La Calabria non ha bisogno soltanto di una sanità migliore. Ha bisogno di una nuova idea di salute.
Dopo oltre quindici anni di commissariamento, la Calabria dispone finalmente di un Piano di Rientro 2026-2028 che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe accompagnare il Servizio sanitario regionale verso il ritorno alla gestione ordinaria.
È un documento ampio, ben strutturato, ricco di obiettivi, cronoprogrammi e strumenti operativi. Sarebbe ingeneroso non riconoscere il lavoro svolto e i risultati conseguiti negli ultimi anni, dal recupero della (forse) regolarità contabile alla crescita dei Livelli essenziali di assistenza, fino alla costruzione di Azienda Zero e alla digitalizzazione dei processi, invero espressioni sino ad oggi del nulla.
Proprio perché il Piano rappresenta un passaggio così importante, merita una riflessione che vada oltre il consenso o la critica di parte.
La questione non è se il Piano sia buono o cattivo. La vera domanda è un’altra.
È il Piano giusto per uscire definitivamente dal commissariamento?
A mio avviso, esso contiene un grave errore metodologico che rischia di limitarne la portata.
Non riguarda i contenuti. Riguarda l’impostazione.
Il Piano continua infatti a ragionare come se il problema della Calabria fosse esclusivamente il Servizio sanitario regionale. Non è più così. O, almeno, non è soltanto così.
La Calabria del 2026 non è quella del 2010.
È una regione che ha perso decine di migliaia di abitanti, che registra uno dei più elevati indici di deprivazione sociale del Paese, una popolazione dispersa in centinaia di piccoli comuni, un progressivo invecchiamento demografico e una crescente domanda di assistenza continuativa più che di sola cura ospedaliera. Lo stesso Piano fotografa queste caratteristiche come elementi strutturali della realtà regionale.
Eppure la risposta continua a essere costruita prevalentemente intorno all’organizzazione della macchina sanitaria. Ed è qui che emerge l’errore metodologico.
La Calabria non ha bisogno soltanto di riorganizzare il proprio Servizio sanitario. Ha bisogno di rifondare il proprio sistema regionale della salute.
Sono due concetti profondamente diversi:
– riorganizzare significa migliorare ciò che esiste.
– rifondare significa chiedersi se ciò che esiste sia ancora sufficiente per rispondere ai bisogni reali dei cittadini.
La sua inadeguatezza (che vale per tutte le regioni in piano di rientro)
Il Piano dedica ampio spazio alla contabilità (senza tuttavia avere la necessaria certezza), ai flussi informativi, alla governance, alla rete ospedaliera, alle piattaforme digitali, alle procedure amministrative, ai controlli di gestione e agli investimenti tecnologici. Tutto questo è necessario.
Ma oggi non basta più. Perché la salute non si costruisce soltanto negli ospedali.
Si costruisce nei Comuni.
Nelle Case di comunità.
Nell’assistenza domiciliare.
Nella prevenzione.
Nell’integrazione sociosanitaria.
Nel contrasto alla povertà.
Nella presa in carico della non autosufficienza.
Nella capacità di evitare che una fragilità sociale diventi una patologia sanitaria.
Il Piano parla molto di sanità. Parla poco di comunità. Ed è questa la differenza che farà il futuro.
L’uscita dal commissariamento non può coincidere semplicemente con il ritorno dei poteri ordinari alla Regione.
Deve coincidere con il ritorno della Costituzione nella sua interezza.
L’articolo 32 non tutela soltanto il diritto alle cure. Tutela il diritto alla salute.
L’articolo 118 assegna ai livelli istituzionali più vicini ai cittadini una funzione essenziale nell’organizzazione dei servizi.
L’articolo 119 richiama la responsabilità finanziaria come strumento per garantire i diritti, non come fine in sé.
Il commissariamento ha inevitabilmente privilegiato, in via (molto) teorica, il controllo della spesa.
La normalità dovrà privilegiare la qualità della vita delle persone.
È un cambio di paradigma.
Non meno importante è il tema della fiducia.
La mobilità sanitaria passiva viene spesso rappresentata come un problema economico. In realtà nasce molto prima. Nasce quando un cittadino perde fiducia nella capacità del proprio territorio di curarlo.
Le risorse economiche servono certamente.
Le tecnologie sono indispensabili.
Le reti cliniche rappresentano un progresso.
Ma nessuna riforma riuscirà a fermare davvero l’emigrazione sanitaria se non ricostruirà il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
Anche questo è un indicatore di salute. Forse il più importante.
Per questo motivo il Piano dovrebbe compiere un ultimo passo. Trasformarsi progressivamente da Piano di rientro a Piano della salute della Calabria.
Non è un semplice cambiamento di denominazione. È un diverso modo di intendere il ruolo della Regione. Non più amministratrice di aziende sanitarie. Ma garante di una politica pubblica della salute capace di mettere in relazione sanità, assistenza sociale, enti locali, prevenzione, scuola, ambiente, lavoro e sviluppo territoriale.
La vera sfida non consiste nel chiudere il commissariamento. Consiste nel fare in modo che la Calabria non abbia mai più bisogno di un nuovo Piano di rientro.
Quel giorno non sarà determinato soltanto dall’approvazione di un bilancio o dal miglioramento di un indicatore ministeriale.
Sarà il giorno in cui un cittadino calabrese, ovunque viva, riterrà naturale affidare la propria salute alle istituzioni della propria terra. Solo allora il commissariamento potrà dirsi davvero concluso.
E forse proprio da qui dovrebbe iniziare la seconda stagione della sanità calabrese: non quella del risanamento, ma quella della rifondazione costituzionale del sistema regionale della salute. È questa, probabilmente, la sfida che il Piano 2026-2028 lascia ancora aperta e che la Calabria ha oggi l’opportunità storica di raccogliere.