Basta con mattoni, algoritmi e cifre. La vera riforma è la relazione medico-paziente

Basta con mattoni, algoritmi e cifre. La vera riforma è la relazione medico-paziente

Basta con mattoni, algoritmi e cifre. La vera riforma è la relazione medico-paziente

Gentile Direttore, da mesi il dibattito sulla sanità italiana si consuma tra rendering di nuove strutture, cronoprogrammi del PNRR e tabelle di finanziamento rincorse come in una partita a ping pong tra Governo e opposizioni. Case della Comunità, fascicoli elettronici, algoritmi di appropriatezza: tutto già scritto, tutto già annunciato. Ma quasi nessuno si chiede chi starà davanti al paziente, ogni giorno, per anni, e con quali competenze.

Gentile Direttore,

da mesi il dibattito sulla sanità italiana si consuma tra rendering di nuove strutture, cronoprogrammi del PNRR e tabelle di finanziamento rincorse come in una partita a ping pong tra Governo e opposizioni. Case della Comunità, fascicoli elettronici, algoritmi di appropriatezza: tutto già scritto, tutto già annunciato. Ma quasi nessuno si chiede chi starà davanti al paziente, ogni giorno, per anni, e con quali competenze.

Va detto senza giri di parole: il motore del Servizio Sanitario Nazionale non sono i metri quadrati né i software, ma la relazione di fiducia tra un professionista e la persona che cura. E qui i dati non lasciano spazio a interpretazioni di comodo.

I numeri che nessuno cita nei convegni

Lo studio registry-based norvegese (British Journal of General Practice, 2022, oltre 4,5 milioni di pazienti, follow-up fino a 15 anni) mostra che mantenere lo stesso medico di famiglia nel tempo riduce del 25% la mortalità, del 28% i ricoveri urgenti e del 30% l’uso dei servizi di guardia medica e pronto soccorso. La revisione sistematica di Pereira Gray (BMJ Open, 2018, 22 studi) trova una riduzione significativa della mortalità legata alla continuità di cura nell’81,8% degli studi di qualità elevata. E la revisione di Forte ed Ebell (Recenti Progressi in Medicina, 2025, 18 studi, oltre 15 milioni di pazienti) conferma: mortalità -10/15%, ospedalizzazioni -10/15%, accessi in pronto soccorso -10/20% con alta continuità relazionale. Tre revisioni, tre paesi, milioni di pazienti, lo stesso risultato: la continuità con un medico scelto non è un vezzo di altri tempi, ma una misura di salute pubblica con un impatto misurabile, spesso superiore a interventi su cui spendiamo cifre ben maggiori.

Il paradosso italiano

Eppure si moltiplicano modelli che affidano l’assistenza territoriale a medici “a ore”, a rotazione su turni, senza continuità né scelta. La letteratura dice l’esatto contrario di ciò che si sta costruendo: il paziente ha bisogno di un medico, non di un turno coperto. La libertà di scelta del medico di famiglia non è un residuo burocratico da superare in nome dell’efficienza: sui dati, è la leva più potente che abbiamo per ridurre mortalità e pressione sugli ospedali.

Serve una medicina generale con competenze proprie

La continuità da sola non basta senza competenze specifiche. È ora di superare l’idea che la medicina generale sia un ripiego generalista rispetto alle specialità d’organo. La medicina della persona — storia clinica, contesto familiare e sociale, gestione della cronicità e della polifarmacoterapia nel fragile, capacità di decidere nell’incertezza senzal’algoritmo che risolve tutto — è una competenza clinica specifica, da insegnare e certificare fin dalla laurea come nucleo identitario della specializzazione, non come corollario residuale.

A questo si aggiunge una funzione che nel prossimo decennio diventerà decisiva: non solo la prevenzione, ma la salvaguardia della salute di una popolazione anziana i cui organi invecchiano insieme, non per compartimenti stagni. Il paziente anziano fragile non ha bisogno di sommare pareri specialistici scollegati l’uno dall’altro, ciascuno concentrato sul proprio organo bersaglio, ma di un medico capace di mediare, integrare e tradurre la medicina specialistica nel linguaggio della persona presa nella sua interezza — l’unico argine reale alla cascata di prescrizioni, interazioni farmacologiche e ricoveri evitabili che la frammentazione degli specialismi produce quando nessuno governa il quadro d’insieme.

Il contagio delle sigle

Questa narrazione distorta, e distorsiva dei principi fondanti del Servizio Sanitario Nazionale, non è rimasta confinata ai tavoli ministeriali: nel corso degli anni ha contagiato, incessantemente, generazioni di operatori, che si accalorano nel dibattere su sigle prive di ogni significato per il cittadino — RUAP, AFT, UCCP — come se la qualità della cura si esaurisse nella sigla giusta o nell’organigramma perfetto, anziché nella relazione tra chi cura e chi è curato. E anche qui, non è un caso: il lessico della programmazione tradisce, prima ancora dei fatti, la logica che sottende il ragionamento. Basta ascoltare chi opera in sanità per accorgersene: ci si accalora non sul vilipendio del rapporto medico-paziente, della relazione umana e di cura che ne è il fondamento, ma sul tipo di contratto, sul ruolo formalmente assunto, su dove si lavora. Come se anni e anni di battage mediatico, di interminabili quanto ormai stucchevoli enfatizzazioni di modelli organizzativi, di percorsi disegnati di qua e di là, e infine di polemiche sui tempi di attesa, avessero reso chi opera vicino alle persone quasi inconsapevole del proprio ruolo fondamentale nel processo di cura. E lo dico per tutti gli operatori — medici, infermieri, professionisti sanitari di ogni ambito — non solo per la medicina generale: la deriva del linguaggio e della narrazione non ha risparmiato nessuno di chi lavora accanto al paziente.

Anche le parole tradiscono la logica industriale

C’è un indizio, forse il più rivelatore, di dove stiamo andando: il lessico della programmazione. Negli atti, nei PDTA, nei documenti sulle Case di Comunità, l’espressione ricorrente è “presa in carico” — in charge: caricare su un sistema, come un magazzino, un centro di costo. Ha sostituito quasi ovunque la “presa in cura” — I care: prendersi cura di qualcuno, non prenderlo in carico come un’utenza da smistare. Non è un dettaglio semantico, ma la spia di una logica di filiera industriale insinuata nel ragionamento sulla programmazione sanitaria. Lo stesso slittamento, applicato al sistema pubblico nel suo complesso, dice ancora di più. Prendersi carico del sistema pubblico evoca costi e ricavi, bilanci da far quadrare, voci da ottimizzare — la grammatica di un’azienda. Prendersi cura del sistema pubblico significa sapere che è un bene da custodire gelosamente, perché il suo valore non si esaurisce inun conto economico: è un bene comune, un interesse generale che nessun criterio contabile può racchiudere.

L’orizzonte che nessuno vuole guardare

Tutto questo si scontra con un dato demografico che nei prossimi dieci anni cambierà la domanda di salute in Italia: più anziani, più cronicità, più fragilità, meno professionisti a coprire il ricambio generazionale. Se continuiamo a inseguire la riorganizzazione degli spazi senza investire su chi cura le persone — con quali competenze, quale stabilità di relazione, quale libertà professionale — tra dieci anni avremo edifici bellissimi e vuoti di senso clinico. È tempo di cambiare la narrazione: dai mattoni e dagli algoritmi, alle persone che curano le persone. E per farlo, dobbiamo cambiare anche le parole con cui la raccontiamo.

Pier Luigi Bartoletti

Medico di Medicina Generale

23 Settembre 2026

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