Gentile Direttore,
quando si parla di lavoro usurante, il rischio è ridurre il confronto alla richiesta di inserire una professione in un elenco. Credo invece che la domanda da porre sia più profonda: quanto è sostenibile svolgere per trenta o quarant’anni un lavoro che espone quotidianamente a turni, notti, carichi fisici, responsabilità e pressione emotiva? È da questa domanda che dovrebbe partire una riflessione sulla professione infermieristica.
Oggi gli infermieri sono ricompresi tra le attività gravose, mentre le specifiche tutele previste per i lavori usuranti riguardano essenzialmente coloro che soddisfano determinati requisiti legati al lavoro notturno. Ma può il numero delle notti rappresentare, da solo, la misura dell’usura di una professione?
L’assistenza infermieristica si svolge ventiquattro ore al giorno, 365 giorni l’anno. Turnazione, alterazione dei ritmi sonno-veglia, movimentazione dei pazienti, esposizione a rischi biologici, responsabilità professionale e pressione organizzativa sono elementi strutturali del lavoro. A questi si aggiungono la presa in carico continua dei bisogni di salute e, non da meno, l’aspetto relazionale: esposizione continuativa alla sofferenza, alla fragilità, all’emergenza, alla cronicità e alla morte. Un carico fisico, psicologico ed emotivo che non si esaurisce in un turno, ma si accumula nel corso di un’intera vita professionale.
A questo quadro si aggiunge un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto una rilevanza sempre maggiore, ovvero quello relativo alla violenza verso i professionisti sanitari. La possibilità di subire minacce, intimidazioni o aggressioni costituisce un ulteriore fattore di stress e di usura psicologica che, quando l’esposizione si ripete negli anni, deve entrare a pieno titolo nella valutazione della sostenibilità della professione.
C’è inoltre un elemento che non può essere trascurato: la professione infermieristica è esercitata per il 76,38% da donne. Questo dato impone di leggere il tema dell’usura anche attraverso una prospettiva di genere.
La Fnopi ha posto più volte la questione all’attenzione delle istituzioni. Nel 2022, durante un’audizione presso la Commissione Lavoro del Senato, evidenziò la necessità di riconoscere l’usura connessa all’attività infermieristica. Nel 2024 è tornata sul tema alla Camera, proponendo un intervento sulla disciplina prevista dal decreto legislativo n. 67 del 2011.
Il punto, tuttavia, non dovrebbe essere soltanto ottenere una diversa classificazione previdenziale. Il beneficio riconosciuto ai lavori usuranti esiste perché alcune condizioni di lavoro, protratte nel tempo, possono ridurre la capacità di continuare a svolgere quella stessa attività fino all’età pensionabile ordinaria. Non è quindi un privilegio. È il riconoscimento di un’usura reale.
La questione è particolarmente importante mentre il Servizio sanitario affronta le difficoltà nel rendere attrattiva la professione infermieristica, determinando carenza di professionisti e accentuando la “gobba pensionistica” del personale. Al 30 giugno u.s. gli infermieri e infermieri pediatrici iscritti all’Albo erano 464.193. L’età media 46.6 anni. Le evidenze sul benessere professionale rafforzano questa domanda. Lo studio BENE, ha evidenziato una presenza significativa di burnout tra gli infermieri coinvolti. Proprio per questo, in diversi Paesi europei il tema dell’usura professionale ha infatti trovato forme di riconoscimento e tutela.
Ma riconoscere l’usura del lavoro infermieristico non riguarda soltanto chi cura. Riguarda anche chi viene assistito.
Dopo decenni di turni un professionista deve continuare a garantire attenzione, lucidità, capacità decisionale e sicurezza. La sostenibilità della vita lavorativa diventa quindi anche una questione di qualità delle cure e sicurezza dei cittadini.
Per questo occorre superare una lettura dell’usura basata quasi esclusivamente sul numero delle notti e costruire criteri capaci di considerare l’effettiva esposizione nel corso della carriera, garantendo ai professionisti infermieri non solo “sconti” ma reali benefici pensionistici. Rendere attrattiva questa professione significa parlare di retribuzione, carriera, competenze e autonomia. Ma significa anche dimostrare a chi oggi sceglie di diventare infermiere che il sistema sarà capace di tutelarlo durante e dopo un’intera vita lavorativa.
“L’assistenza infermieristica è un’arte; e se deve essere realizzata come un’arte, richiede una devozione totale e una dura preparazione, come per qualunque opera di pittore o scultore; con la differenza che non si ha a che fare con una tela o un gelido marmo, ma con il corpo umano, il tempio dello spirito di Dio. È una delle Belle Arti. Anzi, la più bella delle Arti Belle”.
Continuo a svolgere la mia professione con grande determinazione, entusiasmo e orgoglio, ho ancora molti anni prima di arrivare alla pensione, ma prendersi cura di chi cura, a mio avviso e come ci ricorda il nostro Codice Deontologico, significa anche garantire, nel tempo, la qualità e la sicurezza dell’assistenza ai cittadini e la sostenibilità del Sistema sanitario nazionale. Per questo Governo e Parlamento dovrebbero riaprire il confronto sul lavoro usurante, partendo non da una semplice classificazione, ma da una domanda concreta: quanto costa, in termini di salute e capacità lavorativa, assistere gli altri per quarant’anni? Il beneficio previdenziale da riconoscere agli infermieri e un nuovo sistema di welfare sono e devono essere una reale conseguenza.
Luca Fialdini
Infermiere in Terapia Intensiva