C’è qualcosa che non torna nelle pagelle della sanità italiana. Anzi, assai.
Ogni anno si celebra lo stesso rito. Il Ministero della salute diffonde gli esiti del monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza, Agenas elabora i dati, le Regioni salgono o scendono di qualche posizione e gli uffici stampa dei Presidenti di Giunta si mettono immediatamente al lavoro. La Puglia diventa la migliore del Mezzogiorno. Il Lazio rivendica i propri risultati. La Calabria sottolinea i miglioramenti registrati. Tutti trovano un motivo per dichiararsi soddisfatti.
È una liturgia ormai consolidata.
Ciò che sorprende è che, mentre le istituzioni festeggiano, i cittadini continuano a piangere.
Piangono nelle sale d’attesa dei pronto soccorso, dove le ore scorrono senza che nessuno sappia dire quando arriverà il proprio turno.
Piangono davanti a una prenotazione rinviata di otto, dieci o dodici mesi. Finanche di un anno e mezzo, con il rischio di morire nel frattempo.
Piangono quando il medico, quasi con imbarazzo, suggerisce di rivolgersi al privato se la prestazione serve davvero in tempi ragionevoli.
Piangono quando comprendono che il diritto costituzionale alla salute è diventato, nella pratica quotidiana, una variabile dipendente dalla disponibilità economica.
È allora inevitabile una domanda.
Chi attribuisce realmente queste pagelle?
La risposta è semplice e, proprio per questo, inquietante.
Le attribuisce un sistema che misura prevalentemente se stesso.
Le aziende sanitarie alimentano i flussi informativi. Le Regioni li consolidano. Agenas li elabora e ne (sper)giura la correttezza (fatta eccezione qualche ultima uscita sui Piani di rientro). Il Ministero li certifica. Tutto avviene all’interno dello stesso circuito amministrativo.
Nessuno mette in discussione la correttezza tecnica delle procedure.
Ciò che appare discutibile è il presupposto culturale.
La qualità della sanità viene dedotta quasi esclusivamente da indicatori costruiti utilizzando dati prodotti dagli stessi soggetti che vengono successivamente valutati. Da quelli che hanno tanto (troppo) da nascondere per scopo politico.
È un cortocircuito metodologico.
Immaginiamo una scuola nella quale gli studenti compilino da soli il registro elettronico, descrivano il proprio rendimento, scelgano gli esercizi migliori e, infine, ricevano il voto sulla base delle informazioni che essi stessi hanno inserito, magari in un post sui social.
Oppure immaginiamo un’impresa che rediga il proprio bilancio e ne certifichi autonomamente la regolarità.
O ancora un atleta che cronometri personalmente la propria prestazione senza alcun giudice.
Nessuno considererebbe attendibile un simile sistema di valutazione.
Perché dovrebbe esserlo nella sanità?
Gli indicatori misurano certamente aspetti importanti dell’organizzazione. Ma non misurano ciò che dovrebbe interessare prima di ogni altra cosa, trattando così i destinatari come se fossero degli idioti.
Non misurano la sofferenza.
Non misurano la paura.
Non misurano l’umiliazione di un anziano costretto ad aspettare mesi per una visita.
Non misurano la disperazione di una famiglia che deve scegliere se spendere mille euro per una TAC privata oppure attendere quando ormai potrebbe essere troppo tardi.
Non misurano il numero crescente di cittadini che rinunciano completamente alle cure.
Non misurano l’ingiustizia percepita da chi vede altri ottenere rapidamente ciò che lui attende inutilmente grazie a relazioni, conoscenze o privilegi.
Eppure, è proprio questo il cuore dell’articolo 32 della Costituzione. La Repubblica non è chiamata a garantire buoni indicatori statistici. È chiamata a garantire il diritto alla salute.
Sono due cose profondamente diverse.
Da anni assistiamo a un fenomeno paradossale.
Le classifiche migliorano.
Le conferenze stampa si moltiplicano.
Le relazioni tecniche diventano sempre più sofisticate, spesso addolcite a furia di incarichi retribuiti ad hoc dagli advisor che fatturano centinaia di milioni.
Nel frattempo, cresce la mobilità sanitaria, aumentano le liste di attesa, esplode la spesa privata sostenuta direttamente dalle famiglie, milioni di cittadini rinunciano alle cure.
Se il paziente continua a stare peggio mentre il sistema continua a dirsi migliore, il problema non è il paziente. È il metodo di valutazione!
Per questa ragione occorrerebbe una rivoluzione culturale perché la persona possa percepire quanto sancisce l’art. 32 della Costituzione.
Le pagelle non dovrebbero essere elaborate soltanto da Agenas, bensì dovrebbero essere scritte dai cittadini.
Ogni prestazione sanitaria dovrebbe essere accompagnata da una valutazione obbligatoria dell’utente.
Ogni ricovero dovrebbe produrre un indice di soddisfazione reale.
Ogni lista di attesa dovrebbe essere certificata dal tempo effettivamente sopportato dal paziente e non da quello teoricamente registrato nei sistemi informatici.
Ogni Regione dovrebbe essere valutata sul numero di cittadini costretti a pagare di tasca propria ciò che il Servizio sanitario nazionale avrebbe dovuto garantire gratuitamente.
Solo allora il giudizio diventerebbe credibile.
Occorre l’arbitro giusto
Ciò perché il vero ispettore della sanità non è il funzionario ministeriale.
È il malato.
È la madre che aspetta.
È il disabile che rinuncia.
È il pensionato che sceglie di non curarsi perché la pensione non basta.
È il giovane che parte per farsi operare altrove.
Sono loro i commissari d’esame della Repubblica. E temo che, se fossero loro ad attribuire il voto, molte Regioni oggi celebrate scoprirebbero di essere irrimediabilmente sonoramente bocciate, con i decisori mandati a spasso.
Perché una sanità non è eccellente quando convince Agenas, organo teleguidato politicamente: quasi l’oste che celebra il suo vino!.
Lo è quando convince chi vi entra con la paura negli occhi ed esce con la dignità di un diritto finalmente rispettato.
Fino a quel giorno continueremo ad assistere allo spettacolo più triste della sanità italiana: governatori che festeggiano impunemente le pagelle mendaci mentre i cittadini, silenziosamente, continuano a piangere.
La domanda che tutti si pongono: con tutto questo sfacelo dei bilanci, sia economici-patrimoniali che erogativi, la giustizia – alla quale gli italiani hanno dato una enorme fiducia nel referendum – cosa fa a dispetti di quelle complicità istituzionali che la politica (tutta) tranquillizza?
Trilussa docet: “La Giustizzia è come ‘na ragnatela: acchiappa li moscerini e lascia passà li calabbroni.” E ancora: “La legge è uguale per tutti. Basta che siano poveri”.