Medicina generale, Case della Comunità e riforma del territorio

Medicina generale, Case della Comunità e riforma del territorio

Medicina generale, Case della Comunità e riforma del territorio

Gentile Direttore,
non è più sufficiente affermare in astratto che la medicina generale è centrale nel Ssn: occorre renderla davvero parte stabile, organizzata e riconoscibile della nuova assistenza territoriale. Il DM 77 ha indicato una direzione chiara, ma senza un assetto coerente del ruolo dei medici di medicina generale...

Gentile Direttore,
non è più sufficiente affermare in astratto che la medicina generale è centrale nel Servizio Sanitario Nazionale: occorre renderla davvero parte stabile, organizzata e riconoscibile della nuova assistenza territoriale. Il DM 77 ha indicato una direzione chiara, ma senza un assetto coerente del ruolo dei medici di medicina generale nelle Case della Comunità il rischio è che la riforma resti incompiuta e che i cittadini continuino a percepire il territorio come l’anello debole del sistema.

Perché il rinvio non è più sostenibile
Negli ultimi anni la discussione sulla medicina generale è tornata più volte al centro del dibattito pubblico e istituzionale, ma troppo spesso il sistema si è fermato alla definizione di principi condivisi senza riuscire a trasformarli in organizzazione effettiva. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: pressione crescente sui pronto soccorso per bisogni minori, difficoltà nella presa in carico delle cronicità, discontinuità assistenziale, diseguaglianze territoriali e una crescente fatica dei cittadini nel trovare un riferimento stabile nel sistema delle cure primarie. In questo quadro, il tema non riguarda soltanto la tutela della professione o l’equilibrio tra livelli istituzionali, ma la capacità della sanità pubblica di garantire prossimità, continuità e accessibilità reale. Se il territorio non funziona, si indebolisce l’intera architettura del SSN: l’ospedale assorbe bisogni impropri, la cronicità si frammenta, la prevenzione perde forza e il diritto alla salute diventa più incerto proprio per le persone più fragili.

Il punto decisivo: dare sostanza alle Case della Comunità
Le Case della Comunità non possono essere considerate soltanto nuove sedi o contenitori organizzativi. Devono diventare luoghi riconoscibili di accesso, orientamento, presa in carico e integrazione tra professionisti diversi. Perché questo accada, la presenza dei medici di medicina generale non può restare eventuale, residuale o affidata a formule troppo deboli per assicurare continuità di risposta ai cittadini. Il valore della medicina generale, infatti, non consiste solo nel rapporto fiduciario individuale, che resta fondamentale, ma nella possibilità di trasformare quel rapporto in una funzione pienamente inserita dentro una rete territoriale multiprofessionale. Una Casa della Comunità priva di presenza medica strutturata, di integrazione con l’infermieristica di famiglia, di connessione con specialistica ambulatoriale, servizi sociali e strumenti digitali interoperabili, non realizza la promessa della riforma: rischia piuttosto di aggiungere una nuova sigla a una filiera ancora frammentata.

Il primato dell’interesse pubblico
In un servizio sanitario pubblico e universalistico, ogni assetto professionale e contrattuale deve essere valutato alla luce della sua capacità di garantire il diritto dei cittadini ad accedere a cure tempestive, continue e appropriate. Per questa ragione, non è più sostenibile che esigenze di rappresentanza categoriale o la difesa di assetti convenzionali consolidati prevalgano sull’interesse generale a costruire un’assistenza territoriale realmente funzionante, integrata e coerente con gli standard definiti dal DM 77. Il punto non è svilire il ruolo dei medici di medicina generale, né ignorarne il contributo storico al Servizio sanitario nazionale. Al contrario, proprio perché questa funzione resta essenziale, occorre affermare con chiarezza che essa non può più collocarsi in una posizione separata rispetto all’impianto organizzativo della riforma. Quando è in gioco la piena operatività delle Case della Comunità, la continuità della presa in carico e l’effettiva funzionalità dei servizi, il criterio guida deve essere l’interesse dei cittadini e della sanità pubblica, non la conservazione di un modello giuridico che non appare più sufficiente a sostenere da solo le esigenze del sistema.

Oltre il conflitto sullo status: integrazione piena nel servizio
Il confronto sul futuro della medicina generale è stato spesso semplificato in una contrapposizione tra convenzione e dipendenza. In realtà, il nodo vero è definire quali funzioni il sistema pubblico deve poter programmare e garantire in modo certo, con quali responsabilità organizzative, con quali orari, con quali standard di integrazione e con quali strumenti professionali. Se si vuole assicurare la presenza stabile dei medici nelle Case della Comunità, la continuità assistenziale, la presa in carico multidisciplinare e la regolare funzionalità dei servizi, diventa necessario che il rapporto giuridico degli MMG evolva verso una piena integrazione nell’organizzazione pubblica, in coerenza con il regime che governa gli altri professionisti che operano nelle medesime strutture.

Non si tratta di una scelta punitiva, ma di una esigenza di ordinamento e di funzionalità. Non è ragionevole chiedere alle Case della Comunità di garantire standard uniformi, attività programmate, lavoro in équipe, responsabilità condivise e continuità di servizio, lasciando però irrisolto proprio il profilo giuridico del professionista che costituisce uno degli snodi decisivi della presa in carico territoriale. Una riforma di questa portata non può essere bloccata per preservare integralmente un rapporto convenzionale che, pur avendo svolto una funzione importante in una stagione diversa del SSN, oggi mostra limiti evidenti rispetto agli obiettivi di integrazione e di operatività richiesti dal nuovo modello.

Un nuovo patto con i professionisti
La riforma non può essere costruita contro i medici di medicina generale, ma neppure può essere rinviata ogni volta che il cambiamento tocca assetti consolidati. Occorre un patto nuovo, serio e credibile, che renda la transizione praticabile, sostenibile e professionalmente qualificante. Ciò significa meno burocrazia improduttiva, più supporto organizzativo, più lavoro in team, più chiarezza di ruolo, più tutele e un quadro professionale coerente con le funzioni richieste dalla medicina di prossimità contemporanea. Questo passaggio è decisivo anche per il ricambio generazionale. I giovani medici cercano contesti di lavoro meno isolati, più collaborativi, sostenuti da tecnologia, formazione continua e possibilità di crescita. Se il sistema pubblico non offre questa prospettiva, la medicina generale rischia di perdere attrattività proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di nuove energie e nuove competenze.

Una scelta di sistema, non un dettaglio contrattuale
La piena attuazione del ruolo dei medici di medicina generale nelle Case della Comunità non è un aspetto accessorio del DM 77, ma una delle condizioni necessarie perché la riforma territoriale produca effetti reali. Senza questo passaggio, le strutture rischiano di restare sottoutilizzate, il distretto di non diventare il vero motore dell’assistenza primaria e il cittadino di non trovare quel punto di riferimento continuativo che la riforma promette. La questione, dunque, non riguarda soltanto l’assetto della medicina generale. Riguarda il futuro del SSN come servizio universalistico. Quando le cure primarie sono deboli, discontinue o difficilmente accessibili, il vuoto non resta tale: viene progressivamente occupato da risposte private, frammentate e diseguali, accessibili soprattutto a chi ha più risorse economiche e relazionali. Difendere la sanità pubblica oggi significa impedirne questo svuotamento silenzioso, investendo in una medicina generale forte, integrata e stabilmente collocata nel cuore della riforma territoriale.

Una direzione chiara
Serve quindi una scelta coerente: portare i medici di medicina generale dentro le Case della Comunità in modo strutturato, superare le ambiguità che hanno finora rallentato l’attuazione, definire responsabilità e funzioni in modo esigibile, accompagnare la transizione con risorse, organizzazione e strumenti adeguati. Non si tratta di negare il valore storico del medico di famiglia, ma di metterlo nelle condizioni di restare decisivo anche nel nuovo contesto demografico, epidemiologico e sociale.

Il diritto alla salute si difende rendendo concreta la prossimità. Per questo il ruolo dei medici di medicina generale nelle Case della Comunità deve uscire dalla dimensione delle formulazioni di principio e diventare una scelta attuata, visibile e quotidianamente verificabile. Da questo passaggio dipende una parte essenziale della credibilità della riforma territoriale e, con essa, della fiducia dei cittadini nella capacità del Servizio sanitario nazionale di stare davvero vicino alle persone.

Marinella D’Innocenzo
Già Direttore Generale di Aziende Sanitarie
Presidente Associazione “L’AltraSanità”

18 Giugno 2026

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