Prevenzione cardiovascolare, anche i professionisti del cuore si trascurano. I risultati dello studio ESC 2026

Prevenzione cardiovascolare, anche i professionisti del cuore si trascurano. I risultati dello studio ESC 2026

Prevenzione cardiovascolare, anche i professionisti del cuore si trascurano. I risultati dello studio ESC 2026

Lo studio presentato in occasione dell'ESC 2026 di Monaco, condotto su oltre 1.300 professionisti sanitari sottoposti all’Health Check 2025 mostra un profilo cardiovascolare migliore rispetto alla popolazione generale. Ma essere medici e conoscere le linee guida non sembra tradursi automaticamente in una migliore prevenzione personale: ipertensione e ipercolesterolemia possono restare non riconosciute e, quando il trattamento sarebbe indicato, le terapie raccomandate risultano spesso sottoutilizzate.

Anche chi si occupa professionalmente di prevenzione cardiovascolare si trascura e non è immune dai rischi. Cardiologi e professionisti sanitari presentano nel complesso un profilo sanitario migliore rispetto alla popolazione generale, ma non sembrano altrettanto avvantaggiati quando si tratta di riconoscere i propri fattori di rischio e applicare a sé stessi le strategie preventive raccomandate dalle linee guida.

A fotografare dello studio “Cardiovascular Prevention among Healthcare Professionals: the ESC Congress Cardiovascular Health Check 2025”, presentato all’ESC Congress 2026 di Monaco e pubblicato sull’European Heart Journal. L’analisi ha coinvolto 1.366 professionisti sanitari che avevano partecipato all’Health Check gratuito organizzato in occasione del Congresso ESC 2025 di Madrid (erano 28.723 i partecipanti totali al Congresso).

Una popolazione particolarmente interessante proprio perché composta da persone professionalmente vicine alla medicina cardiovascolare: il 68,8% dei partecipanti era costituito da medici, il 4,4% da infermieri e il restante 26,8% da altri professionisti sanitari, provenienti da 98 paesi e con età media di 42 anni.

Quasi uno su due in sovrappeso o con obesità

Lo screening comprendeva anamnesi, esame clinico, analisi di laboratorio e, in un sottogruppo, ecografia carotidea. Il fattore di rischio modificabile più frequente è risultato l’eccesso di peso: il 46,8% dei professionisti era in sovrappeso o presentava obesità. Seguivano ipertensione, presente nel 23,2%, iperlipidemia nel 22,7% e livelli elevati di lipoproteina(a) nel 17,9%. Nel complesso, il 70,6% presentava almeno un fattore di rischio cardiovascolare e il 63,3% almeno un fattore modificabile. Una malattia cardiovascolare aterosclerotica già diagnosticata era presente nell’11,1% dei partecipanti.

Il quadro generale restava comunque più favorevole di quello osservato nei controlli della popolazione generale abbinati per età e sesso. Anche l’aterosclerosi subclinica, valutata attraverso la presenza di placche carotidee, era meno frequente: è stata individuata nel 21,8% dei professionisti senza malattia cardiovascolare nota, contro il 31,7% dei controlli.

Conoscere il rischio non significa riconoscerlo su sé stessi

Il vero gap si evidenzia però sul fronte della consapevolezza. Infatti, nonostante la formazione sanitaria e la familiarità con la prevenzione, i professionisti non hanno mostrato una capacità sostanzialmente superiore alla popolazione generale nell’identificare alcuni dei propri fattori di rischio.

L’iperlipidemia non riconosciuta interessava il 7,5% dei professionisti contro l’8,4% dei controlli; l’ipertensione non riconosciuta l’11,9% contro il 13,9%; il diabete non diagnosticato lo 0,4% in entrambi i gruppi. Le differenze non erano statisticamente significative.

La consapevolezza risultava superiore tra i professionisti soltanto per l’iperlipidemia, mentre per l’ipertensione era praticamente identica a quella della popolazione di confronto: 46,2% contro 45,7%. In altre parole, circa la metà dei professionisti che presentavano criteri compatibili con ipertensione o erano in trattamento non risultava consapevole della propria condizione secondo la definizione adottata dallo studio.

Per gli autori dello studio, il risultato suggerisce che la conoscenza medica e l’accesso alle informazioni sanitarie, da soli, non siano sufficienti a garantire una prevenzione cardiovascolare adeguata.

Tra le possibili spiegazioni, la più quotata è il carico di lavoro, con conseguente poco tempo dedicato alla propria salute e inerzia clinica. A cui si aggiunge una cultura professionale che può favorire l’autogestione e ritardare la richiesta di assistenza.

Terapie raccomandate dalle linee guida ancora poco utilizzate

Il divario diventa ancora più evidente analizzando l’applicazione delle terapie preventive. Tra i professionisti in prevenzione primaria che, secondo le linee guida ESC, avevano un’indicazione al trattamento, soltanto il 27,6% assumeva una terapia antipertensiva, contro il 46,5% dei controlli. Per i farmaci ipoglicemizzanti le percentuali erano rispettivamente del 60% e dell’85%.

Il quadro appare particolarmente rilevante in prevenzione secondaria, cioè tra chi aveva già una malattia cardiovascolare aterosclerotica. In questo gruppo appena il 41,4% risultava in terapia ipolipemizzante e soltanto il 9,2% assumeva una terapia antiaggregante, pur rientrando nei criteri individuati dallo studio per il trattamento.

Quando la terapia viene iniziata, i risultati sono migliori

Lo studio evidenzia però anche un altro elemento. Una volta avviato il trattamento, i professionisti sanitari sembrano gestirlo meglio. In prevenzione primaria, tra le persone già in terapia, il 57,5% dei professionisti raggiungeva il target raccomandato di colesterolo LDL contro il 32% dei controlli. Per la pressione sistolica le percentuali erano rispettivamente del 47,5% e del 24,6%.

Il problema sembrerebbe quindi concentrarsi soprattutto nelle fasi iniziali della cascata preventiva: individuare il rischio, riconoscere che riguarda anche sé stessi e iniziare il trattamento quando indicato.

“Questi risultati ci dicono che, una volta che i professionisti sanitari iniziano il trattamento, funziona bene”, ha spiegato il primo autore Florian A. Wenzl, del Center for Molecular Cardiology dell’Università di Zurigo e del Radcliffe Department of Medicine dell’Università di Oxford. “Il problema principale si colloca prima, nella decisione se iniziare e mantenere o meno la terapia raccomandata dalle linee guida”.

In prevenzione secondaria resta tuttavia ampio il margine di miglioramento: tra i professionisti già in trattamento ipolipemizzante solo il 22,2% raggiungeva il target LDL previsto per il proprio livello di rischio.

Lo studio sottolinea come la competenza professionale da sola non elimini i gap di diagnosi e di implementazione delle raccomandazioni preventive. Gli autori evidenziano una dissociazione tra utilizzo del trattamento ed efficacia del trattamento: il punto più debole sembra essere l’avvio delle cure più che il controllo dei fattori di rischio una volta che la terapia è stata iniziata.

“Anche chi trascorre la propria carriera curando le malattie cardiovascolari negli altri spesso non riceve – o non cerca – per sé stesso lo stesso standard di prevenzione”, ha sottolineato il presidente ESC Thomas F. Lüscher. “Non è un fallimento della conoscenza, ma dell’implementazione”.

Un concetto ribadito anche da Borja Ibáñez del Centro Nacional de Investigaciones Cardiovasculares di Madrid: “La conoscenza medica, da sola, non si traduce in una migliore applicazione personale delle cure raccomandate dalle linee guida”.

Il sanitario non si cura da solo, quindi. Screening strutturati, percorsi formalizzati di prevenzione e programmi dedicati sul luogo di lavoro potrebbero aiutare a colmare un gap che, conclude lo studio, resta evidente anche in una popolazione altamente formata e particolarmente esposta ai messaggi della prevenzione cardiovascolare.

Gli stessi ricercatori ricordano comunque i limiti dell’analisi: la partecipazione all’Health Check era volontaria e ha riguardato 1.366 dei 28.723 partecipanti al Congresso ESC 2025, con un possibile effetto di autoselezione; inoltre alcune informazioni cliniche e sui farmaci erano auto-riferite e il confronto con la popolazione generale non consente di stabilire relazioni causali.

Gloria Frezza

01 Settembre 2026

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