Nel nostro Paese si continua a celebrare l’avanzo di amministrazione regionali (peggio assai delle aziende sanitarie!) come se fosse, di per sé, la prova di una buona amministrazione. È una lettura profondamente sbagliata, almeno quando riguarda la sanità.
Prima di lasciarsi sedurre dall’enfasi con cui viene annunciato il nuovo avanzo, sarebbe doveroso ricordare il lavoro svolto dalla Sezione regionale di controllo della Corte dei conti per il Lazio nel giudizio di parificazione del rendiconto 2022, conclusosi con la sentenza n. 148/2023/PARI. Fu proprio quel Collegio, con un’istruttoria rigorosa e una motivazione di elevato spessore tecnico, a riportare i conti regionali entro il perimetro della loro effettiva rappresentazione, imponendo la cancellazione di poste creditorie per quasi un miliardo di euro. Quella decisione non rappresentò un ostacolo all’amministrazione regionale, bensì un servizio reso alla legalità contabile e alla trasparenza dei bilanci pubblici. Un fatto del quale non si comprende con quale stratagemma sia stato neutralizzato, piuttosto che essere appostato a insussistenza di crediti, segnatamente incidenti sui conti economia successivi al 2023.
È da quella verità accertata che occorre ripartire per valutare il significato dell’avanzo oggi rivendicato.
La vicenda del Lazio, che torna a rivendicare un consistente avanzo di bilancio dopo avere dovuto cancellare crediti per quasi un miliardo di euro emersi nel giudizio di parificazione del rendiconto 2022, offre l’occasione per affrontare una questione ben più ampia e di carattere costituzionale.
L’interrogativo è semplice.
Può una Regione vantarsi dell’equilibrio dei propri conti quando non è ancora in grado di garantire pienamente il diritto fondamentale alla salute?
La risposta non può essere affidata ai numeri del rendiconto.
La sanità non è un’impresa che produce utili. È il servizio pubblico attraverso il quale la Repubblica rende effettivo l’articolo 32 della Costituzione. Per questa ragione il parametro di giudizio non può essere soltanto il saldo finale del bilancio, ma la concreta capacità di trasformare le risorse disponibili in prestazioni dovute.
L’avanzo, dunque, non è un valore costituzionale.
Lo sono, invece, il diritto alla salute, l’universalità delle cure, l’eguaglianza sostanziale nell’accesso alle prestazioni e l’obbligo della Repubblica di assicurarli.
Se tali obiettivi risultano ancora incompiuti, l’avanzo cessa di rappresentare un indice di virtuosità e diventa un dato che impone una domanda: perché quelle risorse non sono state trasformate in diritti?
Non è una questione di maggiore spesa.
È una questione di corretta destinazione della spesa.
Un’amministrazione sanitaria può certamente essere efficiente e registrare un avanzo. Ma tale risultato assume valore soltanto dopo avere dimostrato che i livelli essenziali di assistenza sono garantiti integralmente, che i cittadini ricevono tempestivamente le prestazioni cui hanno diritto, che il personale necessario è stabilmente assicurato, che il ricorso ai medici a gettone costituisce una eccezione e non la regola, che gli investimenti programmati vengono realizzati nei tempi previsti.
In mancanza di tali condizioni, l’avanzo non è necessariamente il premio dell’efficienza. Può essere il sintomo di un’altra realtà: l’incapacità dell’amministrazione di convertire le risorse finanziarie disponibili in tutela effettiva della persona.
È proprio qui che la riflessione assume una dimensione costituzionale.
L’equilibrio di bilancio, imposto dall’articolo 81 della Costituzione, non può essere interpretato in modo isolato, quasi costituisse un fine autonomo dell’azione amministrativa. Esso deve convivere con il dovere, imposto dall’articolo 32, di garantire il diritto fondamentale alla salute. Nessuno dei due principi prevale sull’altro; entrambi devono essere realizzati contemporaneamente.
Per questo motivo il successo di una politica sanitaria non può essere certificato esclusivamente dal rendiconto finanziario.
Occorre verificare se, nello stesso periodo, siano stati realmente soddisfatti i diritti costituzionalmente garantiti.
L’errore culturale consiste nell’avere trasformato il bilancio in un fine, mentre esso rappresenta soltanto uno strumento.
La sanità non esiste per produrre avanzi.
Esiste per curare le persone.
Per questo la vera domanda che il legislatore, la Corte dei conti e la politica dovrebbero porsi non è se una Regione abbia chiuso l’anno con centinaia di milioni di euro disponibili.
La domanda è un’altra, molto più impegnativa.
Può definirsi buona amministrazione quella che registra un avanzo mentre permane una domanda di salute ancora insoddisfatta?
Se la risposta è negativa, allora l’avanzo contabile perde la propria forza celebrativa e torna ad essere ciò che realmente è: un semplice dato finanziario, incapace, da solo, di dimostrare la qualità costituzionale dell’azione amministrativa.