Gentile Direttore,
il tragico fatto accaduto domenica a Bologna richiede una riflessione profonda su più livelli. Certamente sull’approccio e le tecniche da utilizzare con persone agitate, confuse, non collaboranti, con comportamenti aggressivi e violenti che richiedono complessi e difficili interventi in spazi pubblici, a domicilio o in ambito sanitario, il pronto soccorso e i servizi psichiatrici ospedalieri. Rispetto della vita, della dignità e dei diritti, massima appropriatezza e sicurezza di tutti sono i principi di riferimento da tradurre nelle pratiche.
La collaborazione interistituzionale, nella chiarezza dei compiti e delle competenze, costruite tramite la formazione congiunta, dovrebbe essere la base per affrontare i problemi. Lo hanno giustamente richiamato diversi esponenti della salute mentale e delle forze dell’ordine. Protocolli, procedure, da conoscere, migliorare e imparare ad applicare in modo che non vi siano incidenti ed ambiti extralegem, compresi i servizi psichiatrici di diagnosi e cura. Una riflessione va fatta anche sui rischi connessi agli strumenti utilizzati: contenzioni meccaniche in Spdc (dove vi sono stati diversi decessi), le modalità di immobilizzazione (le morti di Adrovandi, Cucchi, Soldi, Magherini), l’impiego del taser (secondo Antigone ci sono stati 7 morti negli ultimi due anni), i servizi restraint, la collocazione in CPR e in carcere (dove sono ben noti gli alti tassi dei suicidi e delle autolesioni e delle aggressioni). La privazione della libertà costituisce sempre un rischio. La creazione della sicurezza relazionale e’ un processo complesso e non delegabile ai soli professionisti ma richiede l’attiva partecipazione di tutti compresi cittadini e gli utenti.
Si tratta di riflettere su quale sia l’impianto della risposta attualmente in atto che sembra oscillare tra la chiusura/privazione della libertà e l’allontanamento senza realmente prendersi cura della persona, comprendere cosa stia dietro ai comportamenti, alle violazioni e alle violenze: cosa vogliono comunicare? Quali bisogni, quali paure, quali attese?
Comportamenti che sono da punire ma è nell’ascolto e nelle diverse forme del prendersi cura (educative, culturali, sociali, sanitario, giudiziario) che dovrebbe sostanziarsi la centralità dell’intervento, la creazione di una reciproca responsabilità per la sicurezza relazionale e sociale.
Chi è sul campo ha una chiara consapevolezza dei problemi che si devono affrontare i quali spesso non sono “puri” (“criminale” o “matto”) ma sono complessi e caratterizzati dall’intersezionalità e spesso dalla “normalità”. Problemi che rischiano di cadere nel vuoto, tra burocrazia e rimpalli… che mettono in difficoltà le persone e gli stessi operatori. Forze dell’ordine (giustizia e carcere) e servizi di salute mentale spesso sono i terminali di una disperazione incompresa.
Le condizioni di una parte dei migranti, l’uso di sostanze psicoattive e alcool, la diffusione di nuove droghe, la marginalità sociale e le povertà estrema, i senza tetto richiedono politiche che vadano oltre la pur necessaria regolamentazione e repressione e il pur apprezzabile intervento caritatevole. Sono questioni difficili ma quel che si può fare lo si sa. Occorre averlo presente in tutte le politiche (una riflessione su normativa sulle droghe e migrazione ad esempio) e destinare le necessarie risorse. Si tratta di un investimento per spazi urbani non desertificati, rifiutanti e ostili ma accoglienti, accessibili dove le persone non abbiano barriere architettoniche e psicologiche, trovino gratuitamente servizi igienici, acqua e cibo, panchine, un tetto, trasporto gratuito, spazi sociali (ad esempio le stazioni di posta del Prnn, la Casa di Carità di Milano) e operatori che si occupano di loro, che stanno accanto per cercare insieme un senso, una prospettiva. Ambiti di socialità, sport, cultura fruibili liberamente dove ricreare comunità, speranza di una vita di senso, di superare le povertà vitali, avere un lavoro, una casa e relazioni significative. L’ambito pubblico vede anche gravi incidenti stradali causati da conducenti in stato di intossicazione o magari distratti dal telefonino, che poi fuggono, omettendo i soccorsi. Va bene la repressione ma non basta serve educare alla legalità e responsabilità. Questo anche per i problemi delle persone adolescenti e giovani alle quali dare speranza e futuro favorendo la crescita, la cultura e la prevenzione. Vi è una multiculturalita’ da costruire anche attraverso il riconoscimento della cittadinanza. La povertà riguarda 6 milioni di persone di cui 1,3 milioni di minori. Una condizione che vede anche una crescente rinuncia alle cure.
Responsabilità e inclusione come linea da perseguire anche abbassando il diritto di voto a 16 anni, educare all’affettivita e sessualità, a comporre i conflitti, combattere le povertà ed aiutare a costruire un proprio progetto di vita che non sia caratterizzato dall’isolamento, dal trasferimento nel mondo digitale o dall’anomia e dal nichilismo. Tendenze che possono riguardare tutta la società con la crescita di gruppi suprematisti e razzisti contro i diversi, i disabili, le minoranze.
Ma non va dimenticato che molta sofferenza è invisibile, vissuta nella solitudine, nell’isolamento e nell’abbandono. Appare improvvisamente sulla scena pubblica con atti estremi, omicidi suicidi, morte per compassione in situazioni diventate intollerabili. Manca una legge sul fine vita, vi sono ritardi nell’applicazione di quella sulle cure palliative. Occorre attivare la Case di Comunità e costruire servizi di prossimità e domiciliari per fare prevenzione e welfare di comunità rendendo la casa il primo luogo di vita e di cura
Nelle famiglie e nelle relazioni si consumano abusi, violenze fino ai femminicidi. Anche in questi assai delicati contesti forze dell’ordine e sanitari intervengono molto spesso con alta professionalità e sensibilità umana per dare applicazione al codice Rosso.
Ma anche qui dopo il loro intervento servono servizi per le famiglie, la mediazione, il sostegno alle donne e ai minori, interventi per gli uomini violenti.
Siamo capaci di costituire comunità accoglienti, solidali, capaci di prendersi cura. Il tragico fatto di Bologna, nella sua gravità è un segnale forte che chiama all’unità, alla verità e giustizia. Non deve ripetersi.
Chiama la politica a superare approcci securitari e affrontare la complessità dei problemi con adeguate visioni e risorse per sanità, sociale, forze dell’ordine e giustizia. Chiama tutti all’impegno responsabile e ad avere fiducia nelle istituzioni restando accanto e sostenendo il lavoro degli operatori sanitari e dell’ordine pubblico. Come ho cercato sommariamente di delineare servono azioni a diversi livelli. Come diceva Franco Rotelli “siamo dei disperati portatori di speranza”.
Pietro Pellegrini
Medico specialista in Psichiatria. Psicoterapeuta