Per decenni i Livelli essenziali di assistenza sono stati presentati come il termometro dell’efficienza del Servizio sanitario nazionale. Oggi rischiano di rappresentarne la più grande illusione.
I LEA sono diventati il diciotto politico della sanità italiana.
Non perché siano inutili, ma perché sono progressivamente divenuti incapaci di rappresentare la medicina reale.
La medicina evolve ogni giorno.
La genomica modifica la prevenzione.
L’intelligenza artificiale cambia la diagnostica.
Le tecnologie digitali rivoluzionano l’assistenza.
Le cure domiciliari sostituiscono molti ricoveri.
Le malattie croniche impongono nuovi modelli organizzativi.
I LEA, invece, continuano a rincorrere il passato.
Sono aggiornati con lentezza incompatibile con il progresso scientifico. È come pretendere di misurare la velocità di un treno ad alta velocità con il cronometro utilizzato per le carrozze a cavalli.
Ancora più grave è la loro misurazione. L’indice NSG finisce per assomigliare sempre più ad un indice di Borsa. Ogni anno salgono o scendono punti.
Le Regioni vengono promosse o bocciate.
Si costruiscono classifiche, sulla base della ricorrente mendacità e complicità derivate.
Ma la salute delle persone non è Piazza Affari.
Non può essere descritta attraverso oscillazioni statistiche prive di una verifica diretta della realtà assistenziale.
Nessuno va a vedere realmente ciò che accade negli ospedali, nei pronto soccorso, negli ambulatori territoriali, nelle case dei pazienti cronici.
Si misura ciò che viene registrato. Non necessariamente ciò che viene curato.
È la vittoria dell’algoritmo sulla medicina. Peggio ancora, dell’algoritmo costruito senza cultura sanitaria.
Da anni denuncio quello che definisco lo stupidario algoritmico.
Una gigantesca macchina informatica alimentata da indicatori spesso incapaci di distinguere il dato dalla qualità del dato. L’informatica è uno strumento. Non può diventare il legislatore occulto della sanità.
Quando i sistemi informativi vengono progettati da eccellenti tecnici dell’informatica ma privi di cultura epidemiologica, organizzativa e clinica, il rischio è enorme.
L’algoritmo non governa più il fenomeno. Lo sostituisce.
Si finisce così per amministrare il dato anziché il diritto.
La conseguenza è sotto gli occhi di tutti.
La politica parla dei LEA soltanto quando escono le classifiche.
Le Regioni festeggiano qualche punto in più, molto spesso costruito sul tavolino delle falsità.
Le opposizioni denunciano qualche punto in meno, senza spesso che sappiano di cosa parlino.
I sindacati rivendicano personale e stipendi.
Ma quasi nessuno discute dell’obsolescenza dello strumento.
È sorprendente che il confronto politico ignori completamente il problema.
Nessuno chiede se i LEA siano ancora adeguati alla medicina del 2026.
Nessuno pretende un aggiornamento permanente.
Nessuno discute la loro capacità di misurare davvero la prevenzione.
Ed è proprio la prevenzione a rappresentare la più grande sconfitta. Essa costituisce l’investimento più redditizio per qualsiasi sistema sanitario, ma continua ad essere misurata attraverso indicatori incapaci di coglierne gli effetti di lungo periodo.
Si continua a fotografare l’oggi.
La prevenzione costruisce il domani.
La distanza temporale tra le due dimensioni rende inevitabilmente insufficiente qualsiasi sistema di valutazione puramente quantitativo.
L’errore culturale è stato trasformare i LEA da garanzia costituzionale minima a strumento di giudizio politico delle Regioni.
Sono due funzioni profondamente diverse.
I LEA nascono per garantire diritti. Non per costruire classifiche. Le classifiche possono essere utili. Ma soltanto dopo avere verificato che ciò che viene confrontato rappresenti realmente la qualità dell’assistenza. Occorre allora cambiare paradigma.
I LEA dovrebbero diventare un sistema dinamico, aggiornato con continuità scientifica, collegato all’evoluzione della medicina, verificato sul campo mediante controlli ispettivi indipendenti, integrato con indicatori qualitativi e non soltanto quantitativi, sottoposto a revisione permanente. Solo così tornerebbero ad essere ciò che la Costituzione pretende.
Non una fotografia burocratica. Ma la misura vivente del diritto alla salute.
Altrimenti continueranno a rappresentare il più grande paradosso della sanità italiana: uno strumento nato per garantire i cittadini e finito per rassicurare la politica.
In un mio ultimo libro (Le politiche sociosanitarie. Lea, federalismo fiscale e regionalismo differenziato, editore Franco Angeli) ho introdotto una materia essenziale, infrastrutturale per l’assistenza: la glottologia sanitaria.
Secondo essa il problema non è soltanto che i LEA siano obsoleti: è che sono diventati un linguaggio autoreferenziale. Si parla di “adempimenti”, “indicatori”, “score”, “performance”, “benchmark”, mentre scompaiono parole come malato, cura, fiducia, presa in carico. In altre parole, la sanità ha cambiato vocabolario e, cambiando vocabolario, ha cambiato anche il proprio modo di pensare. Un linguaggio, questo, oramai divenuto strumento di progressivo peggioramento del sistema se non corretto sulla base della sanità realmente percepita.