Mieloma Multiplo in Campania: diagnosi ancora sotto le attese
La gestione del mieloma multiplo in Campania sconta criticità strutturali e diagnosi tardive: rete ematologica e terapie innovative per arginare i flussi di pazienti verso altre regioni
Il mieloma multiplo resta una patologia complessa, spesso difficile da intercettare in fase precoce e da gestire lungo tutto il percorso di cura. In Campania, questa complessità si intreccia con criticità organizzative storiche, liste d’attesa, difficoltà territoriali e migrazione sanitaria. Ma l’istituzione della rete ematologica regionale e l’arrivo di nuove opzioni terapeutiche, anche attraverso strumenti di accesso precoce come il CNN, aprono una fase nuova per la presa in carico dei pazienti.
Come ricorda Rosario Bianco, dirigente medico di Ematologia e Trapianti all’A.O.R.N. San Giuseppe Moscati di Avellino, la Campania parte da un dato generale non trascurabile: “Abbiamo un’aspettativa di vita appena al di sotto degli 80 anni, quindi non in linea con l’aspettativa di vita del cittadino italiano medio”. In questo contesto, a luglio 2025 la Regione ha istituito, attraverso il Burc, la rete ematologica campana, con l’obiettivo di strutturare meglio la presa in carico dei pazienti con mieloma multiplo.
Sottodiagnosi e ritardo di accesso
Nel documento regionale viene indicato come obiettivo per il 2025 il raggiungimento di 570 nuove diagnosi attese di mieloma multiplo. Tuttavia, sottolinea Bianco, “dai vari registri tumori ufficiali e non che abbiamo a disposizione le nuove diagnosi di mieloma multiplo in Regione Campania non superano le 500”. Questo bias di circa 70 cittadini, secondo Bianco, è dovuto probabilmente a una riduzione, ritardo o mancato assetto di ingresso alle nuove cure.
Il mieloma multiplo può manifestarsi con alterazioni ematochimiche, ma anche con segni meno immediati, come problemi renali o lesioni rilevabili attraverso indagini di imaging. Il rischio, quindi, è che il paziente arrivi all’ematologo dopo un percorso lungo e frammentato. Poi ci sono i ritardi accumulati nell’accesso alle visite specialistiche, agli esami di routine e alla diagnostica per immagini. Il paziente campano “in taluni casi o ha un ritardo diagnostico oppure soffre di migrazione sanitaria”, osserva l’esperto.
Una rete per avvicinare le cure
La rete non è solo uno strumento organizzativo, ma anche una leva per contrastare la migrazione sanitaria. Per Danilo De Novellis, dirigente medico all’Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno, è necessario rafforzare “una stretta coesione da un lato col territorio, dall’altro con gli specialisti di riferimento”. Solo così, afferma, è possibile “ridurre il fenomeno della migrazione sanitaria”.
Chi è affetto da patologie croniche complesse e invalidanti come il mieloma, sottolinea De Novellis, deve avere la possibilità di essere curato ovviamente sempre al meglio vicino casa.
Opzioni terapeutiche in rapida evoluzione
Il mieloma multiplo è passato, negli ultimi anni, da una malattia per la quale il concetto di guarigione era difficilmente pronunciabile a una patologia in cui le nuove combinazioni terapeutiche permettono di ottenere risposte sempre più profonde e durature.
Bianco evidenzia come, già dalla prima linea, le nuove terapie possano offrire “un’aspettativa di una malattia libera da progressione che può arrivare fino a 17 anni”. Per il paziente recidivato o refrattario lo scenario è cambiato grazie a una “pletora di farmaci” in costante innovazione negli ultimi cinque anni.
Il ruolo del CNN e l’accesso precoce a belantamab
La disponibilità di nuove molecole rende cruciale anche il tema dell’accesso prima della rimborsabilità ordinaria. “È molto importante poter avere dei farmaci in expanded access programs come il CNN, che permette di accedere a determinati tipi di farmaci, di triplette, prima della rimborsabilità ufficiale da parte dello Stato, delle Regioni, da parte di AIFA”, spiega De Novellis. In questo modo, i pazienti candidabili possono anticipare l’accesso a trattamenti potenzialmente utili, senza attendere i tempi completi dell’iter regolatorio.
Tra le nuove opzioni citate dall’ematologo c’è belantamab, molecola che richiede però una gestione attenta delle tossicità specifiche. De Novellis sottolinea che l’arrivo di nuovi farmaci impone una collaborazione più stretta tra ematologi e altri specialisti: nutrizionisti per le tossicità gastrointestinali, oculisti per i farmaci associati a tossicità oculare.
Per belantamab, in particolare, questa collaborazione è già stata sperimentata negli anni precedenti. “La curva di apprendimento della gestione della tossicità è partita tanti anni fa quando belantamab era approvato nelle recidive tardive, dalla quinta linea in poi”, ricorda De Novellis. Questa esperienza ha permesso agli ematologi e agli oculisti di riferimento di familiarizzare con la gestione del farmaco e con il monitoraggio dei pazienti.
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