La Francia, l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari e il coraggio che manca all’Italia

La Francia, l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari e il coraggio che manca all’Italia

La Francia, l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari e il coraggio che manca all’Italia

La Francia avvia il percorso verso l'obbligo antinfluenzale per gli operatori sanitari. Da noi la vaccinazione resta una raccomandazione e i dati sulle coperture mancano. Il retaggio del complottismo post-Covid pesa ancora sulle scelte pubbliche?

Il 13 ottobre in Francia parte la campagna antinfluenzale, accompagnata per la prima volta dall’obbligo vaccinale in arrivo per chi lavora in sanità. Non è ancora opponibile, il regolamento è atteso entro marzo. Ma il Parlamento ne ha votato la cornice con la legge di finanziamento della Sicurezza sociale, e il 20 luglio la Haute Autorité de santé ha detto sì all’obbligo annuale per tutti gli operatori, dipendenti e liberi professionisti, studenti compresi. A Parigi sono partiti da un numero: soltanto un operatore sanitario su cinque si vaccina.

Come dicevamo, nonè ancora un obbligo pienamente applicabile ma è una direzione politica dichiarata che meriterebbe di essere discussa anche in Italia.

La questione non è una disputa astratta tra libertà individuale e autorità dello Stato. Riguarda il rapporto tra chi lavora nei luoghi di cura e chi vi entra affidandosi alla loro competenza, ma anche alla loro protezione. Ospedali, ambulatori, strutture residenziali sono frequentati ogni giorno da persone anziane, immunodepresse, affette da patologie croniche. Per loro, un’infezione può diventare un ricovero, un aggravamento, nei casi più gravi la morte.

La vaccinazione antinfluenzale non azzera il rischio di contagio, né offre una protezione assoluta. Riduce però il rischio di malattia e delle sue conseguenze. E la vaccinazione di chi lavora a contatto con i pazienti è parte di una strategia di prevenzione che, per definizione, non può essere affidata alla sensibilità individuale. Il ministero della Salute la raccomanda già agli operatori sanitari e sociosanitari, oltre che agli anziani, alle donne in gravidanza e ai soggetti fragili.

Resta da capire perché, a fronte di un’importanza ormai riconosciuta, si continui a puntare sulla sola raccomandazione, anche quando le adesioni rimangono ben al di sotto degli obiettivi.

La Francia ha messo sul tavolo il passaggio dall’invito all’obbligo. L’Italia dovrebbe almeno avere il coraggio di discuterlo, valutando le evidenze, le categorie interessate, le controindicazioni mediche, le modalità di applicazione poiché attualmente la protezione dei pazienti più fragili sembra dipendere esclusivamente dalla scelta del singolo professionista, senza un quadro di responsabilità condivise e verificabili.

C’è poi un problema che precede persino la discussione sull’obbligo: la trasparenza dei dati. I documenti di programmazione vaccinale indicano il 75% come obiettivo minimo e il 95% come obiettivo ottimale per i gruppi target. Ma proprio qui emerge una difficoltà: mentre il ministero pubblica serie nazionali sulle coperture antinfluenzali e l’Istituto superiore di sanità conduce attività di sorveglianza, non è disponibile un quadro nazionale standardizzato che consenta di conoscere e confrontare, stagione dopo stagione, le coperture per il personale sanitario.

È una lacuna che va colmata perché rende più difficile valutare una politica pubblica e capire come intervenire sulle distorsioni. Se la vaccinazione degli operatori è una priorità dichiarata, perché non disporre di informazioni complete, comparabili e accessibili sulla sua effettiva attuazione? Come si programmano campagne mirate senza conoscere il livello di adesione nelle diverse professioni, nelle strutture, nei territori?

Eppure, le informazioni fornite dall’Istat sul numero dei professionisti attivi esistono. È ragionevole chiedere che i sistemi informativi sanitari consentano di misurare le coperture vaccinali di questa popolazione. Se non altro per fugare il sospetto che non si voglia rendere noti dati poco incredibilmente lontani dalla soglia raccomandata. Un registro strutturato, interoperabile con le anagrafi regionali, che includesse tutti quei lavoratori che a vario titolo operano all’interno delle strutture sanitarie a contatto con i pazienti aiuterebbe a distinguere le categorie, individuare le aree in difficoltà, migliorare l’offerta, valutare i risultati. Non sarebbe solo uno strumento per discutere un eventuale obbligo, ma renderebbe più efficaci le politiche di informazione, sensibilizzazione e prevenzione.

Sarebbe però ingenuo ignorare il contesto politico in cui una simile scelta dovrebbe maturare. L’Italia esce da anni in cui la pandemia ha alimentato teorie complottiste, sfiducia nelle istituzioni scientifiche e una rappresentazione dei vaccini come strumento di imposizione più che di tutela collettiva. Una parte del dibattito pubblico ha trasformato ogni misura di prevenzione in una prova di appartenenza ideologica. E nella maggioranza di governo non sono mancate, negli anni, posizioni e decisioni percepite come ammiccanti verso quell’area di opinione, o comunque poco inclini a sostenere politiche vaccinali obbligatorie.

Le posizioni all’interno della maggioranza non sono tutte uguali, così come cambiano i rischi e le esigenze di prevenzione a seconda dei vaccini e delle categorie professionali. Ma è difficile immaginare che una proposta di obbligo vaccinale possa sottrarsi al confronto politico. E sarebbe auspicabile che quel confronto si svolgesse nel merito, sulla base dei dati e delle valutazioni scientifiche, senza che la prevenzione diventi una priorità soltanto quando non costa consenso.

Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, proprio perché non è espressione diretta di un partito, potrebbe teoricamente avere maggiore autonomia nel porre la questione. Ma, purtroppo, si deve aggiungere che l’autonomia istituzionale non è una garanzia di copertura politica. Un ministro senza una propria forza partitica alle spalle può ritrovarsi più esposto alle resistenze di quella parte della maggioranza che considera ogni obbligo vaccinale un terreno di scontro. Una ragione in più per ancorare il confronto alle evidenze e alle responsabilità del sistema sanitario.

Il punto quindi non è obbligare per principio, né trasformare ogni raccomandazione in un comando. È stabilire quando la tutela delle persone più vulnerabili giustifichi un obbligo di questo tipo e, prima ancora, è garantire che le istituzioni abbiano a disposizione tutti gli strumenti per misurare i risultati delle politiche che dichiarano prioritarie.

La Francia ha aperto questa strada, con tempi e passaggi ancora da completare. L’Italia intanto pubblicare dati più solidi, avviare una valutazione trasparente, discutere senza pregiudizi l’introduzione dell’obbligo per gli operatori sanitari. Il coraggio, in questo caso, non consiste nel provocare una battaglia ideologica ma nell’impedire che sia la paura di quella battaglia a decidere al posto della sanità pubblica.

Giovanni Rodriquez

14 Ottobre 2026

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