Smettere di fumare è una priorità per sei fumatori di sigarette su dieci, e anche per la metà di chi usa sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato. Ma per la gran parte di loro è un obiettivo “molto difficile” e pensano di non poterlo raggiungere. È quanto emerge dall’indagine “Prevenzione del tabagismo e aiuto alla cessazione” realizzata da AstraRicerche per conto della Fondazione Veronesi e presentata il 19 maggio in Senato in occasione dell’incontro “Strumenti e misure politiche contro il tabagismo, dalla prevenzione alla smoking cessation: ricerca, clinica e istituzioni a confronto”.
Due fumatori su tre dichiarano di avere provato a smettere, ma tendono a fare da soli e spesso ricadono nel giro di pochi mesi. “Perché tante persone pensano che sia così difficile smettere di fumare? – commenta Cosimo Finzi, direttore di AstraRicerche – Anche perché non sanno come farlo, non conoscono metodi e risorse. E in tutto questo i medici e gli operatori sanitari in genere sono ancora poco considerati”.
Un consumo ancora elevato e sempre più “ibrido”
Secondo l’indagine, l’82,3 per cento del campione dichiara di fumare attualmente, mentre il 17,8 per cento è composto da ex fumatori. Tra chi fuma, il 62,2 per cento utilizza sigarette tradizionali, ma il 54,7 per cento ricorre anche ai nuovi dispositivi: il 38,0 per cento usa sigarette elettroniche e il 19,3 per cento prodotti a tabacco riscaldato. Il dato evidenzia un comportamento sempre più “ibrido”, in cui il passaggio ai nuovi dispositivi non coincide necessariamente con l’abbandono delle sigarette tradizionali. La sovrapposizione tra prodotti è particolarmente frequente tra uomini, trentanovenne e fumatori abituali.
Il livello di consumo resta elevato: oltre sei fumatori su dieci consumano almeno sei sigarette al giorno, mentre quasi il 28 per cento supera le undici sigarette quotidiane, indicando una relazione consolidata con il fumo e una significativa esposizione continuativa alla nicotina.
I nuovi dispositivi percepiti come meno dannosi
La quasi totalità degli intervistati riconosce la pericolosità delle sigarette tradizionali: quasi il 90 per cento le considera molto o abbastanza dannose per la salute. Diversa la percezione dei nuovi dispositivi, ritenuti molto dannosi solo dal 26,1 per cento del campione. Il dato suggerisce che sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato beneficino ancora di un’immagine di scarsa dannosità, soprattutto tra i più giovani.
Il tema è particolarmente rilevante alla luce della campagna Oms 2026, che punta a smascherare le strategie con cui l’industria del tabacco e della nicotina continua a rendere attrattivi prodotti sempre nuovi attraverso aromi, design, packaging e marketing rivolti soprattutto alle nuove generazioni.
Smettere resta difficile
La consapevolezza dei danni del fumo è diffusa: oltre l’80 per cento degli intervistati si considera informato sui rischi legati al tabacco e il legame con tumori e malattie respiratorie è ampiamente riconosciuto. Tuttavia, conoscere i rischi spesso non basta a interrompere la dipendenza. Per il 66,3 per cento del campione smettere di fumare sigarette tradizionali è molto o estremamente difficile. Le principali barriere sono la dipendenza fisica dalla nicotina, gli aspetti psicologici e rituali legati al fumo e il suo utilizzo come strumento di gestione dello stress.
Chi non ci ha provato lo ha fatto per abitudine (38,8 per cento) o mancanza di motivazione (37 per cento), ma anche per timore di non ricevere supporto adeguato (14 per cento), soprattutto tra i più giovani e gli uomini più delle donne, e perché pensa che sia troppo difficile (26 per cento).
La difficoltà di mantenere l’astinenza
Due fumatori su tre dichiarano di aver già provato a smettere. Fra chi ci ha provato, oltre la metà ha tentato di smettere almeno una volta nell’ultimo anno. I motivi addotti sono molteplici, ma il più citato (dal 29,6 per cento) è il costo economico del fumo, seguito da malattia o morte di altre persone (24,8 per cento), dal venir meno del piacere del fumo (24,6 per cento) e dalla preoccupazione degli effetti negativi del fumo passivo per i propri cari (23,8 per cento). Tuttavia, il mantenimento dell’astinenza rappresenta la fase più critica: quasi due terzi di chi tenta di smettere ricade entro i primi sei mesi, soprattutto a causa di stress e momenti difficili (51,9 per cento). Solo il 17,8 per cento riesce a restare senza fumo per oltre un anno.
Prevale il fai-da-te e persiste la diffidenza verso i farmaci
Più della metà degli intervistati dichiara di aver tentato di smettere senza alcun supporto specialistico, affidandosi esclusivamente alla volontà personale. Solo una minoranza ha utilizzato terapie sostitutive della nicotina, farmaci o percorsi strutturati. Persistono inoltre false convinzioni sugli strumenti terapeutici: meno del 40 per cento sa che le terapie sostitutive non “sostituiscono una dipendenza con un’altra”, mentre appena un quarto riconosce come falsa l’idea che i farmaci per smettere siano pericolosi.
Centri antifumo poco conosciuti
Ancora limitata la conoscenza dei servizi disponibili: il 44,1 per cento non conosce alcuno strumento di supporto alla cessazione e solo poco più di un terzo conosce i Centri Antifumo. Tra chi li conosce, appena il 15,3 per cento vi si è rivolto almeno una volta. Eppure, chi li ha utilizzati apprezza soprattutto la presenza integrata di medici e psicologi, la possibilità di accedere a terapie farmacologiche e il supporto continuativo nel tempo.
L’indagine evidenzia inoltre una disponibilità potenziale molto ampia: quasi due persone su tre si dichiarano favorevoli a utilizzare un Centro Antifumo in futuro, soprattutto se più accessibile, vicino e semplice da raggiungere. Il dato conferma la necessità di rafforzare la rete dei servizi dedicati alla cessazione e di aumentare il coinvolgimento dei professionisti sanitari, ancora oggi poco presenti nei percorsi di orientamento verso questi strumenti.
Campagne antifumo, impatto ancora limitato
Le campagne antifumo risultano molto presenti nella memoria collettiva: quasi il 90 per cento degli intervistati ricorda di averne viste o ascoltate. I canali considerati più efficaci sono televisione e radio, seguiti da ospedali, ambulatori e internet. Tuttavia, meno della metà del campione le considera davvero efficaci nel favorire un cambiamento concreto dei comportamenti, segnalando la necessità di strategie di comunicazione sempre più continuative, mirate e capaci di accompagnare i fumatori anche nei percorsi di cessazione.