L’Istituto superiore di sanità ha diffuso una nota informativa sul focolaio di Ebola causato dal virus Bundibugyo, dichiarato emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (PHEIC) il 16 maggio 2026 dal direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità. Il provvedimento è scattato dopo che l’epidemia, inizialmente segnalata il 5 maggio nella zona sanitaria di Mongbwalu, nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, si è estesa anche all’Uganda, dove è stato confermato un caso importato deceduto nella capitale Kampala.
Secondo l’ultimo bollettino dell’Oms, al momento i casi confermati sono 30, ma i casi sospetti sono circa 500, con 130 possibili decessi. L’epidemia ha colpito anche operatori sanitari.
Cos’è l’emergenza internazionale
La dichiarazione di PHEIC, spiega l’Iss, viene utilizzata dall’Oms per “un evento straordinario che costituisce un rischio di salute pubblica per altri Stati attraverso la diffusione internazionale di una malattia, e che potenzialmente richiede una risposta coordinata a livello internazionale”. Si tratta di una procedura che permette di far scattare un’allerta internazionale, mobilitare risorse straordinarie e coordinare una risposta globale, ma non è necessariamente legata a un rischio di pandemia. In passato sono state dichiarate PHEIC per epidemie causate da Mpox, virus influenzali, virus Zika e virus Ebola.
Il rischio per l’Europa
Secondo la valutazione del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, “la probabilità di contagio per i residenti dell’UE/SEE o per i viaggiatori diretti nella provincia dell’Ituri è considerata bassa. Per la popolazione generale dell’UE/SEE, la probabilità di contagio è molto bassa a causa della limitata possibilità di importazione e successiva trasmissione in Europa”.
Come si trasmette il virus
La malattia da virus Bundibugyo (BVD) è una forma grave e spesso fatale della malattia Ebola, causata dal virus Bundibugyo, una delle specie di Orthoebolavirus. Si tratta di una zoonosi: si sospetta che i pipistrelli della frutta siano il serbatoio naturale del virus. L’infezione umana si verifica attraverso il contatto ravvicinato con il sangue o le secrezioni di animali selvatici infetti, tra cui pipistrelli o primati non umani. La trasmissione da persona a persona avviene tramite contatto diretto con il sangue, le secrezioni, gli organi o altri fluidi corporei di individui infetti o con superfici contaminate. La trasmissione è particolarmente amplificata negli ambienti sanitari quando le misure di prevenzione e controllo delle infezioni (IPC) sono inadeguate e durante pratiche di sepoltura non sicure.
Cosa sappiamo del virus Bundibugyo
In passato sono state documentate due epidemie da BVD, in Uganda e nella Repubblica Democratica del Congo, nel 2007 e nel 2012, con un tasso di mortalità compreso tra il 30 e il 50 per cento. A differenza di altre varianti di Ebola, non esiste un vaccino autorizzato e non sono disponibili terapie specifiche contro il virus Bundibugyo. Tuttavia, un intervento tempestivo di supporto può essere salvavita.
Il periodo di incubazione della BVD varia da 2 a 21 giorni. Gli individui di solito non sono contagiosi fino alla comparsa dei sintomi. I sintomi iniziali non sono specifici e includono febbre, affaticamento, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola, il che complica e può ritardare la diagnosi e la segnalazione della malattia. Questi sintomi progrediscono con disturbi gastrointestinali, disfunzioni d’organo e, in alcuni casi, manifestazioni emorragiche.
Le raccomandazioni dell’Oms per i Paesi non colpiti
L’Oms raccomanda che nessun Paese chiuda i propri confini o imponga restrizioni ai viaggi e al commercio. Tali misure, avverte l’agenzia, “vengono solitamente attuate per paura e non hanno alcun fondamento scientifico”. Spingono il movimento di persone e merci verso valichi di frontiera informali non controllati, aumentando la diffusione della malattia. Possono inoltre compromettere le economie locali e influire negativamente sulle operazioni di risposta.
Le autorità nazionali dovrebbero invece collaborare con le compagnie aeree e gli altri settori dei trasporti per garantire il rispetto delle raccomandazioni Oms sul traffico internazionale. I viaggiatori diretti nelle aree colpite dovrebbero ricevere informazioni sui rischi e sulle misure di prevenzione. Il pubblico generale dovrebbe essere informato in modo accurato sull’epidemia. Gli Stati dovrebbero essere pronti a facilitare l’evacuazione e il rimpatrio dei propri cittadini esposti al virus. Non si ritiene invece necessario sottoporre i passeggeri di ritorno da zone a rischio a controlli all’ingresso negli aeroporti o altri punti di frontiera al di fuori della regione interessata.