Aggressioni ai professionisti sanitari: le norme non bastano se le Aziende lasciano soli i lavoratori

Aggressioni ai professionisti sanitari: le norme non bastano se le Aziende lasciano soli i lavoratori

Aggressioni ai professionisti sanitari: le norme non bastano se le Aziende lasciano soli i lavoratori

Gentile Direttore, ogni 12 marzo celebriamo la Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e sociosanitari. Convegni, comunicati, campagne e slogan ribadiscono che “chi cura non si tocca”. Ma cosa accade concretamente quando un professionista sanitario viene aggredito?

Gentile Direttore,
ogni 12 marzo celebriamo la Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e sociosanitari. Convegni, comunicati, campagne e slogan ribadiscono che “chi cura non si tocca”. Ma cosa accade concretamente quando un professionista sanitario viene aggredito?

Come Presidente di APSILEF – Associazione Professioni Sanitarie Italiane Legali e Forensi, ritengo sia arrivato il momento di interrogarsi non soltanto sulle responsabilità degli aggressori, ma anche su quelle delle organizzazioni che hanno il dovere di proteggere i propri professionisti.

Le aggressioni non provengono esclusivamente da pazienti e familiari. Possono verificarsi anche all’interno delle organizzazioni sanitarie, tra gli stessi operatori, attraverso violenze fisiche, minacce, offese e comportamenti intimidatori.

APSILEF aveva approfondito il fenomeno già nel 2023 attraverso uno studio conoscitivo che ha coinvolto 670 professionisti sanitari e che è stato condiviso con le Federazioni nazionali delle professioni sanitarie. I risultati erano eloquenti: il 64,8% dei partecipanti riferiva di aver subito offese o insulti da parte dell’utenza; ma anche la violenza interna alle organizzazioni risultava significativa: il 34,2% dichiarava di aver subito urla e il 31,5% offese o insulti da parte di altro personale.

Il dato che dovrebbe maggiormente far riflettere è un altro: il 58,8% riferiva un senso di abbandono da parte delle istituzioni.

A tre anni di distanza, nell’attività di tutela svolta da APSILEF continuiamo purtroppo a incontrare situazioni che sembrano confermare quella percezione.
Eppure, le norme esistono.

L’art. 2087 c.c. impone al datore di lavoro di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore; il D.Lgs. 81/2008 impone la valutazione e la gestione dei rischi e l’adozione delle necessarie misure di prevenzione e protezione. Gli artt. 2, 32 e 97 della Costituzione richiamano, nell’ambito della Pubblica Amministrazione, la tutela dei diritti inviolabili della persona e della salute del lavoratore, insieme ai principi di imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa. La Legge 113/2020 ha introdotto specifiche disposizioni per la sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie; il D.L. 137/2024, convertito nella Legge 171/2024, ha ulteriormente rafforzato il contrasto alla violenza contro i professionisti sanitari. A ciò si aggiungono la Legge 24/2017 sulla sicurezza delle cure e gestione del rischio e la Raccomandazione Ministeriale n. 8, recentemente aggiornata, sulla prevenzione degli atti di violenza a danno degli operatori. Abbiamo quindi norme, procedure, Risk Management, Servizi di prevenzione, Direzioni sanitarie e sistemi di Incident Reporting. Ma il problema è cosa accade dopo l’aggressione.
Nelle vicende che arrivano alla nostra Associazione riscontriamo talvolta professionisti che, dopo avere segnalato l’evento, non vengono contattati dall’Azienda, non ricevono supporto psicologico, giuridico o organizzativo e sono lasciati soli nella gestione delle conseguenze dell’aggressione.

In alcuni casi emergono criticità ancora più preoccupanti: procedure aziendali che esistono formalmente ma non vengono concretamente applicate, Incident Reporting senza un seguito conoscibile e strutture di Risk Management che non dispongono neppure di una specifica scheda uniforme per registrare le aggressioni.

E allora dobbiamo porci una domanda: come possiamo conoscere la reale dimensione del fenomeno se gli eventi non vengono correttamente registrati, analizzati e trasmessi?

Il problema della sottosegnalazione non riguarda soltanto le statistiche. Se un’aggressione viene minimizzata, non registrata o non correttamente presa in carico, quel dato non alimenta adeguatamente i sistemi di monitoraggio, non genera analisi organizzativa e non determina misure correttive. Il rischio rimane e il successivo professionista viene esposto alle medesime condizioni.

Altrettanto rilevante è la tutela giuridica. Quando emergono fatti potenzialmente perseguibili d’ufficio, le strutture e i soggetti che ne hanno l’obbligo devono attivarsi secondo quanto previsto dall’ordinamento. Non è accettabile che il professionista debba sentirsi abbandonato anche nel rapporto con le istituzioni.

Abbiamo inoltre riscontrato situazioni paradossali nelle quali, mentre la vittima attende ancora l’attivazione delle tutele aziendali, viene avviato nei suoi confronti un procedimento disciplinare sulla base delle dichiarazioni provenienti dallo stesso soggetto indicato quale aggressore. Situazioni di questo tipo sono state recentemente portate alla nostra attenzione anche in alcune realtà sanitarie calabresi.

E non può mancare una riflessione sul ruolo degli Ordini Professionali. Quando un iscritto segnala di essere stato aggredito e lasciato privo di tutela, l’Ordine non può limitarsi alla celebrazione del 12 marzo: deve esercitare concretamente, nell’ambito delle proprie competenze, la propria funzione istituzionale di tutela della professione e della dignità dei professionisti.

Parliamo continuamente della scarsa attrattività delle professioni sanitarie. La questione economica è certamente importante, ma non è l’unica.

Un professionista deve anche sapere che l’organizzazione per cui lavora lo proteggerà quando ne avrà bisogno.

La sicurezza, la dignità, il riconoscimento professionale e la certezza di non essere lasciati soli dopo un’aggressione sono elementi essenziali dell’attrattività e della permanenza nel Servizio sanitario.
Il 12 marzo, quindi, non può essere soltanto una giornata di slogan.

La migliore campagna contro le aggressioni è applicare, ogni giorno, le norme che già esistono.

Mara Pavan
Presidente APSILEF
Associazione Professioni Sanitarie Italiane Legali e Forensi

09 Settembre 2026

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