Gentile Direttore,
il tema delle rette RSA per le persone affette da Alzheimer avanzato, stato vegetativo permanente o gravi patologie neurologiche degenerative riapre una questione profondamente umana, sociale e sanitaria.
Non parliamo soltanto di costi ma di famiglie che vivono il dolore lento della perdita, che accompagnano un proprio caro dentro una malattia che consuma autonomia, memoria, relazione e identità.
Per questo ogni richiamo al diritto alla salute e alla tutela delle persone più fragili merita rispetto. Vi sono condizioni cliniche nelle quali l’assistenza quotidiana non è separabile dalla cura. Quando una persona non comunica, non si alimenta da sola, necessita di sorveglianza continua, terapie e presenza professionale costante, l’assistenza non è più un semplice servizio alberghiero: diventa parte integrante del percorso sanitario.
La giurisprudenza della Cassazione ha richiamato, in alcuni casi, proprio questo principio: quando le prestazioni assistenziali sono inscindibilmente collegate a quelle sanitarie, possono essere poste a carico del Servizio Sanitario Nazionale. È un principio importante, che nasce dalla dignità della persona malata e dal dovere di non lasciare sole le famiglie davanti alla fragilità estrema.
Ma proprio perché il tema è così delicato, occorre evitare semplificazioni pericolose.
Non ogni ricovero in RSA può essere automaticamente considerato a totale carico del SSN. Serve una valutazione concreta, caso per caso, fondata sulla gravità clinica, sul piano assistenziale individuale, sull’intensità delle cure necessarie e sull’effettiva inscindibilità tra cura sanitaria e assistenza. Il rischio, altrimenti, è che molte famiglie, comprensibilmente provate e talvolta orientate da informazioni parziali, ritengano legittimo sospendere il pagamento delle quote di retta in attesa di un riconoscimento, di un ricorso o di una decisione giudiziaria.
Ma quando le rette non vengono pagate, il problema non scompare. Si sposta. E troppo spesso si sposta su strutture, imprese, lavoratori e qualità dei servizi.
Una RSA non può sospendere l’assistenza, non può ridurre la cura perché una quota non viene versata: la persona fragile deve continuare a essere assistita, nutrita, lavata, mobilizzata, protetta e accompagnata con dignità. Le strutture, anche quando si aprono contenziosi o morosità, continuano a sostenere costi crescenti e tutto questo avviene in un sistema già segnato dalla carenza di professionisti sanitari e assistenziali e da tariffe spesso non adeguate al reale costo della cura.
Per questo occorre dirlo con chiarezza: la tutela delle famiglie non può realizzarsi mettendo in difficoltà le strutture che ogni giorno garantiscono assistenza alle persone più fragili.
Se determinate prestazioni devono essere poste a carico del Servizio Sanitario Nazionale, ciò deve avvenire attraverso regole chiare, finanziamenti certi, procedure rapide e valutazioni appropriate. Non può accadere che, nell’incertezza normativa, siano le famiglie a dover fare causa, le strutture a subire mancati pagamenti, i Comuni a gestire rivalse e le Regioni a rincorrere decisioni giudiziarie.
La questione vera non è contrapporre famiglie e strutture. La questione vera è costruire un sistema più giusto.
Servono criteri nazionali e regionali chiari per individuare i casi nei quali la componente sanitaria è effettivamente prevalente e inscindibile da quella assistenziale. Serve distinguere tra la compartecipazione ordinaria alla quota sociale e le situazioni cliniche estreme nelle quali la prestazione assume natura sanitaria complessiva. Serve un percorso amministrativo semplice, trasparente e tempestivo, che eviti di trasformare ogni caso in una causa.
Le famiglie devono essere accompagnate, informate e sostenute. Ma anche le imprese devono essere tutelate, perché senza equilibrio economico non esiste qualità assistenziale. E senza qualità assistenziale, il diritto alla cura resta una promessa incompiuta.
Per questo il tema deve diventare una priorità nazionale. Non può essere lasciato soltanto ai tribunali: deve entrare nella programmazione sanitaria, nei LEA, nei rapporti tra Regioni e gestori, nei sistemi tariffari e nelle politiche di sostegno alla non autosufficienza.
Serve un patto nuovo: umano, chiaro e sostenibile.
Un patto che dica alle famiglie: non sarete lasciate sole quando la malattia diventa troppo pesante da sostenere. Un patto che dica alle strutture: non sarete chiamate a garantire diritti senza le risorse necessarie. Un patto che dica alle istituzioni: la fragilità estrema non può essere amministrata con ambiguità, ritardi e contenziosi.
La dignità delle persone malate, la serenità delle famiglie e la tenuta delle imprese sociosanitarie non sono interessi contrapposti. Sono tre pilastri dello stesso sistema di cura. Se uno cade, cadono anche gli altri.
La fragilità estrema non deve diventare terreno di scontro. Deve diventare il luogo in cui il Paese dimostra di saper proteggere, programmare e prendersi cura.
Luca Pallavicini
Presidente Nazionale Conf Salute Healthcare