Fine vita, vaccini, Covid, liste d’attesa, disuguaglianze nell’accesso alle cure e finanziamento del Servizio sanitario nazionale. Orazio Schillaci affronta a tutto campo alcuni dei dossier più delicati della sanità italiana e, su alcuni temi, marca anche posizioni non del tutto sovrapponibili a quelle espresse da settori della maggioranza.
Il ministro della Salute è intervenuto sabato alla Festa del Fatto Quotidiano alla Versiliana di Marina di Pietrasanta, dove è stato intervistato dai giornalisti Martina Castigliani e Alessandro Mantovani e ha risposto anche alle domande del pubblico.
Uno dei passaggi più netti riguarda il fine vita. Per Schillaci non è sostenibile che un tema così delicato finisca per essere regolato in modo differente da Regione a Regione. Il ministro ha ricordato come la Corte costituzionale abbia già indicato un percorso sul suicidio assistito, sottolineando la necessità di evitare nuove disparità territoriali in un Paese nel quale le differenze nell’accesso alle prestazioni sanitarie sono già molto marcate.
Commentando anche la legge approvata in Veneto, Schillaci ha definito sostanzialmente impensabile che su una questione di questa rilevanza possano crearsi discipline diverse sul territorio nazionale. Il ministro ha richiamato parallelamente la necessità di rafforzare le cure palliative, anche alla luce delle nuove possibilità terapeutiche che consentono di accompagnare in modo più efficace e dignitoso i pazienti nelle fasi finali della vita. Sul piano politico, Schillaci ha inoltre osservato come il fine vita resti una questione profondamente etica sulla quale, in caso di voto parlamentare, dovrebbero pesare le convinzioni personali dei singoli eletti.
Altro capitolo, quello dei vaccini. Il ministro si è detto preoccupato per la riduzione delle coperture, in particolare tra i bambini. Per Schillaci si tratta anche di un problema culturale: occorre recuperare consapevolezza sul ruolo della prevenzione e sul fatto che alcune malattie possono essere eliminate soltanto attraverso un’adeguata diffusione delle vaccinazioni.
Sul Covid, invece, Schillaci ha manifestato una certa freddezza rispetto al dibattito politico che continua a concentrarsi sulla gestione della pandemia e sui lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta. Secondo il ministro, tornare continuamente su quella stagione rischia innanzitutto di riaprire una ferita che ha coinvolto milioni di famiglie italiane. Resta però utile, ha precisato, individuare ciò che non ha funzionato per fare in modo che il sistema sia più preparato nel caso si verifichino in futuro nuove emergenze sanitarie.
Ampio spazio anche alle liste d’attesa, uno dei problemi su cui il Governo ha investito maggiormente sul piano politico e normativo. Schillaci ha difeso le misure adottate, a partire dal decreto del 2024 e dalla piattaforma nazionale di Agenas per il monitoraggio dei tempi di attesa.
Il ministro ha riconosciuto che la situazione è tutt’altro che risolta ma ha rivendicato un cambio di passo: fino a poco tempo fa, ha spiegato, mancava uno strumento nazionale capace di monitorare in maniera uniforme il fenomeno, mentre oggi esiste un metodo che consente di avere un quadro più preciso delle performance regionali. “C’è ancora molto da fare”, è in sostanza il messaggio del titolare della Salute, che guarda agli effetti delle misure nel medio periodo.
Dal pubblico sono arrivate anche critiche sulla concreta applicazione delle norme, a partire dai casi di agende chiuse e dall’obbligo per le aziende sanitarie di assicurare comunque la prestazione nei tempi previsti, anche ricorrendo all’intramoenia senza oneri aggiuntivi per il cittadino. Su questo fronte Schillaci si è detto disponibile a far intervenire gli ispettori ministeriali in presenza di segnalazioni circostanziate.
Il ministro non ha nascosto neppure il problema crescente delle disuguaglianze nell’accesso alle cure, che attraversano non soltanto il Paese tra Nord e Sud ma anche territori appartenenti alla stessa Regione. Differenze che si riflettono persino sull’aspettativa di vita e che vedono le persone con maggiori disponibilità economiche godere generalmente di condizioni di salute migliori rispetto alle fasce più fragili della popolazione.
Sul rapporto tra pubblico e privato accreditato Schillaci ha ribadito il principio della sussidiarietà, difendendo il ruolo del privato convenzionato all’interno del Servizio sanitario nazionale.
Ma sullo sfondo resta soprattutto il nodo delle risorse. In vista della legge di Bilancio 2027 il ministro ha confermato la richiesta di un incremento consistente del finanziamento sanitario. L’obiettivo indicato da Schillaci è ottenere 5 miliardi di euro aggiuntivi, risorse ritenute necessarie per affrontare le principali criticità, dal personale ai servizi territoriali e alla tenuta complessiva del sistema. Una richiesta che il ministro aveva già portato nel confronto con il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Per Schillaci, però, aumentare il finanziamento da solo non è sufficiente. Servono anche interventi sull’organizzazione e sulla governance. A partire proprio dalla frammentazione del Servizio sanitario nazionale in sistemi regionali molto diversi tra loro.
Rispondendo sul tema delle differenze territoriali, il ministro ha indicato come necessario un rafforzamento dei poteri di indirizzo e di controllo dello Stato, pur all’interno dell’attuale assetto costituzionale delle competenze.
Una linea che intreccia molti dei dossier aperti della sanità italiana: garantire maggiore uniformità nell’accesso alle cure, ridurre le liste d’attesa, recuperare le coperture vaccinali e assicurare che diritti particolarmente delicati, come quelli legati al fine vita, non dipendano dal luogo di residenza.