Se il Ssn presenta il conto a chi provoca il danno

Se il Ssn presenta il conto a chi provoca il danno

Se il Ssn presenta il conto a chi provoca il danno

La lettera di Mantovano a Schillaci apre una partita che va oltre una circolare: se le cure sono gratuite per il cittadino, perché dovrebbero esserlo per chi ha causato il danno? E se il risarcimento coinvolgesse le assicurazioni, il mercato si allargherebbe. Ma chi incassa quei soldi?

C’è una domanda semplice dietro la lettera con cui Alfredo Mantovano ha segnalato al ministro della Salute Orazio Schillaci un orientamento che comincia ad affacciarsi nella giurisprudenza di merito: se qualcuno provoca un danno, e quel danno costringe il Servizio sanitario nazionale a curare gratuitamente una persona, chi dovrebbe sostenere il costo di quelle cure?

Una cosa è dire che il cittadino non deve mai pagare la sanità pubblica quando subisce un torto. Un’altra è sostenere che, proprio per questo, il conto debba ricadere sempre e comunque sulla collettività. Il principio universalistico del Ssn resterebbe intatto in entrambi i casi: il paziente continuerebbe a curarsi gratuitamente, senza diventare debitore delle prestazioni ricevute. Cambia invece la posizione di chi il danno lo ha provocato.

È il ragionamento che Mantovano richiama citando una recente pronuncia del Tribunale di Bologna: la gratuità delle cure riguarda il rapporto tra Ssn e paziente, non cancella la responsabilità di chi, con dolo o colpa, ha reso quelle cure necessarie. Gratuito per il malato non vuol dire gratuito anche per chi lo ha ridotto in quello stato.

Da una circolare a una legge

Se questo principio trovasse una sistemazione giuridica stabile, le conseguenze non sarebbero marginali. Per le Aziende sanitarie significherebbe uno strumento in più per recuperare parte delle risorse spese in assistenza: non una nuova fonte di finanziamento, ma la possibilità di spostare almeno una quota della spesa su chi l’ha originata con un comportamento illecito.

La circolare evocata nella lettera sarebbe, in questo senso, il modo più semplice per partire – un intervento amministrativo leggero, che darebbe alle Aziende sanitarie un indirizzo operativo e un argomento in più da spendere nei tribunali, sulla base della legge già in vigore, senza dover riscrivere subito l’impianto normativo. Ma una circolare apre una porta, non decide cosa c’è oltre. Se la strada venisse considerata percorribile, il passaggio successivo richiederebbe un’intesa tra Stato e Regioni e poi una norma vera, capace di stabilire chi può agire, a quali condizioni, come si calcola il danno, come si recuperano le somme – e soprattutto come si regola il rapporto con le assicurazioni.

Il vero terreno di gioco: le polizze

Ed è qui che la questione cambia scala rispetto a quanto suggerisce, di per sé, la lettera di Mantovano.

Se chi commette un illecito dovesse rispondere anche delle spese sanitarie sostenute dal Ssn, nella grande maggioranza dei casi a pagare sarebbe un’assicurazione, non la persona in prima persona. Questo cambierebbe il modo in cui il mercato assicurativo guarda al rischio: il valore potenziale di una copertura per responsabilità civile si allargherebbe enormemente, perché non sarebbe più in gioco solo il risarcimento dovuto al danneggiato, ma anche il costo delle cure che il sistema pubblico ha dovuto anticipare.

E più il rischio economico legato alla responsabilità civile cresce, più conviene assicurarsi. Per famiglie, professionisti, imprese, per chiunque possieda beni o svolga attività esposte a un certo tipo di responsabilità, una polizza smetterebbe di essere semplicemente prudente e comincerebbe ad apparire quasi necessaria. Non è difficile immaginare, con il tempo, una dinamica simile a quella che ha reso obbligatoria la Rc auto per chi possiede un veicolo a motore. Non perché una norma sul recupero dei costi sanitari debba introdurre automaticamente un nuovo obbligo assicurativo – ma perché potrebbe crearne, di fatto, le condizioni: un rischio abbastanza esteso e abbastanza concreto da rendere la copertura assicurativa la scelta razionale per chiunque, prima ancora che un obbligo di legge. E una volta che quella diffusione fosse capillare, non si potrebbe escludere che il legislatore, a un certo punto, decidesse di renderla obbligatoria per intere categorie o attività, così come è già avvenuto per chi guida un’auto.

Per le compagnie assicurative si tratterebbe di un mercato potenzialmente enorme. Per il Ssn, almeno sulla carta, di una via concreta per recuperare una parte dei costi oggi interamente a carico della fiscalità generale. Ma proprio per questo sarebbe un errore raccontarla come una semplice operazione di recupero crediti: la parte più complicata comincerebbe probabilmente dopo, non prima.

Le domande che nessuna circolare può risolvere

A chi apparterrebbero le somme recuperate? All’Azienda sanitaria che ha sostenuto materialmente la spesa, alla Regione che la finanzia, o al Ssn nel suo complesso? E se lo stesso evento dannoso comporta cure in più strutture, magari di Regioni diverse – chi presenta la richiesta, chi quantifica il costo, come si ripartisce quanto recuperato?

Non sono domande tecniche in senso stretto. Toccano uno dei nodi mai davvero risolti del nostro sistema sanitario: la distanza tra un diritto alla salute pensato come nazionale e un’organizzazione ormai profondamente regionalizzata. Il finanziamento della sanità ha una dimensione nazionale, programmazione ed erogazione sono invece territoriali; stabilire chi ha titolo a recuperare un danno significa, di fatto, stabilire a chi appartiene quella spesa – un terreno sul quale Stato e Regioni non hanno mai smesso di misurarsi, e su cui una riforma di questo tipo rischierebbe di aprire un fronte nuovo. C’è poi la questione, tutt’altro che secondaria, di come la pretesa del Ssn si coordinerebbe con il risarcimento dovuto al cittadino danneggiato: pubblico e privato finirebbero per incrociarsi molto più spesso di quanto accada oggi.

La lettera di Mantovano non risolve nulla di tutto questo, e non potrebbe farlo: si limita a segnalare un orientamento giurisprudenziale e a suggerire una prima, cauta risposta amministrativa. È forse proprio per questo che merita attenzione. Dietro l’ipotesi di una circolare c’è una domanda molto più ampia: chi deve pagare quando una spesa sanitaria pubblica nasce da un illecito privato?

Il principio solidaristico deve restare intatto – il cittadino non può diventare il debitore delle proprie cure. Ma l’universalità del sistema non dovrebbe tradursi nell’esenzione automatica di chi ha causato il danno dalle conseguenze economiche del proprio comportamento. Se qualcuno provoca un danno, è giusto che il sistema pubblico intervenga a curarlo. Non è altrettanto scontato che, una volta pagato il conto, quel costo debba restare per sempre sulle spalle di tutti.

La circolare potrebbe essere il primo passo, il più prudente – forse anche il più utile per capire come reagirebbero gli interessi in campo prima di spingersi oltre. Con la legislatura ormai agli sgoccioli, si vedrà nei prossimi mesi se questa mossa avrà seguito, o se resterà quello che è oggi: una lettera che pone una domanda scomoda, senza ancora una risposta.

Giovanni Rodriquez

11 Settembre 2026

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