Divieto social ai minori di 16 anni? Una scorciatoia, piuttosto iniziamo a non usare gli smartphone durante i pasti

Divieto social ai minori di 16 anni? Una scorciatoia, piuttosto iniziamo a non usare gli smartphone durante i pasti

Divieto social ai minori di 16 anni? Una scorciatoia, piuttosto iniziamo a non usare gli smartphone durante i pasti

Gentile Direttore, l’annuncio del premier Keir Starmer sul divieto per legge dell’uso dei social per i minori britannici di 16 anni anche in Gran Bretagna, sull’onda della decisione già presa in Australia, appare una scelta rischiosa.

Gentile Direttore,

l’annuncio del premier Keir Starmer sul divieto per legge dell’uso dei social per i minori britannici di 16 anni anche in Gran Bretagna, sull’onda della decisione già presa in Australia, appare una scelta rischiosa. Una scorciatoia per non affrontare le problematiche culturali, psicologiche e sociali, e dei rapporti con i gestori delle piattaforme. Il proibizionismo assoluto, quando poi il mondo degli adulti li usa per studio, lavoro e svago, rappresentando lo strumento principale, insieme ai pc, di accesso verso l’intelligenza artificiale, sembra una decisione anacronistica ed una limitazione verso la conoscenza di un mondo sempre più basato sulla tecnologia. Senza pensare che le dipendenze interessano in primo luogo le persone più fragili. Siamo sicuri che l’insicurezza e l’infelicità siano conseguenza solo dei social?

Certamente oggi abbiamo una crescita della dipendenza dai social che sta portando ad un aumento dei disturbi psicologici, dall’ansia alla depressione. L’immagine di noi stessi passa principalmente dal mondo virtuale, spesso artefatto. Visi e corpi perfetti, storie di successo possono condizionare la vita, in particolare degli adolescenti. Basti pensare ai disturbi del comportamento alimentare, oggi definiti della nutrizione e dell’alimentazione, che sempre più coesistono con autolesionismo, disturbi dell’umore e uso di sostanze. Di fondo, la dipendenza dai social può influenzare in modo maggiore chi, come i giovanissimi, ha una maggiore plasticità neuronale e pertanto è più vulnerabile agli stimoli esterni.

Il sistema degli algoritmi, secondo il quale i social, dopo aver studiato i nostri interessi, ci propongono notizie e informazioni che ci coinvolgono maggiormente, alimenta il circuito della dipendenza, con uso compulsivo dello scroll, rafforzato in modo intermittente dai like come ricompensa. Qui può scattare una solitudine, una chiusura verso il mondo esterno, da parte degli adolescenti più fragili.

In questo quadro l’obbiettivo prioritario dovrebbe essere il rilancio della relazione più che della proibizione.

La relazione è la chiave per riprendersi la vita. Si gioca nella famiglia, nella scuola, nella società. Quanti sono i genitori che non ascoltano e non parlano con i propri figli e non condividono con loro le emozioni? Quante sono le scuole che non costruiscono momenti di dibattito e di comunanza? Quanti sono i luoghi di aggregazione, di incontro reale con gli altri nel territorio e non solo nel virtuale? Quanti sono i lavori che ci rinchiudono nelle nostre solitudini? Quanto stiamo investendo nello sport di massa, nell’arte alla portata di tutti, nella musica come occasione di incontro con gli altri? Quante sono le persone che sempre più parlano direttamente con l’intelligenza artificiale e non con gli altri?

Forse, riflettendo su queste domande ci possiamo porre degli interrogativi circa la scelta di Starmer e pensare a possibili alternative, fermo restando che il problema c’è.

Senza arrivare a decisione drastiche, che forse servono più a lenire sensi di colpa, si potrebbe pensare a divieti limitati nel tempo tesi a favorire le relazioni e la socializzazione nella vita reale. Certamente può essere utile il divieto durante il tempo di insegnamento scolastico, così come l’introduzione condivisa in famiglia di non utilizzare lo smartphone “ai pasti”, una specie trattamento terapeutico senza farmaci, ma con una autoprescrizione da ricetta. Un trattamento che dovrebbe coinvolgere tutti membri della famiglia, a partire dai genitori. Pensiamo a quando andiamo al cinema o a teatro. Cerchiamo di trasferire il tutto nelle nostre case, a colazione, pranzo e cena. Così come dovremmo cercare di non dare in mano un tablet ai più piccoli come passatempo, peraltro anche in nostra presenza. Dovremmo anche cercare di spiegare, in primo luogo ai giovani, come funzionano algoritmi e dipendenza, anche attraverso campagne di informazione. Infine, le istituzioni dovrebbe introdurre una regolamentazione del sistema degli algoritmi, limitandoli per i più giovani utilizzatori degli smartphone, e promuovere la sicurezza su internet e sui social.

Il problema è complesso, perché la tecnologia rappresenta una rilevante risorsa che non va demonizzata ma gestita. La decisione dell’Australia e adesso l’annuncio di Starmer, così come le sentenze contro le piattaforme negli Stati Uniti per la loro dannosità correlata alle dipendenze, rappresentano segnali importanti di presa di coscienza di una questione di grande rilevanza che se non affrontata, rischia di portare ad importanti disagi mentali tanti giovani fragili. Dobbiamo solo scegliere la strada migliore.

Massimo Cozza

Psichiatra

Direttore del Dipartimento di Salute Mentale ASL Roma 2

16 Giugno 2026

© Riproduzione riservata

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