Tutti, giustamente, a parlare di hantavirus, da giorni oggetto degli interventi più letti qui su Qs. Il Ministro Schillaci, bontà sua, ha dichiarato qualche giorno fa che la situazione è sotto controllo visto che non è il Covid. E poi “il Piano pandemico funziona”, parole riportate anche qui su Qs. Su questa preparazione del Ssn ad affrontare una nuova esigenza pandemica è impossibile non avere molte riserve. Limiterò qui i miei commenti alla risposta ospedaliera rinviando per alcune considerazioni più generali a un mio intervento su Scienza in rete.
I punti cardine della risposta ospedaliera ad un evento pandemico sono facilmente sintetizzabili: una aumentata disponibilità di posti letto intensivi, semintensivi e di area medica e una aumentata capacità di offrire ai casi sospetti percorsi separati al Pronto Soccorso. Infatti, per garantire una miglior risposta ospedaliera alla pandemia con il DL 34 del 2020 vennero previste e finanziate specifiche misure per quei due punti cardine che si ritrovano ad un adeguato livello di dettaglio nella circolare esplicativa di quel DL.
In particolare venivano previste le seguenti misure:
-un incremento strutturale dei posti letto intensivi fino a una dotazione omogenea sul territorio nazionale pari a 0,14 posti letto per mille abitanti, per un totale di 3.500 posti letto in aggiunta ai 5.179 già disponibili;
-una riconversione di posti letto ordinari in posti letto semintensivi fino a una dotazione di posti letto pari allo 0,007% calcolato sulla popolazione residente, per un totale di 4.225 posti letto;
-l’utilizzo eventuale di una quota parte di posti letto di area medica, di acuzie e postacuzie per la gestione dei pazienti COVD-19;
-la riorganizzazione e ristrutturazione di almeno una parte dei Pronto Soccorso con l’obiettivo prioritario di separare i percorsi e creare aree di permanenza dei pazienti in attesa di diagnosi che garantiscano i criteri di separazione e sicurezza.
Ammettendo che gli interventi strutturali e l’acquisizione delle tecnologie siano stati completati, rimane l’enorme problema del personale necessario sia per lo svolgimento di queste attività aggiuntive che per il mantenimento delle altre attività ospedaliere sia programmate che in urgenza. La circolare ministeriale anche su questo dava indicazioni e sottolineava, sia per le aree ospedaliere dedicate alla terapia intensiva e semintensiva che per i Pronto Soccorso, “l’opportunità del mantenimento di una quota di personale medico e infermieristico, altrimenti impegnato per altri tipi di assistenza, prontamente impiegabile per rafforzare la dotazione degli organici in particolari situazioni emergenziali. A questo fine, corsi a cadenza periodica e di aggiornamento sul campo permetteranno di mantenere nel tempo le competenze di base del personale dedito di norma ad altre attività”.
Adesso confrontiamo queste indicazioni con la attuale realtà in cui le attività ospedaliere “ordinarie” sono in grave sofferenza come testimoniato dai tempi di attesa per le attività programmate sia chirurgiche che ambulatoriali e dal fenomeno del boarding ai Pronto Soccorso per la difficoltà contestuale di dimettere e di ricoverare. Confrontiamole poi con la carenza dei medici nell’area dell’emergenza-urgenza e la gravissima carenza di personale infermieristico (ma anche tecnico) e la permanente presenza di tetti di spesa del personale (ammesso che lo si riesca a trovare). Se poi passiamo alla situazione del territorio la musica non cambia, ma mantengo l’impegno di limitarmi ai problemi dell’ospedale.
Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il Ssn reale sa che il problema non è tanto il Piano Pandemico, ma il Ssn stesso la cui fragilità renderebbe inefficace qualunque Piano Pandemico. E perché questa non sia la solita lagna proverei a dare qualche indicazione sempre limitandomi agli ospedali. La prime due sono ovvie: finanziare di più il Ssn e investire sulle politiche del personale. Ma anche altre sono possibili: far uscire la ospedalità privata dalla riserva protetta in cui molte Regioni la lasciano, applicare davvero il DM 70 alle reti ospedaliere regionali spesso programmate e gestite più con un occhio al consenso che al DM 70, immaginare politiche per il reclutamento programmato e volontario di “riservisti” (butto là: operatori in quiescenza “recente”) e fare davvero quei corsi di formazione di cui parla la circolare in modo che “una quota di personale medico e infermieristico, altrimenti impegnato per altri tipi di assistenza, prontamente impiegabile per rafforzare la dotazione degli organici in particolari situazioni emergenziali.”
Insomma, l’ottimismo del Ministro mi lascia perplesso e credo di avere tutte le ragioni per esserlo.