Gentile Direttore,
le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità rappresentano una delle più ambiziose riforme del Servizio Sanitario Nazionale degli ultimi decenni. Ma una domanda resta ancora aperta: chi si prenderà realmente cura dei pazienti più fragili, disabili e complessi che dovrebbero rappresentarne il principale destinatario?
La riforma dell’assistenza territoriale prevista dal DM 77/2022 rappresenta una delle più importanti trasformazioni organizzative del Servizio Sanitario Nazionale. Case di Comunità, Ospedali di Comunità, Centrali Operative Territoriali e assistenza domiciliare costituiscono gli strumenti attraverso cui il sistema sanitario intende rispondere alle nuove esigenze determinate dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento della cronicità e dalla crescente diffusione delle condizioni di fragilità e disabilità.
Si tratta di un percorso che merita pieno sostegno. Proprio per questo motivo è necessario interrogarsi non soltanto sul numero delle strutture attivate, ma soprattutto sulla loro capacità di garantire una presa in carico realmente appropriata dei cittadini.
Troppo spesso il dibattito pubblico si concentra sugli aspetti infrastrutturali: quanti edifici siano stati realizzati, quanti posti letto siano stati attivati, quanti obiettivi del PNRR siano stati formalmente raggiunti. Molto meno si discute di un aspetto fondamentale: quali competenze professionali siano effettivamente presenti all’interno di queste strutture e quale sia il modello di responsabilità clinica adottato.
In un Paese in cui gli ultraottantenni aumentano costantemente e le condizioni croniche e disabilitanti rappresentano una quota crescente del bisogno assistenziale, la qualità della presa in carico riabilitativa assume un ruolo strategico.
È una questione particolarmente rilevante nell’ambito della fragilità, della disabilità e del recupero funzionale.
In numerosi documenti organizzativi relativi ai nuovi servizi territoriali troviamo riferimenti a pazienti con perdita dell’autonomia nelle attività della vita quotidiana, riduzione della mobilità, necessità di recupero funzionale, adattamento alla disabilità, utilizzo di ausili e continuità dei percorsi riabilitativi.
Si tratta di bisogni complessi che richiedono una valutazione multidimensionale, una prognosi funzionale, l’individuazione del setting più appropriato e la definizione di obiettivi clinici chiaramente identificati.
Il Piano di Indirizzo per la Riabilitazione approvato dalla Conferenza Stato-Regioni nel 2011 ha definito con chiarezza che il percorso riabilitativo deve essere organizzato attorno al Progetto Riabilitativo Individuale, strumento che integra valutazione clinica, prognosi, obiettivi, programmi terapeutici e verifica degli esiti.
La stessa cultura riabilitativa internazionale ha sempre individuato nel medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitativa la figura responsabile della valutazione clinico-funzionale, della definizione del progetto riabilitativo e del coordinamento del team multiprofessionale.
Parallelamente, negli ultimi anni si sta assistendo a una crescente valorizzazione delle professioni sanitarie non mediche all’interno delle cure territoriali. Si tratta di un processo positivo e necessario.
Fisioterapisti, infermieri, logopedisti, terapisti occupazionali e tutte le altre professioni sanitarie rappresentano una risorsa fondamentale per il funzionamento delle nuove reti assistenziali.
La valorizzazione delle professioni, tuttavia, non può coincidere con la sovrapposizione delle competenze. L’integrazione multiprofessionale funziona quando ciascun professionista esercita pienamente le proprie competenze all’interno di responsabilità chiaramente definite. Non quando le responsabilità diventano indistinte.
In diverse realtà territoriali si stanno sperimentando modelli organizzativi innovativi che valorizzano il contributo delle professioni sanitarie nelle cure primarie. Esperienze che meritano attenzione, purché la legittima valorizzazione professionale non si traduca in una progressiva confusione delle responsabilità cliniche e delle competenze previste dall’ordinamento.
Appare però paradossale che, proprio mentre il sistema sanitario dichiara di voler investire sulla gestione della fragilità, della disabilità e della perdita di autonomia, la programmazione organizzativa rischi talvolta di marginalizzare la figura professionale che l’ordinamento individua come riferimento clinico della presa in carico riabilitativa.
La questione riguarda la qualità delle cure.
Quando un paziente perde autonomia, presenta esiti di ictus, fratture, malattie neurologiche degenerative, disabilità multiple o condizioni di fragilità avanzata, non necessita soltanto di singole prestazioni assistenziali. Necessita di un progetto di cura. Ed ogni progetto di cura richiede una responsabilità clinica chiaramente identificata.
Anche la FNOMCeO ha più volte richiamato l’importanza della chiarezza dei ruoli professionali e della corretta attribuzione delle responsabilità cliniche, evidenziando come l’integrazione tra professioni rappresenti un valore solo quando si sviluppa nel rispetto delle competenze previste dall’ordinamento.
Il successo della riforma territoriale non sarà determinato esclusivamente dalla disponibilità di nuovi edifici o dal raggiungimento dei target previsti dal PNRR.
Sarà determinato dalla capacità di garantire ai cittadini percorsi assistenziali appropriati, sicuri, integrati e fondati sulle migliori competenze disponibili.
La vera sfida della sanità territoriale non è inaugurare nuove strutture né moltiplicare le etichette organizzative. È garantire che ogni cittadino fragile, disabile o non autosufficiente trovi al proprio interno le competenze necessarie per essere valutato, orientato e accompagnato lungo un percorso di cura appropriato.
Perché le strutture possono essere costruite in pochi anni; le competenze, invece, rappresentano il patrimonio più prezioso del Servizio Sanitario Nazionale.
Valeria Coco
Medico fisiatra
Coordinatrice Territoriale pubblico e privato accreditato ANF (Associazione Nazionale Fisiatri) – aderente a CIMO