Medici di famiglia: se un lavoro non lo sceglie quasi nessuno, il problema è il modello, non i medici

Medici di famiglia: se un lavoro non lo sceglie quasi nessuno, il problema è il modello, non i medici

Medici di famiglia: se un lavoro non lo sceglie quasi nessuno, il problema è il modello, non i medici

Gentile Direttore, i dati pubblicati in questi giorni dalla Regione Emilia-Romagna fotografano una situazione che non può più essere ignorata. Non siamo di fronte a una professione privilegiata o ambita, come troppo spesso viene raccontato....

Gentile Direttore,
i dati pubblicati in questi giorni dalla Regione Emilia-Romagna fotografano una situazione che non può più essere ignorata. Non siamo di fronte a una professione privilegiata o ambita, come troppo spesso viene raccontato. Siamo di fronte a una professione che sta perdendo, anno dopo anno, la propria capacità di attrarre nuovi medici.

L’anno scorso la Regione Emilia-Romagna aveva pubblicato un bando per coprire 1.434 incarichi vacanti di medicina generale. Le domande presentate erano state appena 349 e gli incarichi effettivamente accettati si erano fermati intorno ai 200.

Quest’anno il quadro è addirittura peggiorato. A fronte di 1.442 incarichi vacanti, i medici che hanno presentato domanda sono stati soltanto 249. I risultati delle assegnazioni confermano il fallimento del modello: è stato coperto appena il 12-13% degli incarichi pubblicati e circa 1.250 posti sono rimasti vacanti, distribuiti in tutte le province della regione. Un dato senza precedenti che lascia prevedere una crisi ancora più profonda e che dimostra come il problema non sia la disponibilità di medici, ma la crescente mancanza di attrattività della medicina generale.

Questi numeri hanno un significato molto semplice: non manca la volontà dei giovani medici di lavorare; manca la volontà di svolgere questo lavoro nelle condizioni che oggi vengono offerte (e questo non dipende certo da una carenza numerica di medici. Secondo gli ultimi dati OCSE disponibili, l’Italia conta circa 5,4 medici in attività ogni 1.000 abitanti, a fronte di una media OCSE di 3,9, collocandosi tra i Paesi con la più elevata densità di medici in Europa e nell’area OCSE. Se, nonostante questo, 1250 incarichi di medicina generale restano vacanti solo nella regione Emilia Romagna, il problema non è che i medici non esistano: è che sempre meno professionisti ritengono attrattive le condizioni in cui oggi viene esercitata la medicina di famiglia

In qualsiasi settore realmente attrattivo accade l’esatto contrario: pochi posti disponibili e molti candidati. Qui, invece, abbiamo oltre millequattrocento posti vacanti e meno di duecentocinquanta professionisti disposti anche solo a candidarsi. È una sproporzione enorme che dovrebbe imporre una riflessione seria sulle scelte organizzative degli ultimi anni.

Eppure, proprio mentre questi dati certificano una crisi senza precedenti della medicina generale, la risposta che arriva dalla contrattazione nazionale va esattamente nella direzione opposta. L’ipotesi di Accordo sottoscritta nei giorni scorsi da SISAC con FIMMG e FMT introduce infatti, per i medici del ruolo unico di assistenza primaria, fino a sei ore settimanali di attività nelle Case della Comunità, organizzate dalle Aziende sanitarie. SNAMI ha scelto di non sottoscrivere quell’accordo perché ritiene che continui a peggiorare gli effetti della crisi invece di intervenire sulle sue cause.

Da tempo SNAMI sostiene che il problema non sia la presunta resistenza al cambiamento della medicina generale, ma un modello che continua ad aumentare obblighi, responsabilità, burocrazia e vincoli senza rendere la professione più sostenibile dal punto di vista organizzativo, economico e professionale. A ciò si aggiunge un’impostazione che sembra perseguire quasi unicamente obiettivi di razionalizzazione della spesa. Il contenimento dei costi è un’esigenza legittima di qualsiasi sistema sanitario, ma non può diventare il principio guida delle riforme se il risultato è una professione sempre meno attrattiva, con meno tempo da dedicare ai pazienti, minore autonomia professionale e una crescente difficoltà nel garantire il ricambio generazionale. Una sanità territoriale forte non si costruisce semplicemente risparmiando: si costruisce creando condizioni di lavoro che rendano la medicina di famiglia una scelta professionale desiderabile.

Il problema è pensare di rendere operative queste Case della Comunità aggiungendo nuovi obblighi a una professione che i giovani stanno progressivamente abbandonando. I numeri dimostrano che i medici ci sono ma non vogliono lavorare a queste condizioni, perché il modello proposto è inaccettabile.

C’è un principio che dovrebbe essere evidente: quando peggiorano le condizioni di lavoro dei medici, inevitabilmente peggiora anche la qualità dell’assistenza ai cittadini.

Un medico gravato da carichi amministrativi sempre maggiori, responsabilità crescenti, nuove sedi di attività e continue incombenze burocratiche dispone inevitabilmente di meno tempo da dedicare alla cura delle persone.

Continuare ad aumentare obblighi e restrizioni in una professione che nessuno sceglie non produrrà nuovi medici. Al contrario, renderà ancora più difficile garantire il ricambio generazionale e assicurare ai cittadini un’assistenza territoriale efficiente.

Per questo SNAMI ritiene che serva il coraggio di rimettere al centro il modello della medicina di famiglia fondato sull’autonomia professionale del medico, sul rapporto fiduciario con il paziente e sul tempo di cura, anziché continuare a costruire un sistema sempre più burocratico, centralizzato e basato sull’aumento degli obblighi organizzativi. Solo rendendo nuovamente attrattiva la professione sarà possibile garantire il ricambio generazionale e costruire una sanità territoriale realmente forte.

Non si tratta di una visione nostalgica, ma dell’applicazione di principi che il Codice di Deontologia Medica continua a indicare come fondamento dell’esercizio professionale. L’articolo 20 afferma infatti che “il tempo della comunicazione è tempo di cura”. Non è una semplice affermazione di principio: significa riconoscere che il tempo dedicato all’ascolto del paziente, alla raccolta dell’anamnesi, alla spiegazione delle scelte diagnostiche e terapeutiche e alla costruzione di un rapporto di fiducia costituisce esso stesso un atto clinico. È proprio attraverso quella relazione che il medico acquisisce informazioni indispensabili per formulare diagnosi più accurate, personalizzare le cure, migliorare l’aderenza terapeutica e ottenere risultati di salute migliori.

Oggi, invece, tanto sul territorio quanto negli ospedali, il tempo destinato alla relazione di cura viene progressivamente eroso da adempimenti burocratici, obblighi organizzativi e modelli sempre più rigidi. Ma se, come ricorda il Codice di Deontologia Medica, il tempo della comunicazione è tempo di cura, ridurre quel tempo significa inevitabilmente ridurre anche la qualità dell’assistenza.

I dati parlano da soli. Non sono opinioni, né rivendicazioni sindacali. Sono la dimostrazione concreta che il modello attuale non funziona.

I circa 1.250 incarichi rimasti vacanti in Emilia-Romagna rappresentano la prova più evidente che il problema non è la mancanza di medici, ma un modello organizzativo che ha progressivamente perso la capacità di attrarre professionisti. Quando una professione viene sistematicamente evitata da chi potrebbe sceglierla, è il modello che deve essere rimesso in discussione.

Per questo SNAMI propone con convinzione l’abolizione del Ruolo Unico di assistenza primaria e si oppone all’introduzione di ulteriori obblighi orari nelle Case della Comunità. Solo superando un modello che i numeri dimostrano essere fallimentare e restituendo autonomia professionale, sostenibilità organizzativa e tempo di cura sarà possibile rendere nuovamente attrattiva la medicina generale per le nuove generazioni di medici. Solo così si potrà costruire una sanità territoriale realmente forte, efficiente e capace di mettere al centro la cura della persona e la relazione medico-paziente, anziché continuare a privilegiare modelli organizzativi orientati prevalentemente al contenimento della spesa. Una riforma sanitaria dovrebbe misurare il proprio successo sulla qualità dell’assistenza offerta ai cittadini e sulla capacità di attrarre professionisti motivati, non esclusivamente sul risparmio economico.

Dott. Nicola Arcelli
Presidente provinciale SNAMI

22 Luglio 2026

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