo Sanna
MMG in servizio presso il comune di Eraclea (VE)

28 Aprile 2026

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