Vi è qualcosa di profondamente rivelatore nel fatto che, dopo quasi vent’anni di assenza programmatoria, lo Stato torni finalmente a dotarsi di un Piano nazionale per il Servizio sanitario e continui tuttavia a chiamarlo semplicemente “sanitario”.
Non è una questione terminologica. È il segno di una persistente impostazione culturale e politica che continua a separare artificialmente la dimensione sanitaria da quella sociale, proprio nel momento storico in cui l’evoluzione demografica, la cronicità, la non autosufficienza e le nuove fragilità rendono ormai impossibile distinguere la cura della malattia dalla presa in carico complessiva della persona.
La contraddizione appare evidente già nella struttura del nuovo Piano. Il documento parla infatti di territorio, domiciliarità, salute mentale, caregiver, prevenzione, comunità, non autosufficienza, integrazione e riduzione delle disuguaglianze.
Cioè di questioni che appartengono pienamente alla dimensione sociosanitaria.
Eppure il paradigma continua a restare formalmente “sanitario”.
È precisamente in questa distanza tra il nome e il contenuto che si manifesta uno dei più profondi errori politici e istituzionali accumulati dal Servizio sanitario nazionale negli ultimi decenni: avere continuato a pensare la salute come funzione prevalentemente sanitaria, quando la realtà dei bisogni impone invece una responsabilità pubblica integrata, sociale e sanitaria insieme.
Dopo quasi vent’anni di assenza programmatoria, il Governo annuncia finalmente un nuovo Piano sanitario nazionale, mentre l’ultimo Piano approvato risale al triennio 2006-2008.
Il dato temporale non è neutro. Vent’anni senza un Piano nazionale significano vent’anni nei quali il Servizio sanitario nazionale ha progressivamente perso una regia politica unitaria, sostituita da:
- piani di rientro;
- gestione emergenziale;
- vincoli finanziari;
- frammentazione regionale;
- interventi settoriali;
- programmazione per adempimenti;
- rincorsa continua alle crisi.
Nel frattempo, il Paese è profondamente cambiato. Sono aumentati l’invecchiamento della popolazione, la cronicità, la non autosufficienza, le fragilità sociali e territoriali, mentre la pandemia ha definitivamente mostrato la debolezza della medicina territoriale e della presa in carico continuativa della persona.
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più significativa del nuovo impianto programmatorio. Il Piano continua infatti a definirsi “sanitario”, mentre i suoi contenuti sono ormai strutturalmente sociosanitari.
Non si tratta di una questione terminologica o semantica. La denominazione riflette una precisa impostazione culturale e istituzionale che continua a separare artificialmente ciò che nella realtà concreta delle persone è inseparabile:
- malattia;
- condizione sociale;
- povertà;
- fragilità familiare;
- disabilità;
- non autosufficienza;
- solitudine;
- marginalità territoriale;
- bisogno assistenziale.
E’ dato apprendere, che lo stesso documento ministeriale riconosce esplicitamente che le principali sfide del SSN riguardano:
- cronicità prolungata;
- disuguaglianze territoriali;
- salute mentale;
- non autosufficienza;
- domiciliarità;
- presa in carico longitudinale dei pazienti cronici;
- integrazione territoriale;
- partecipazione delle comunità e dei caregiver.
Ma tutti questi ambiti non appartengono più alla sanità in senso stretto. Essi costituiscono, per definizione, il terreno della integrazione sociosanitaria.
La centralità assegnata al territorio, alle Case della Comunità, alla domiciliarità e alla presa in carico continuativa dimostra che il problema contemporaneo non è soltanto curare la malattia, ma governare condizioni esistenziali complesse che richiedono simultaneamente:
- interventi sanitari;
- sostegno sociale;
- continuità assistenziale;
- servizi domiciliari;
- supporto familiare;
- integrazione con i Comuni;
- coordinamento tra distretto, medicina generale e rete sociale.
In questo senso, la permanenza della definizione di “Piano sanitario nazionale” rappresenta il perseverare sintomo di un errore politico originario: avere continuato a pensare la tutela della salute come funzione prevalentemente sanitaria, anziché come responsabilità pubblica integrata centrata sulla persona.
La stessa legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale del 1978 conteneva in realtà una visione più avanzata. L’impianto universalistico della legge n. 833 nasceva infatti da un concetto ampio di salute, strettamente connesso alle condizioni sociali ed economiche della collettività. Nel corso degli anni, tuttavia, il sistema si è progressivamente irrigidito:
- da un lato la sanità;
- dall’altro l’assistenza sociale;
- nel mezzo una integrazione sociosanitaria incompiuta e spesso affidata alla buona volontà istituzionale dei territori.
L’aziendalizzazione, i vincoli finanziari, la regionalizzazione spinta e la cultura prestazionale hanno ulteriormente accentuato questa separazione, producendo un sistema orientato prevalentemente:
- alla prestazione;
- all’ospedale;
- all’equilibrio contabile;
- alla gestione amministrativa degli adempimenti.
Non è casuale che il nuovo Piano richiami continuamente:
- prevenzione integrata;
- One Health;
- prossimità territoriale;
- salute mentale;
- comunità;
- caregiver;
- coprogettazione;
- domiciliarità;
- governo della cronicità.
Si tratta infatti di categorie che appartengono strutturalmente alla cultura sociosanitaria e non alla tradizionale amministrazione sanitaria centrata sulla singola prestazione.
La contraddizione diventa allora evidente: il Piano utilizza strumenti concettuali sociosanitari, ma continua a muoversi dentro una architettura istituzionale e finanziaria ancora prevalentemente sanitaria.
Ed è proprio qui che emerge il rischio maggiore. Se la programmazione resta “sanitaria”, mentre i bisogni reali sono “sociosanitari”, il sistema continuerà inevitabilmente a:
- medicalizzare il disagio sociale;
- scaricare sulle famiglie il peso della non autosufficienza;
- frammentare la presa in carico;
- separare Comuni, distretti e strutture sanitarie;
- finanziare le prestazioni anziché i percorsi assistenziali integrati;
- trattare la fragilità come sommatoria di atti sanitari invece che come condizione complessa della persona.
La vera riforma non consiste dunque soltanto nell’approvare un nuovo Piano nazionale dopo vent’anni di vuoto programmatorio. La vera riforma richiederebbe il superamento definitivo della storica divisione tra sanitario e sociale, riconoscendo che la salute della persona fragile non è più governabile attraverso una logica esclusivamente sanitaria.
Per questo il limite più significativo del nuovo Piano potrebbe essere proprio il suo nome: continuare a chiamarlo “Piano sanitario nazionale” quando la realtà dei bisogni, delle fragilità e delle trasformazioni demografiche richiederebbe finalmente un autentico Piano sociosanitario nazionale.
Ettore Jorio